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Michel Foucault e gli anni tunisini: “Una Tebaide senza ascetismo”

Michel Foucault e gli anni tunisini: un’inchiesta sulle accuse di pedofilia al filosofo

Pubblichiamo la seconda parte (qui la prima) di un’inchiesta sugli “anni tunisini” di Michel Foucault basata sulla reazione dei media francesi alle accuse dello scrittore Guy Sorman, che nel marzo scorso ha accusato il filosofo di essere un pedofilo e di aver fatto turismo sessuale tra i bambini del Paese nordafricano.

Dall’aereo che decolla dall’isola di Djerba il 5 gennaio 1965 Michel Foucault vede il viso di Daniel Defert, il suo compagno (in volto verso Sfax, a 200 km da Tunisi, per insegnare al liceo), affacciarsi “come sull’orlo del mare un volto di sabbia”: in quel momento scarabocchia su una cartolina l’ultima frase de Le parole e le cose, quella che descrive il destino dell’uomo come “invenzione recente” e prevede la sua scomparsa in seguito a un “cambiamento nelle disposizioni fondamentali del sapere”. Best seller del 1966, il suo “libro sui segni” lo consacra come uno dei più brillanti intellettuali della sua generazione, anche se il filosofo vive in modo ambiguo il suo successo mediatico. Apparsa nel pieno della moda strutturalista, l’opera che proclama la “morte dell’uomo” suscita polemiche veementi, in particolare con Sartre, che Foucault rispedisce, col suo esistenzialismo, “al XIX secolo”. Come se non bastasse, lui che ha trascorso praticamente tutta la sua carriera accademica all’estero (Svezia, Polonia, Germania), alla facoltà di Clermont-Ferrand, dove occupa la cattedra di psicologia da oltre cinque anni, si sente quasi in gabbia.

Quando perciò gli si presenta l’occasione di ottenere la sua prima cattedra di filosofia all’Università di Tunisi, accetta con entusiasmo di abbandonare l’inferno di rocce vulcaniche di Volvic (che dà ancora il nome alla nota pietra lavica con la quale è stata fatta la cattedrale di Clermont-Ferrand) per il paradiso bianco e blu di Sidi Bou Said, alla ricerca, come afferma, di una “Tebaide senza l’ascetismo”. A 19 chilometri a nord di Tunisi, il piccolo villaggio arroccato su una scogliera gli offre un rifugio ideale. La località, sublime, seduce almeno dal XIX artisti e scrittori francesi (Chateubriand, Lamartine, Bernaros, Colette…). Per non dire di Flaubert e Gide, che inaugurarono nell’immaginario collettivo l’immagine di un Maghreb come “paradiso sessuale” omosessuale (e pedofilo) liberato dalla pesantezza morale dell’Europa. Fantasticherie e suggestioni orientalizzanti sono incastonati nel paesaggio. Durante gli anni ’60 del secolo scorso giornalisti, imprenditori e intellettuali giunti dalla Francia a formare le future élite tunisine scelgono Sidi Bou Said come sfondo della loro bohème baciata dal sole.

“In quell’epoca di libertà la vita era leggera e affascinante. Il villaggio era cosmopolita e tollerante, l’omosessualità era accettata. L’esistenza trascorreva tra feste improvvisate e discussioni impegnate”, ricorda Latifa, moglie del pittore Jellal Ben Abdallah (1921-2017): Conosciuta come “la piccola selvaggia dai piedi nudi”, vive ancora nella casa che ha accolto tante fêtes, una delle più rinomate di quella Costa Azzurra tunisina.

Foucault si trasferisce a Sidi Bou Said alla fine del 1966, con l’intento di “avere col mare un rapporto immediato, assoluto, al di fuori della civiltà”, come scrisse dall’hotel Dar Zarrouk. La nuova vita lo trasforma: prende tutti i giorni il sole, si rasa completamente la testa, sostituisce i pantaloni di velluto con i jeans. Jean Daniel (1920–2020), fondatore del Nouvel Observateur e habitué della città tunisina, ricorda il filosofo “col suo cranio da bonzo e il suo famoso riso da mandarino che gli tagliava letteralmente il volto, il suo sguardo penetrante anche quando voleva abbassarsi, il suo atteggiamento al contempo premuroso e cerimonioso, tutto in lui all’epoca mi suggeriva un dibattito interiore tra un’acuta tentazione di voluttà e un evidente desiderio di arginare tale tendenza, trasformandola in metodo di ascesi o attività intellettuale”. Per questo forse Foucault si consacra a L’Archeologia del sapere, impressionante opera di epistemologia con la quale tenta di ampliare il suo campo di studi. Pubblicata nel gennaio 1969, l’opera sarà il suo lasciapassare per il Collège de France.

All’Università di Tunisi, le sue lezioni sullo strutturalismo, Cartesio o “la questione dell’uomo nella civiltà occidentale”, sono le più seguite. “Era la star dell’accademia, noi studenti ci accalcavamo nelle aule a decine”, ricorda Fathi Triki, che fu suo allievo e amico prima di divenire professore di filosofia nella medesima facoltà. Il linguista Hammadi Sammoud offre una testimonianza analoga: “Foucault era per noi una forza trainante, un mentore, nessun altro professore aveva così tanto tempo da dedicare a noi e così tante conoscenze da condividere, tanto da continuare i suoi corsi per le terrazze dei café“. Tra lui e gli studenti tunisini è un “colpo di fulmine”, dichiara lo stesso Foucault nel 1967 a “La Presse de Tunisie”, sorpreso da quei giovani “vogliosi di sapere”. Le sessioni pubbliche del venerdì pomeriggio vedono la partecipazione anche di personalità importanti, come il ministro Ahmed Ben Salah, all’epoca pezzo grosso del governo.

A Sidi Bou Said i posti preferiti del filosofo si trovavano dalla parte “selvaggia” del villaggio: prima una villa allestita nelle ex scuderie dello sceicco el-Bechir, poi, dopo un anno, il piano superiore in una casa con terrazza vista mare. Sua vicina all’epoca è Tanya Matthews, voce della BBC tunisina per quarant’anni. Vedova un po’ capricciosa, fa parlare molto i compaesani a causa delle sue tante avventure con giovani “efebi” che dicevano di lei che “scopa molto bene, ma paga molto male”. Un’intera epoca riassunta in un aneddoto. Foucault appartiene a quell’epoca.

(continua)

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