Milano (Giacomo Leopardi)

A Carlo Antici, Roma 

Milano 20 Agosto 1825

Carissimo Zio. Ricevetti ieri la sua dei 14, nella quale non trovo nulla di amaro, come Ella mi dice. Tutto è dolcissimo e amorosissimo, e di tutto io cercherò di approfittarmi con ogni mio potere. Senza farle alcun complimento circa l’operato da Lei in mio favore, mi basterà di assicurarla che il mio affetto e la mia gratitudine verso Lei è quale e quanta si richiede per corrispondere a tanto amor suo. Al cavaliere de Bunsen la prego a fare in mio nome quei complimenti e quei ringraziamenti che meritano i suoi favori. Aspetterò l’esito della trattativa, e intanto Ella non dubiti del più rigoroso segreto per mia parte.
Io vivo qui poco volentieri e per lo più in casa, perché Milano è veramente insociale, e non avendo affari, e non volendo darsi alla pura galanteria, non vi si può fare altra vita che quella del letterato solitario. Partirò subito che me lo permetterà la buona creanza verso lo Stella e che sarò libero dalle faccende letterarie che ho per lui il che non sarebbe se non di qui a qualche anno, secondo l’intenzion dello Stella, ma secondo la mia, sarà dentro il mese prossimo.
Lo Stella ed io siamo tanto grati al degnissimo Monsignor Invernizzi, quanto edificati e maravigliati della sua modestia, cosa veramente rara tra letterati. Lo Stella lo prega a credere e lo assicura che di qualunque genere sieno i suoi lavori sopra Cicerone, e qualunque sia la mole de’ suoi manoscritti o stampati che li contengono, non solo non si chiamerà aggravato dalla spesa del loro trasporto, ma anzi gli sarà tenutissimo se egli vorrà consegnar tutto al Signor Olmi, perché il tutto passi qui nelle mani del rispettabile letterato che attende alla nuova recensione del Cicerone, il quale avrà tutto il possibile riguardo all’onore di Monsignor Invernizzi, e lo nominerà con tutta quella lode che merita, tacendo interamente quello che non fosse trovato opportuno al nuovo lavoro. Intanto, non essendo stata mai finita l’edizione del Beck, lo Stella ordina che sia consegnato subito a Monsignore un esemplare di quella dell’Ernesti, se si trova costì; diversamente, esso medesimo gliene spedirà uno di qua, incaricandosi delle spese del trasporto.
Col signor Conte Alborghetti, uomo veramente buono ed amabile, farò le sue parti la prima volta che lo rivedrò. La prego dei miei affettuosi saluti e doveri alla sua famiglia, e persuaso che se in questa mia dimora a Milano io sarò buono a servirla in qualche cosa, Ella mi vorrà favorire dei suoi comandi, col solito affetto mi ripeto suo tenero e gratissimo nepote.

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A suo fratello Carlo, a Recanati.  

Milano, 7 settembre 1825.

Carluccio mio, Ho ricevuta la tua spiritosa, ingegnosa e filosofica lettera dei 15. (Obiter, io sfido tutti i letterati e belli spiriti di Milano a scrivere la metà di una lettera simile). Tu ti sei subito avveduto di quella faticosissima attività che è necessaria, non solo per figurare, ma per essere da quanto sono gli altri anche in una semplicissima conversazione di gran mondo. Credimi che quest’attività non è dei soli Settentrionali, ma dei Francesi molto più, e dei Meridionali, e in somma di tutti, fuorchè dei Marchegiani, che in massa sono i soli che diano alla vita il suo vero valore, e senza esagerazione sono i più filosofi, e per conseguenza i più birbanti del mondo. Ma tu non hai ben compreso il sentimento della mia lettera…
Del resto, e in casa e in Milano, io sono stato sempre très à mon aise. Quello spirito di osservazione curiosa e insolente che tu notasti in Sinigaglia vi fu notato anche da me, e mi parve che arrivasse a un grado da far perdere la pazienza anche a un mio pari; quantunque io trovassi la città già piena di gente e di fracasso, ch’era un inferno. Ma da ciò tu non devi prendere idea della capitale. Quel che ti scrissi di Milano fu una mia osservazione precipitata. Il fatto si è che in Milano nessuno pensa a voi, e ciascuno vive a suo modo anche più liberamente che in Roma. Qui poi, cosa incredibile ma vera, non v’è neppur una società fuorchè il passeggio, ossia trottata, e il caffè; appunto come a Recanati, nè più nè meno. Roma e Bologna, in questo, sono due Parigi a confronto di Milano. Vedi dunque quanto io era lontano dal provare il senso dello scoraggiamento per non poter far figura in un luogo dove nessuno la fa, e dove centoventi mila uomini stanno insieme per caso come centoventi mila pecore. Tanto più ch’io non m’era scoraggito niente a Bologna, e che in verità non mi sono mai trovato inferiore a nessuno nelle società dove sono stato o a Bologna o qui. Il che non lo debbo ad altro che a quella perfettissima indifferenza che abbiamo tanto desiderata, e che ho finalmente ottenuta e radicata in modo che non ha più paura. Io desidero però molto di partir di qua, perchè mi secco; e da Bologna ho lettere pressanti di un signore veneziano, giovanetto ricchissimo e studiosissimo, che par che metta dell’ambizione in avermi seco, e in dire che egli mi ha fatto tornare e restare in Bologna. Non ti dirò quanto io spasimo di rivederti. Se l’impiego si ottenesse, io ti potrei riveder quasi subito, perchè partirei di qua immediatamente, e le occupazioni dell’impiego credo che mi lascerebbero bene il tempo di venir costà, ed anche spesso, e starci molto. Del baule è vero quel che hai sentito, ed è una cosa naturalissima, ma non ho spazio che basti a spiegartela. Salutami il dottor Prosperi, e dimmi se ha ricevuto il libro che gli commisi a Bologna. Se vedi Puccinotti, salutamelo caramente, te ne prego. Lascio, perchè la carta è finita. Ti bacio. Addio, Carluccio mio, Parlami lungamente di te ogni volta che mi scrivi.