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Mi sono giocato tutte le vostre donazioni a “Provaci Ancora Jerry”

Provaci Ancora Jerry è una slot machine virtuale ideata dalla Giocaonline, azienda milanese “leader nel settore del gaming” che nel 2022 ha fatturato oltre 6 milioni di euro.

Il gioco è basato su un’interfaccia molto semplice, caratterizzata da due rulli e cinque simboli: a sinistra Jerry Calà (vincente) e il “Surfista Belloccio” (che fa perdere tutto), a destra “La bella ragazza” (la cui accoppiata con Jerry fa aumentare la vincita), il Cocktail nella mezza noce di cocco (che non fa vincere ma non azzera il montepremi) e le Tre ragazze (che consentono di partecipare al Magic Game e giungere fino a decuplicare la puntata unitaria – di minimo 10 centesimi e massimo 100 euro).

Nell’ultimo periodo ho deciso di investire in questo progetto tutte le vostre generose donazioni degli ultimi anni perché, non essendo mai stato un percettore del famigerato “Reddito di Cittadinanza” e avendo mollato il mio lavoro di insegnante statale causa Green Pass, esse sfortunatamente rappresentavano i miei ultimi risparmi.

Non vorrei che suonasse come una scusante, ma uno dei motivi per cui ho scelto proprio questa slot è che per me Jerry Calà è la personificazione vivente di una enciclopedia del boomerismo. Per rendersene conto, se ce ne fosse bisogno, basterebbe leggere la presentazione della sua autobiografia Una vita da libidine (2016):

«Il papà lo voleva ingegnere; la mamma sperava che se ne restasse a casa. Invece il cuore di Calogero Calà, in arte Jerry, sognava altro: erano bastate le esibizioni con il suo complesso Pick-up (quattordici anni e tanta faccia tosta) e il teatro del liceo (un’ottima scusa per cuccare) per capire che la sua strada era lo spettacolo. E allora via, alla conquista del palco, con un gruppo di amici matti e squattrinati, che passeranno alla storia come I Gatti di Vicolo Miracoli. Arriva il successo (tanto) e i primi soldi (un po’ meno) e Jerry già vuole cambiare veste: sono i travolgenti anni Ottanta, pieni di energia e ottimismo, e lui diventa il volto cinematografico di un’intera generazione di ragazzi grintosi che non hanno paura di reinventarsi e riderci sopra. Un po’ la sorte che tocca pure a lui quando, all’apice del successo, un terribile incidente stradale quasi gli stronca la carriera. Quasi, perché un vero Gatto sa sempre come rialzarsi. In questo libro, per la prima volta Jerry Calà ci trascina nel suo mondo imprevedibile, dove la realtà supera di gran lunga la fantasia: chi poteva immaginare che Calogero da Catania si sarebbe fatto regalare una commedia da Woody Allen, avrebbe fatto da cane-guida a Bud Spencer, avrebbe recitato con Marco Ferreri (alla facciaccia dei critici) e baciato con passione Stefania Sandrelli, e tutto questo in una vita sola? Vissuta, sempre, con la passione di un ragazzo che non ha mai smesso di divertirsi».

Invece di aspirare a rendere onore a a Catania e all’Italia divenendo un umile e onesto ingegnere (o almeno umile, considerando il milieu etnico-socio-culturale di provenienza), Calogero ha scelto di diventare “Jerry” e di “bersi la vita” (anche fuor di metafora) in compagnia di un’intera generazione, quella dei boomers, che dei “travolgenti anni Ottanta” hanno tramandato per l’appunto solo il travolgimento, simboleggiato dalla distruzione sistematica di tutte quelle piccole cose di pessimo gusto che davano all’esistenza un minimo di senso, barattate in cambio di un surrogato di “vita vera” fatto di sballo perpetuo.

Al di là però dell’histoire événementielle che oltre ad “aneddoti e curiosità” potrebbe naturalmente essere rimpolpata dalla sterminata filmografia del Nostro (nella quale campeggiano apici di prosecuzione della libidine con altri mezzi, come Colpo di fulmine del 1985 di Marco Risi, in cui intrepreta un pedofilo, e Diario di un vizio del 1993 di Marco Ferreri, dove invece fa il maniaco sessuale), Provaci Ancora Jerry mi ha attratto soprattutto come manifestazione di uno dei mitemi boomer ancora difficili da estirpare, quello del “saperci fare” e del “non sono bello ma piaccio” (per citare direttamente Calà).

Devo ammettere che giocando con questa slot e continuando a perdere tutte le vostre donazioni a causa del “Surfista” (magari apparso nel momento in cui decidevo di raddoppiare la puntata, confidando in un’immaginaria “onda verde” o cose del genere), forse per la prima volta in vita mia ho sperimentato quella sensazione che lo stesso Jerry/Calogero deve aver invece provato migliaia di volte al cospetto del “Belloccio” che gli soffiava un esemplare di femmina non persuasa -almeno all’apparenza- dalle sue capacità seduttive.

Quest’idea, che l’uomo dotato di “personalità”, indipendentemente dal suo aspetto fisico, potesse prevalere su un altro maschio più bello e prestante, appartiene evidentemente a un’altra epoca, ed è altrettanto evidente che la sua natura di mito la rendesse patrimonio comune a maschi e femmine, un paradigma al quale entrambi i sessi avrebbero dovuto sottomettersi, come nei decenni antecedenti ai “travolgenti anni Ottanta” si assoggettarono all’attivismo politico o al libertinismo ideologizzato.

Come sosteneva Cesare Pavese, “l’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne”. E, dalla sua prospettiva, anche paradigmi di tale stampo (come l’ectoplasmismo di cui sopra, oppure il cristianesimo, o il comunismo), sono miti legittimi in quanto creduti a livello collettivo («Se io ci credo, se tu, se lui, se loro ci credono, ecco che sarà avverata [anche una visione irreale]»). Dunque è pacifico ammettere che ai tempi di Jerry Calà fosse socialmente accettata la favola della “personalità” e che tale menzogna (o “arte di credere alle menzogne”) desse un senso all’esistenza nella misura in cui, come si sosteneva poco addietro, servisse a escludere ogni altra dimensione mitopoietica o semiogenetica dell’esistenza.

Adesso, ovviamente, tutto ciò non vale più, ed è solo attraverso sterili trastulli che si potrebbe, al limite, percepirne il sentore. Comunque, a parte gli scherzi, io sono strenuamente contrario al gioco d’azzardo, per motivi non solo morali, ma anche “politici”, sia perché il settore negli ultimi decenni è stato sottoposto a una spietata privatizzazione; sia perché, gira che ti rigira, alla fine è sempre in mano ai soliti noti; sia perché, in tema di attualità, nonostante le stucchevoli campagne contro la ludopatia, il governo italiano sembra abbia comunque deciso di incentivare il gioco compulsivo aumentando per qualche mese le estrazioni settimanali del lotto con la grottesca motivazione di voler “aiutare gli alluvionati dell’Emilia Romagna”.

Sono consapevole di quanto i miei lettori siano affascinati lato sensu dal mondo del gaming (che casualmente suona come gaying, avevate notato?), soprattutto quando, da una decina d’anni a questa parte, le aziende hanno iniziato a sfruttare il meme White Egyptian (la versione “bianca” di We Wuz Kangz) per far abboccare i maschi soli e ingenui con la promessa di guadagni faraonici.

Il meme in questione si è innestato su altre mitologie occidentali, risalenti a secoli addietro, e sulle quali sono stati stilate, o si potrebbero stilare, interi trattati (alludo all’universo della cosiddetta “egittologia”, più onestamente identificabile come egittofilia, che va dal Kircher a tutte le diramazioni paramassoniche, post-massoniche o massoniche tout court, fino all’attuale franchise hollywoodiano fantarcheologico incarnato da Indiana Jones e affini).

Vorrei perciò invitare chiunque avesse intenzione da una prospettiva unironically (per usare l’inglese alla cazzo proprio come Pavese)  di “tentare la fortuna”, di farsi un giro su quei veri e propri bestiari normie costituiti dalle sezioni commenti di social e affini e rispecchiarsi nell’orrore che da esse emana. Volete forse banchettare, al pari di iene o sciacalli, sugli avanzi degli sballi della generazione perduta? Penitenziagite! O per dirla con il linguaggio dei giovani d’oggi, ripigliatevi!

(contesto)
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