Milano Marcia

Parlando ancora di Milano (le lettere del Leopardi non erano per caso), la marcia pro-immigrazione di ieri è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Vederli così, tutti uniti, ottimati ex-tutto ora zelantemente piddini a braccetto con le “avanguardie di un nuovo stile di vita”, sullo sfondo di una “politica” impegnata a farli incontrare in favore di telecamera, mi ha riempito di indicibile tristezza.

Ad aggravare lo sconforto, le circostanze in cui si è verificato tutto questo, a poco più di una settimana dalla retata in Stazione Centrale che aveva restituito qualche zolla di spazio pubblico alla legalità: era prevedibile un conto ideologico salato, per quei pochi giorni in cui gli indigeni avevano goduto del privilegio di attraversare il piazzale senza sottostare ad angherie e insulti. Ci si era illusi che fossero bastati i piagnistei sul “rastrellamento” a placare l’indignazione degli ottimati. D’altronde lo stesso sindaco aveva criticato il blitz senza tuttavia proporre soluzioni alternative al problema (vanno benissimo i controlli periodici e poco “invasivi”, ma non dovrebbe pensarci lui?). Credevamo appunto che l’autodafé sulla “Milano razzista” fosse tutto sommato un compromesso accettabile con le esigenze di sicurezza dei plebei: invece hanno dovuto fare anche il corteo, occupare mezza città per confermare che il più microscopico briciolo di legalità va conquistato a lacrime e sangue.

Non è però soltanto una questione di “circostanze”: a questo punto si impone una riflessione più generale sul perché Milano ha sempre meno da dire all’Italia e all’Europa, nonché al mondo intiero (tralasciamo per ora il sistema solare). Una piazza che attesta l’allargamento massimo della forbice tra patrizi e poracci è stato forse il punto più basso toccato negli ultimi anni. Li abbiamo visti proclamarsi ore rotundo la “Milano perbene”: fino a poco fa il perbenismo non era considerato un valore, ma evidentemente i tempi sono cambiati.

Ciò nonostante, come detto, per inquadrare meglio la situazione è necessario sorvolare sulle “circostanze” e lasciar perdere, per esempio, il fatto che questo bailamme sia servito indirettamente a mascherare lo squallore del “patto coi comuni”, il nuovo piano di redistribuzione che ancora una volta scarica tutto il peso dell’immigrazione sulle periferie. Non accenniamo nemmeno all’insostenibilità di altri cinque anni di centro-sinistra, che solitamente i milanesi votano solo per farsi qualche annetto di quaresima (o ramadan, se vi par meglio), per poi tornare ad apprezzare le buone cose di pessimo gusto come l’ordine pubblico, le strade pulite, la cementificazione, gli sgomberi violenti, la dominazione asburgica eccetera.

Dicevamo, invece, di Milano: intorno a questa città negli ultimi anni si è creata un’insopportabile mitologia provinciale, esplosa nel dopo-Expo con tutti crismi e sacrismi che abbiamo imparato a conoscere. Eppure non mi pare che la “capitale morale” offra chissà quali opportunità, a meno di non essere, appunto, un “miliardario” (uso il termine in senso metaforico, perché dall’avvento dell’euro non serve avere i miliardi per esser considerato tale, basta essere uno di quelli che sta bene, uno che ce l’ha fatta, magari proprio perché è riuscito a far da “cinghia di trasmissione” fra piddini e immigrati). Sembra ormai che gli stessi italiani abbiano smesso di crederci: non dico quelli provenienti da chissà quale suburra borbonica, ma persino i più civilizzati come i livornesi e i salernitani (le uniche etnie con le quali talvolta riesco a socializzare: il resto è già “Africa”, res nullius).

È anche vero che i miei criteri per giudicare se valga la pena vivere in una città sono, per l’appunto, molto leopardiani (in effetti non una cosa di cui vantarsi), e possono naturalmente differire da quelli di chi l’altro giorno ha deciso di sfilare per l’“integrazione”. Visto che siamo già in ballo, tanto vale enunciarli; per farla breve, li riduco a tre: 1. Opportunità di crescita; 2. Possibilità di star bene da soli; 3. Qualità della letteratura.

Riguardo al primo punto, la manifestazione di ieri mi ha confermato che a Milano si può vivere bene solo con la mentalità di un sedicenne. Se il massimo della tua prospettiva è comprarti il fumo con la paghetta settimanale vita natural durante, allora sei nel posto giusto: in tal caso, quelli che “ce la fanno” sono appunto le “cinghie di trasmissione” che permettono alla “forbice” di allargarsi fino al limite e poi “stringersi” solo in qualche rarissima occasione, quando c’è da “ritagliare” la società secondo la dicotomia fra ricchissimi e poverissimi. Esattamente quello che è successo ieri: chissà quanto mi sarei divertito, a sedici anni (o, per meglio dire, con un cervello da sedicenne), a marciare giulivamente con i fratelli immigrati. La vita a Milano sembra ridursi a questo: una augmented reality della propria adolescenza. Qualcuno potrebbe trovarlo poetico (per certi versi lo è), ma dopo un po’ l’incantesimo si spezza. La bohème di massa è logorante, la condizione di “eterno figlio” a un certo punto ti fa desiderare di diventare padre altrove, in un luogo dove è ancora consentito esserlo.

E qui veniamo al secondo punto: non può considerarsi civile quella città che non rispetta i diritti dei solitari. Per carità, le fratrie sono bellissime e affascinanti, ma quando diventano la norma, allora è meglio levare le tende. Dovrei raccontare troppo di me stesso per affrontare degnamente la questione, e al momento non credo sia opportuno; perciò saltiamo al terzo punto: la cattiva letteratura.

Gli scrittori milanesi delle ultime generazioni sono dei solitari che strumentalizzano l’arte per fingere di non esser soli. Costoro hanno portato inconsciamente alle estreme conseguenze le geremiadi del grande recanatese: «a Milano non vi si può fare altra vita che quella del letterato solitario». Anche questa osservazione, all’apparenza insignificante, dimostra che la città non ha quasi più nulla da dire e l’unica ambizione possibile rimane quella di baloccarsi con le proprie mitologie personali, nella speranza di crearsi un pubblico come surrogato di “popolo”. Un giorno sarà interessante indagare su come la cattiva letteratura abbia prodotto sia tangentopoli che l’estetica dell’aperitivo, e sulla segreta affinità tra i due fenomeni come sintomi di una “incomunicabilità” reale, che è appunto irrappresentabile (ma l’estetica dell’irrappresentabile è altra cosa, essendo mediata, riflessiva, non vissuta).

Uno stock character diffuso in questo tipo di letteratura (non faccio nomi per “carità di patria”), è quello della donna refugium peccatorum: sfido chiunque a trovare una femme fatale nella letteratura milanese degli ultimi trent’anni (il cinema, contando ancora su un pubblico, deve essere per forza più sincero). Sono tutte Mary Sue: La femmina irreale, complice nei gusti e nelle illuminazioni, che attraversa tutto il “romanzo di una città” e sublima in entusiasmanti epifanie metropolitane la mediocrità delle scritte sui muri o la vacuità delle rapsodie da domenica pomeriggio.

Bene, tale donna non esiste (almeno non a Milano) ed è solo con questa consapevolezza che si percepisce la profonda dissociazione dei milanesi: qui peraltro stiamo parlando di un livello alto, ma immaginate quel che accade nei bassifondi della coscienza, tra chi si spacca la schiena per “farcela” o chi crede di aver trovato Lamerica. Purtroppo persino la psicologia è passata di moda, altrimenti chissà quanti spunti d’analisi troverebbe anche nella più banale delle conversazioni da tram, quando l’unico punto di contatto tra un milanese e l’altro è solo il desiderio di andarsene via. Milano marcia, verso il nulla.

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