Aldo Moro, il Mossad e l’abbattimento dell’Argo 16

Mi piacerebbe entrare in punta di piedi nel campo della “morologia”, ma per avere una possibilità di aggiungere qualcosa di nuovo all’Affaire talvolta dovrò comportarmi come il proverbiale elefante nella cristalleria. Ed è così che probabilmente apparirò nell’affrontare uno degli ennesimi punti dolenti della recente storia italiana: l’abbattimento, nel novembre 1973, dell’aereo Dakota “Argo 16”, di ritorno da una missione segreta in Libia con la quale aveva deportato dei terroristi arabi arrestati a Ostia su segnalazione del Mossad, poiché intenzionati a colpire le linee aeree israeliane in Italia.

La tesi condivisa da molti (compreso Cossiga) è che si sia trattata di una rappresaglia dei servizi segreti israeliani, sia per lo “sgarro” di non aver consegnato gli aspiranti terroristi che come ritorsione per il famigerato “Lodo Moro”. Se ci troviamo costretti a parlarne è perché la vicenda ritorna continuamente in tutta la letteratura dedicata allo statista democristiano.

Per esempio, nelle Lettere dalla prigionia emergono per la prima volta i dettagli della “tregua” stipulata durante la guerra del Kippur tra l’allora Ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questo tuttavia non deve in automatico far ipotizzare un orientamento esclusivamente filo-arabo da parte dei governi di allora: come annota Miguel Gotor (curatore del tragico epistolario), «negli stessi mesi dell’autunno 1973, il governo italiano, nell’ambito di una condivisa vocazione euroatlantica, ave[va] più di una politica estera e di intelligence sul fronte mediterraneo in fibrillazione e collabora[va] segretamente sia con gli arabi, sia con gli israeliani, a tutela dei propri interessi nazionali, sul piano economico e politico».

È con questa consapevolezza che l’ammiraglio Fulvio Martini, durante l’audizione del 6 ottobre 1999 alla Commissione d’inchiesta sul terrorismo in Italia, negò apertamente il coinvolgimento israeliano nell’abbattimento del Dakota, attestando invece il sostegno logistico del SID in favore dell’esercito sionista colto di sorpresa dall’attacco egiziano:

«Non credo alla teoria della partecipazione israeliana all’incidente dell’Argo 16. Tra l’altro, il figlio del pilota deceduto, che è un ufficiale d’aeronautica, accetta pienamente le conclusioni a cui è giunta la commissione d’inchiesta rispetto alla morte di suo padre. I tre terroristi palestinesi furono trasportati dall’aereo Argo 16 – non ricordo precisamente in quale giorno, credo verso la fine del settembre 1973 – a Malta e da qui mandati in Libia con un aereo dell’Aeronautica militare ed accompagnati dal vicedirettore del Servizio di allora, il generale Terzani, deceduto successivamente per malattia. Il Servizio allora non possedeva aerei e quindi utilizzava un aereo del SIOS che effettuava delle missioni speciali e che si chiamava Argo, così detto, come notizia generale, perché effettuava in quel periodo le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava e quindi veniva definito “Argo dai cento occhi”.
L’ordine di portare via i tre terroristi venne dato dal Governo e il SIOS con l’aereo ed i Servizi hanno rappresentato semplicemente i vettori, non hanno alcuna responsabilità. Inoltre, ritengo che ammazzare quattro poveri cristi e buttar giù un vecchio aereo non avesse senso, e ipotizzarlo significa anzi offendere l’intelligenza del Mossad. In ogni caso subito dopo scoppiò la guerra del Kippur e l’aereo ricordo che cadde alla fine del conflitto, mi sembra ai primi di novembre, non lo ricordo con precisione. Durante la guerra Israele e il Mossad hanno accumulato tali e tanti debiti nei riguardi dell’Italia e del servizio italiano che pochi conoscono. In quel periodo ero imbarcato ed avevo il comando del Vittorio Veneto ed avevo lasciato il Servizio per effettuare il mio anno di imbarco; successivamente, alla fine del 1973, sono tornato al Servizio ad occupare il posto che avevo prima. Durante la mia assenza il mio Ufficio ha lavorato ventiquattr’ore su ventiquattro, per fornire informazioni che agli israeliani sono servite in maniera assolutamente vitale durante i primi giorni dell’offensiva egiziana. Ci sono stati dei momenti in cui non hanno neanche vagliato le notizie che gli abbiamo fornito decidendo delle operazioni militari soltanto sulla base dei nostri dati. Al riguardo, posso dare un altro particolare che non credo rappresenti un segreto di stato: gli israeliani rimasero a corto di munizioni per i cannoni da 76 imbarcati sulle loro motovedette, e noi provvedemmo a fornire il munizionamento per ordine del Governo italiano –ovviamente– per le motovedette israeliane. Tenete presente che una cosa del genere non è stata fatta mai per nessuno, del resto nessuno si era mai trovato in una situazione del genere. Quando sono stato sbarcato mi hanno invitato in Israele dal momento che avevo espresso un parere in merito ad un possibile attacco egiziano; allora c’era la Commissione Agranat che stava studiando gli eventuali errori compiuti. Infatti la guerra del Kippur è stata uno shock per Israele perché per la prima volta i Servizi informativi hanno funzionato malamente. Subito dopo, Israele ha utilizzato il vecchio SID per alcune missioni estremamente riservate che non era in condizione di fare. Mi domando: in nessun Servizio del mondo, neanche in quello del Biafra, ammesso che ne abbia uno, si butta giù un aereo dopo aver accumulato tutti questi crediti nei riguardi di un Servizio. Questa è la ragione».

Naturalmente neppure una testimonianza di tale livello ha impedito alla vicenda di trasformarsi in pietra angolare per quelle ricostruzioni intenzionate a dimostrare una avversione quasi esclusiva da parte del Mossad nei confronti di Moro. Credo che in ultima analisi sia però fuorviante assumere come prodromo al rapimento una vicenda sulla quale esistono poche certezze, e forse le uniche sono proprio quelle che “scagionano” gli israeliani. Una testimonianza notevole, da questo punto di vista, è quella dell’ex agente Victor Ostrovsky, che nel volume Attraverso l’inganno (Interno Giallo, Milano, 1991), dopo aver attribuito ai servizi con cui collaborò i peggior misfatti, quando si tratta di affrontare la questione del Dakota caduto è forse uno dei pochi momenti in cui si dimostra dubbioso:

«[Nell’autunno del 1973] il comandante dei servizi segreti italiani era molto vicino al Mossad, tanto che italiani facevano spesso viaggi nei Paesi arabi portando macchine fotografiche nascoste, con cui scattavano foto alle installazioni militari arabe e poi le passavano agli israeliani. Tuttavia, pur avendo colto in flagrante dei terroristi in possesso di due missili a ricerca calore, gli italiani ne rilasciarono immediatamente su cauzione due, che lasciarono Roma. Gli altri tre furono consegnati alla Libia, ma il primo marzo 1974 (sic!?), dopo averli trasportati in quel paese, l’aereo Dakota su cui avevano volato esplose nel viaggio di ritorno verso Roma, causando la morte del pilota e di tutto l’equipaggio. Sull’attentato è ancora in corso un’inchiesta della polizia. Gli italiani sostengono la responsabilità dei Mossad, ma non è vero: è più probabile che sia stata l’OLP, forse perché ritenevano che i membri dell’equipaggio avessero visto troppe cose, o potessero riconoscere gli uomini durante qualche altra operazione. Se fosse stato il Mossad, l’aereo sarebbe esploso con i terroristi a bordo» (pp. 178-9).

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