Obama è stato già arrestato e intanto adesso è in galera

 

A partire dal 10 maggio Donald Trump ha iniziato a postare a raffica su Twitter allusioni a un famigerato “Obamagate”, che in due parole si può sintetizzare come un tentativo di golpe bianco avvenuto alla fine del 2016 per impedire al Presidente entrante di ufficializzare la sua vittoria col giuramento, attraverso un impeachment “preventivo” costruito su false prove di una collusione tra il candidato repubblicano e il Cremlino.

Sì, la campagna elettorale americana è già entrata nel vivo, forse un po’ in anticipo rispetto a quanto si aspettasse, sia per la repentina (ma alla fin fine scontata) vittoria alle primarie di Joe Biden che per il caos generato dalla pandemia di coronavirus. Lo dimostra, tra le altre cose, la somiglianza tra il clamore suscitato dal Nostro riguardo a un possibile arresto del suo predecessore con quella bruciante battuta che inaugurò il secondo dibattito con la Clinton: “È una fortuna che uno come Trump non sia presidente” – “Perché tu saresti in galera” (Because you’d be in jail).

Solo una spacconata, dunque. Non del tutto campata in aria, però, se ricordiamo per esempio lo sgarbo istituzionale di cui si rese protagonista Obama nel momento in cui, nel dicembre 2016 (quando era ormai solo formalmente “comandante in capo”), espulse 35 diplomatici russi per spionaggio.

Non sappiamo  in verità cosa si celasse dietro quella grave decisione, a meno di non voler sposare interamente la boutade elettorale di Trump e credere che il pallido (dal punto di vista politico, s’intende) Barack, in combutta con Biden, volesse incastrare Trump colpendo uno dei suoi uomini, il generale Michael Flynn, che in alcuni colloqui privati con l’allora ambasciatore russo negli States Sergej Kisljak avrebbe promesso a Mosca l’annullamento delle sanzioni.

Si può ammettere che la mossa di Obama sia stata assolutamente inedita nello scenario politico americano, il quale non ammette stonature nel passaggio di poteri da un presidente all’altro, tuttavia è inutile al momento perdersi in futili esercizi di fantapolitica, che in fondo si riducono a una neanche troppo elaborata forma di larping.

Quello di cui si può essere abbastanza sicuri è che la storia non finirà come in quel simpatico video in cui Trump, assieme al Procuratore generale William Barr e l’avvocato John Durham (uno degli uomini da lui scelti per “smontare” il Russiagate), arresta uno spaesato Obama senza tanti complimenti.

Per il resto, lasciamo ad altri il compito di “crederci sul serio”, anche correndo il rischio di bucare la notizia nel caso che il primo Presidente nero venisse in qualche modo lievemente sfiorato da un’inchiesta. L’unico punto sul quale sarebbe possibile formulare l’accusa (ma è quasi un cavillo) è il desecretamento del nome di Flynn dalle intercettazioni delle sue discussioni con l’ambasciatore russo, a quanto pare suggerito da Biden in persona per ovvie ragioni politiche.

E politici, più che giudiziari, saranno appunto i risvolti del caso, dal momento che alle imminenti elezioni Trump potrà giocarsi anche questa carta contro il suo prossimo avversario: il tentativo di distruggere uno dei suoi uomini per colpire indirettamente lui, o addirittura impedirgli di governare.

La “coda” italiana del caso è, sempre dal punto di vista giudiziario, ancor meno interessante: un certo Matteo Renzi (fate tutti i gesti scaramantici che volete) avrebbe offerto una sponda per la raccolta di informazioni sul Russiagate nell’ottobre 2016, in una storica serata di gala alla Casa Bianca, alludendo a evanescenti “interferenze russe” nel referendum costituzionale (perché se non fosse stati per Putin avrebbe vinto col 99% e sarebbe ancora al governo).

Abbiamo seguito (con Gog&Magog) le diramazioni italiane della montatura mediatico-politica, nella misura in cui chiarivano come si trattasse anch’essa di una bufala a scopi propagandistici, ma alla fin fine snobbando -lo ammettiamo- tutto l’interessantissimo “romanzo” che Giulio Occhionero (il noto “hacker” accusato di aver spiato mezza Italia) va compilando su Twitter da almeno due anni.

Russia connection: l’Italia al centro della “cospirazione”

Questo perché tutto sommato in talune vicende l’interessante è meno interessante del banale: non i grandi complotti, gli scontri planetari, le trame spionistiche, ma la natura squallidamente e squisitamente politica di quel che è appunto inerente al politico. Siamo consapevoli, per esempio, che la carta “Russiagate” negli Stati Uniti potrebbe giocarsela chiunque: in più occasioni lo stesso Trump ha accusato Obama di essere al corrente delle interferenze del Cremlino nelle elezioni e di non aver fatto nulla perché certo di una vittoria della Clinton.

Oggi come allora, probabilmente il Presidente non sta che trollando, anche in onore di quella “base” internettiana che ha deciso di sostenerlo proprio per farsi beffe dei meccanismi della democrazia americana (e a un certo punto ha deciso che lo “scherzo” doveva durare a lungo, se non all’infinito).

Il vero “scandalo” legato al Russiagate, per concludere, è che fin troppi analisti un tempo seri abbiano creduto alla favola da Guerra Fredda delle interferenze putiniane: come se un qualsiasi Manchurian Candidate potesse muoversi come un elefante nella cristalleria in un panorama internazionale definito da rigide logiche imperialistiche e geopolitiche.

È forse grazie a Trump che Putin si è preso praticamente mezza Ucraina e ha finalmente dato a Mosca un “posto al sole” attraverso la Siria? C’entra qualcosa Trump, con l’acquisizione di un quinto delle riserve di uranio americane da parte del Cremlino attraverso il rilevamento della compagnia canadese Uranium One avallata dal Dipartimento di Stato guidato dalla Clinton, previa laute mazzette alla stessa Clinton Foundation da parte dei temutissimi “oligarchi di Putin”?

Evidentemente no. Basterebbe seguire la cronaca per rendersi conto che, se da una parte qualsiasi grande potenza “interferisce” nella politica dei suoi satelliti (per fare un esempio a caso, sempre a quella famosa cena di gala Obama dichiarò di “tifare per Matteo anche se al referndum vincesse il no”, avendo dunque messo in conto, in modo lungimirante, la sua sconfitta), dall’altro è consapevole che investire troppe energie in “casa altrui”, arrivando sino al limite di una psy-op, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Questo è uno dei motivi principali per cui credo che anche l’Obamagate finirà in una bolla di sapone: perché così fan tutti. Ovviamente nel caso mi sbagliassi non avrei alcun problema ad ammettere la mia svista: lo spettacolo di Obama in manette varrebbe comunque il “prezzo del biglietto”.

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