Morire per la causa. Martirio e suicidio nell’estrema destra

Traduciamo questa nota del sociologo tedesco Daniel Koehler (esperto di de-radicalizzazione) come contributo ai nostri studi sul rapporto tra suicidio e militanza. Importante il passaggio sugli “incentivi culturali”, nonostante ignori la prospettiva della disparità fra tali incentivi nel confronto tra Occidente ed Oriente.

“Uccidetevi anziché ribellarvi!” Sul suicidio come gesto politico

Dying for the Cause? Not really.
The Far-Right has its own take on ‘martyrdom’

(Daniel Koehler, 22 ottobre 2020)


Gli attacchi suicidi sono praticamente inesistenti nel terrorismo di estrema destra. Un recente studio dei riferimenti sottoculturali, strategici e storici del martirio, del sacrificio di sé e del suicidio nell’estrema destra contemporanea ne mostra le ragioni, evidenziando la peculiare mitologia politica del “martirio” che caratterizza questo ambiente estremista.

Immediatamente dopo che il diciassettenne Kyle Rittenhouse è stato arrestato per aver ucciso 2 persone con un fucile d’assalto durante le proteste di Kenosha del 25 agosto 2020, all’interno dell’estrema destra ha iniziato a prendere piede un rapido processo di idolatria: Rittenhouse per molti è diventato una sorta di “eore americano”. I meme che lo glorificano, le campagne di raccolta fondi a suo sostegno e persino il cosplay durante i raduni estremisti sono alcuni esempi del culto che lo circonda.

Forme simili di mitizzazione sono comuni in altri ambienti politicamente più estremisti, come il suprematismo bianco o l’area neonazista. È il caso di Anders Breivik (che ha ucciso 77 persone il 22 luglio 2011 in Norvegia), Dylann Roof (colpevole dell’assalto a una chiesa il 17 giugno 2015 a Charleston) o Brenton Tarrant (che ha ucciso 51 persone il 15 marzo 2019 in una moschea di Christchurch, Nuova Zelanda). Breivik è divenuto un modello da seguire, il taglio a scodella di Roof un simbolo dalle comunità virtuali neonaziste e Tarrant è stato addirittura “beatificato” negli stessi ambienti attraverso meme in cui il suo volto è sovrapposto a quello di martiri e santi cristiani.

Questi casi hanno però un elemento in comune: i terroristi sono sopravvissuti ai loro attacchi. Nessuno di loro è un “martire” nel senso proprio della parola, poiché non uno di essi è “morto per la causa”. Più in generale, i terroristi di estrema destra non usano quasi mai tattiche suicide per i loro attacchi, né si suicidano per evitare l’arresto. Un recente studio ha esaminato le ragioni di ciò, valutando riferimenti sottoculturali, manuali strategici di estrema destra e il modello del culto del martirio nazista nell’estrema destra contemporanea (Daniel Koehler, Dying for the cause?…, “Behavioral Sciences of Terrorism and Political Aggression”, settembre 2020).

Ovviamente esistono casi di terroristi o assassini di estrema destra che si suicidano prima dell’arresto. Prendiamo l’esempio del suprematista bianco Wade Michael Page, che dopo aver ucciso 6 persone il 5 agosto 2012 in un attacco a un tempio Sikh del Wisconsin, ha rivolto l’arma contro se stesso. In modo simile, i neonazisti tedeschi Uwe Böhnhardt e Uwe Mundlos si uccisero a vicenda prima di venire arrestati per una serie di omicidi e attentati che durò oltre un decennio. Anche Dylann Roof avrebbe tentato il suicidio, ma non ci è riuscito. Tuttavia, vivere per combattere un giorno in più sembra essere il requisito principale per ottenere un seguito su larga scala nell’estrema destra.

Come ha dimostrato Cynthia Miller-Idriss nel suo pioneristico The Extreme Gone Mainstream, la moderna sottocultura di estrema destra include numerosi riferimenti alla morte. Tipicamente, si presentano in tre forme: (1) morte astratta (la Totenkopf delle SS); (2) morte collettiva (la morte di una nazione o un gruppo d’appartenenza come minaccia esistenziale allo scopo di evocare la restaurazione o la salvezza dalla distruzione attraverso la violenza); e (3) morte specifica (ad esempio, essere “soldati politici”).

Una persona si sacrifica per salvare la nazione dalla distruzione. Morire per la propria razza, nazione o come soldato in battaglia sono tematiche onnipresenti nella musica, nell’abbigliamento, nella letteratura o in altri prodotti sottoculturali dell’estrema destra. Allora perché il terrorismo e la violenza di destra sono quasi completamente privi di tattiche suicide in senso stretto (per cui la morte del perpetratore farebbe parte dello schema di attacco)?

Un’ipotesi fondamentale sul terrorismo suicida, la cosiddetta “teoria della scelta razionale”, sostiene che affinché una tale tattica venga adottata su larga scala all’interno di un dato ambiente estremista, devono esserci incentivi personali, sociali e religiosi. Questo è un buon punto di partenza: anche se l’estrema destra è un ambiente eterogeneo, difficilmente si possono trovare incentivi in queste categorie. Non c’è da aspettarsi sostegno religioso al suicidio nelle fazioni influenzate dal fondamentalismo cristiano. Molto più presente è il concetto di “lotta fino alla fine” [fight till the end] esaltato dai neopagani appassionati di divinità norrene e cultura guerriera vichinga.

La lotta “a lungo termine” ha poco da offrire anche in termini di incentivi sociali o personali. Non è nota nell’estrema destra la pratica di provvedere alle famiglie dei membri che si sono suicidati. Al contrario, quelli che si sono ammazzati durante un attacco non sono nemmeno lontanamente celebrati nella sottocultura (musica, abbigliamento, meme ecc.) rispetto ai “sopravvissuti”.

L’estrema destra contemporanea afferma in modo palese che la morte deve essere accettata dai suoi appartenenti come conseguenza della lotta “fino alla fine” per la causa, vale a dire che il “soldato politico” deve sopportare di venire stigmatizzato, ostracizzato e infine anche ucciso dal nemico. La fermezza di fronte a un avversario superiore e la volontà di continuare a combattere è generalmente vista come la più alta virtù in questo ambiente. Tutto ciò si collega al modello del martire nella Germania nazista, che sacralizzava anche quei militanti che furono uccisi durante gli scontri con i comunisti, come l’Horst Wessel dell’inno del partito nazionalsocialista: i Blutzeugen (“testimoni del sangue”).

I manuali strategici dell’estrema destra includono raramente riferimenti al terrorismo suicida. Una notevole eccezione sono i Turner Diaries, considerati “una delle opere più influenti di propaganda estremista in lingua inglese”. I capitoli XIV e XVI descrivono la pianificazione di un attacco suicida contro centrali elettriche tramite uso di materiale radioattivo. Al protagonista viene infine impartito l’ordine di schiantarsi contro il Pentagono con un aereo dotato di una testata nucleare. Altri importanti manifesti o manuali strategici (ad esempio, The Great Replacement di Tarrant o 2083 – A European Declaration of Independence di Breivik) sono molto più incentrati sul tema del “soldato politico”: trovare la bella morte nella battaglia per la salvezza della razza bianca.

In breve, all’interno dell’estrema destra contemporanea, i riconoscimenti personali, sociali e religiosi/ideologici sono perlopiù orientati a incentivare omicidi-suicidi o la morte per mano del nemico (comprese le forze dell’ordine) nelle forme più estreme. Lo status di “martire” è solitamente riservato a coloro che mantengono l’impegno ideologico anche di fronte alla persecuzione, alla prigionia e all’ostracismo.

In conclusione, è corretto osservare l’improbabilità che dagli ambienti di estrema destra scaturiscano tattiche suicide. Ciò rimane vero anche se alcuni gruppi hanno espresso ammirazione per il martirio jihadista e il terrorismo suicida in generale. Molto più probabili, e non meno dannose, le tattiche di attacco che includono omicidi-suicidi, con una particolare connotazione ipermascolina orientata verso il “lupo solitario” glorificato dall’estrema destra, l’eroe-guerriero che sceglie di “combattere fino alla fine”.

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