Nessun processo per il ruolo di Israele nel genocidio bosniaco: “potrebbe danneggiare le relazioni internazionali di Tel Aviv”

Supreme Court rules against exposing Israel’s role in Bosnian genocide
(+972 Magazine, 5 dicembre 2016)

(Srebrenica)

La Corte Suprema respinge una petizione che chiede di rivelare i dettagli delle esportazioni di armi all’esercito serbo durante il genocidio bosniaco, evocando eventuali danni alla reputazione internazionale di Israele

La Corte Suprema israeliana il mese scorso ha respinto una petizione per rivelare i dettagli delle esportazioni militari israeliane nell’ex Jugoslavia durante il genocidio in Bosnia negli anni ’90. La Corte ha stabilito che sentenziare sul coinvolgimento israeliano nel genocidio danneggerebbe le relazioni estere del Paese, la cui rilevanza è più importante del’eventuale azione penale nei confronti delle persone coinvolte.

L’avvocato Itay Mack e il professor Yair Oron hanno presentato alla Corte prove concrete delle esportazioni di fucili e munizioni da Israele all’esercito serbo, compresi anche corsi di addestramento militare. Tra le altre cose, hanno portato il diario personale del generale Ratko Mladić, attualmente sotto processo presso la Corte internazionale di giustizia, nel quale sono esplicitamente menzionati i legami tra Belgrado e Tel Aviv durante la guerra.

Le esportazioni sono avvenute dopo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva posto un embargo sulle armi in varie parti dell’ex Jugoslavia e dopo l’emersione di una serie di testimonianze che esponevano il genocidio e la creazione di campi di concentramento.

La risposta del Procuratore di Stato e il rifiuto da parte della Corte a procedere sono un’ammissione di fatto da parte di Israele di aver collaborato con il genocidio bosniaco: se il governo non avesse nulla da nascondere, i documenti in discussione non costituirebbero alcuna minaccia per le relazioni estere.

Nel 1995 trafficanti d’armi israeliani in collaborazione con dei francesi hanno fornito alla Serbia missili LAW. Secondo i rapporti del 1992, una delegazione del Ministero della Difesa israeliano arrivò a Belgrado e firmò un accordo per la fornitura di proiettili.

Lo stesso generale Mladić, ora sotto processo per crimini di guerra e genocidio, ha scritto nel suo diario che “da Israele propongono una lotta comune contro gli estremisti islamisti: si sono offerti di addestrare i nostri uomini in Grecia e offrire una scorta gratuita di fucili di precisione”. Un rapporto preparato su richiesta del governo olandese sulle indagini sugli eventi di Srebrenica contiene quanto segue: “Belgrado considerava Israele, Russia e Grecia i suoi migliori amici. Nell’autunno 1991 la Serbia ha concluso un accordo segreto sulle armi con Israele”.

Nel 1995 è stato riferito che i trafficanti d’armi israeliani hanno fornito armi all’esercito serbo-bosniaco della Republika Srpska, probabilmente con la segreta acquiescenza da parte del governo israeliano.

I serbi non furono le uniche parti in questa guerra a cui i trafficanti d’armi israeliani hanno tentato di vendere armi: secondo i rapporti, ci fu un tentativo di concludere un accordo anche col regime croato antisemita, che alla fine fallì. Inoltre ci sono testimonianze di attivisti per i diritti umani che affermano che l’accordo sulle armi coi serbi ha permesso agli ebrei di fuggire da Sarajevo assediata.

Mentre tutto ciò avveniva in relativa segretezza, pubblicamente il governo di Israele esprimeva rammarico per la situazione, come se si trattasse di cause di forza maggiore e non di un massacro provocato dall’uomo. Nel luglio 1994, l’allora presidente del comitato per le relazioni estere e la difesa della Knesset Ori Or visitò Belgrado e disse: “Sappiamo bene cosa significa essere boicottati. Ogni risoluzione delle Nazioni Unite contro di noi è stata presa con una maggioranza di due terzi”. Al Gore, il vicepresidente degli Stati Uniti d’allora, convocò l’ambasciatore israeliano e avvertì Israele di non proseguire nel suo intento

Peraltro nel 2013 Israele non ha avuto problemi a estradare in Bosnia-Erzegovina un cittadino immigrato in Israele sette anni prima e ricercato per sospetto di coinvolgimento in un massacro nel 1995. In altre parole, lo stesso Stato ebraico riconosce la gravità del problema.

La sessione della Corte Suprema si è tenuta ex parte, cioè ai firmatari non è stato permesso di ascoltarla. I giudici Danziger, Mazouz e Fogelman hanno respinto la petizione e hanno accettato la posizione dello Stato secondo cui rivelare i dettagli delle esportazioni israeliane in Serbia durante il genocidio avrebbe danneggiato le relazioni di Israele e che tale pericolo eccedeva l’interesse a denunciare l’accaduto.

Questa sentenza è grave, soprattutto per la certezza del tribunale che una sentenza avrebbe causato alle relazioni estere di Israele. All’inizio di quest’anno, la stessa Corte Suprema ha respinto una richiesta analoga riguardante le esportazioni di armi durante il genocidio in Ruanda, eppure un mese dopo lo stesso Stato ebraico ha dichiarato che le esportazioni erano state interrotte sei giorni dopo l’inizio dei massacri. Se anche lo Stato non vede alcun danno nel rivelare – almeno in parte – queste informazioni riguardanti il ​​Ruanda, perché un mese prima era stato imposto una censura radicale sull’argomento?

In secondo luogo, è nell’interesse del pubblico esporre il coinvolgimento dello Stato nel genocidio, anche attraverso i trafficanti di armi, a maggior ragione in una nazione fondata sull’Olocausto. Fu per questo motivo che Israele, ad esempio, ignorò la sovranità argentina sequestrando Eichmann per processarlo sul suo stesso territorio. È nell’interesse non solo degli israeliani, ma anche di quelli che sono stati vittime dell’Olocausto. Quando il tribunale considera i crimini di guerra, è giusto che consideri anche il loro interesse.

La sentenza della Corte Suprema potrebbe indurre a concludere che maggiore è il crimine, più facile è occultarlo. Maggiore è il numero di armi vendute, maggiore sarà il danno alle relazioni e alla sicurezza estere dello Stato in caso di esposizione di tali crimini e il peso del presunto danno avrà sempre la precedenza sull’interesse pubblico. Questo è inaccettabile. Trasforma i giudici – come hanno affermato i firmatari – in complici.

Lo stato deve affrontare una serie di richieste simili per quanto riguarda la sua collaborazione con gli assassini della junta argentina, il regime di Pinochet in Cile e lo Sri Lanka. Il procuratore Mack intende presentare altri casi entro la fine dell’anno: anche se è nell’interesse dello stato rifiutare queste petizioni, la Corte Suprema deve smettere di aiutare a nascondere questi crimini, se non per perseguire gli autori di atrocità passate, almeno provare a fermarli nel nostro tempo.

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