L’ombrello dell’euro

Mi stupisce che l’euro non sia mai stato intaccato da quelle invettive che da tempo immemore fanno da ingrediente principale a tanti discorsi, libri, canzonette e film di gusto middlebrow contro gli $porchi dollari in$anguinati. Al contrario sembra che la moneta europea, nonostante a differenza dell’americana non contenga riferimenti a Dio, conservi una sorta di sacralità, di intoccabilità (anche in senso letterale, visto che ce ne passa pochissima tra le mani).

Eppure di materiale ce ne sarebbe: Jean-Claude Trichet, da presidente BCE, ha paragonato la cultura al denaro e le poesie alle monete (oltre a spararle grosse sulla cultura europea in generale: Mosè, Platone, Dante. Il cuore dell’Europa, “Corriere”, agosto 2009). Se neanche di questo possiamo farci beffa, allora più che una moneta (o una poesia), l’euro è forse un editto, o un dogma.

L’unica nota in positiva è che gli apologeti della moneta unica hanno smesso di utilizzare l’imbarazzante espressione “ombrello dell’euro” che ci difenderebbe (a seconda dei casi) dalla crisi, dalla globalizzazione, dal nazionalismo, dal populismo, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dall’India eccetera.

L’ultimo a utilizzare la metafora è stato il ministro delle finanze greco Yannis Stournaras («Per sopravvivere dobbiamo rimanere sotto l’ombrello dell’euro», κάτω από την ομπρέλα του ευρώ). Poi, una volta implementata la cultura della stabilità, si è optato per simboli meno impegnativi.

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