Onore al generale Soleimani e alla Brigata Santa

Doverosa precisazione iniziale: non sono filo-iraniano, anzi non sono filo-nulla. Il mio unico criterio di valutazione sulle questioni internazionali è l’interesse italiano, non perché credo che l’Italia sia il Paese migliore del mondo ma solo perché sono italiano. Ogni persona normodotata dovrebbe ragionare in questi termini.

Detto ciò, trovo assurdo che il generale Qasem Soleimani, “vicepresidente onorario” dell’Iran ucciso dagli americani in una sortita tanto avventata quanto provocatoria, venga definito terrorista. Propaganda di guerra per missioni di pace? Non capisco in primo luogo come si possa oltraggiare in tal modo la memoria di un uomo che è stato appena maciullato, letteralmente fatto a pezzi. Già è un atteggiamento imbelle dal punto di vista umano, figuriamoci politico: quella che Washington definisce “organizzazione terroristica”, cioè la Brigata Santa (Nīrū-ye Qods) è una forza specializzata nel cosiddetto low-level chaos, cioè nel concentrarsi su obiettivi minimi regionali. L’unica azione tecnicamente “terroristica” attribuibile a Soleimani non si è in realtà mai verificata: parliamo dell’assassino pianificato del diplomatico saudita Adel al-Jubayr “sventato” nel 2011 dalle autorità americane.

Qui si stanno confondendo delle legittime operazioni di guerra, condotte da un generale di un esercito regolare, con la guerriglia e -appunto- col terrorismo vero e proprio. Sono errori di valutazione gravissimi dai quali discendono i fallimenti strategici dell’imperialismo americano, incapace di pensare la guerra e dunque di combatterla “come Dio comanda”. Peraltro fa ridere che l’uccisione di un terrorista sia stata condotta con metodi ai limiti del terrorismo, dato che come al solito non c’è stata alcuna autorizzazione congressuale all’omicidio mirato: business as usual, certo, ma stiamo parlando di uno degli uomini che, come afferma l’analista americano Michael Knights, “simboleggia il potere iraniano in Medio Oriente”.

Ovviamente Soleimani, seppur a capo della Brigata Santa, era tutt’altro che un “santo”. Era un uomo che parlava solo la lingua della guerra. Nel suo discorso conseguente allo scioglimento dell’accordo sul nucleare aveva attaccato direttamente il Presidente statunitense: “Mister Trump, l’arraffone. Noi ti siamo alle spalle e neanche te lo immagini. Siamo pronti. Siamo i padroni di questa terra. Siamo una nazione di martiri. Non c’è notte che la Brigata Santa non sogni un modo di distruggervi”. In un altro appello (del 2009) era stato ancora più poetico: “Il campo di battaglia è il paradiso perduto dell’umanità. Il paradiso dove la virtù e le azioni degli uomini assurgono a una dimensione superiore”.

Avendo scoperto la sua vocazione guerriera durante gli anni del conflitto con l’Iraq (nel quale perse un fratello), il suo obiettivo è rimasto sempre quello di mettere Baghdad in ginocchio: è sceso a patti col “Grande Satana” diverse volte, a partire dal 2001 quando mandò emissari a Ginevra a consegnare ai diplomatici yankee ogni informazione in suo possesso riguardo all’Afghanistan, fino alla tacita alleanza anti-Isis (ma cos’era l’Isis, col senno di poi, se non una reazione rabbiosa e allucinata della sunna irachena umiliata e percossa?) che ha portato le milizie sciite guidate da Soleimani ad agire “in differita” con i droni statunitensi.

Il generale, come dicevamo, era un uomo nato e vissuto per la guerra. Nel 2017 ebbe la possibilità di candidarsi e probabilmente sarebbe anche riuscito a battere il “moderato” Rouhani, ma preferì rinunciare per continuare a svolgere con dignità l’unico mestiere che sapeva far bene, quello delle armi: “Sarò un soldato fino alla fine della mia vita, Inshallah“.

Quest’uomo era “nostro” nemico (anche se non so bene a chi si riferisca tale “noi”)? Bene, è morto, “noi” lo abbiamo ucciso come in un bel film d’azione yankee. Che senso abbia vilipenderne il cadavere però mi sfugge completamente. L’unica spiegazione è che non abbiamo più alcuna idea di cosa sia la guerra. Non sappiamo combatterla, né vincerla, né perderla. Abbiamo perso il senso dell’onore e ci resta la forza bruta mascherata asetticamente dalla tecnica: potrà bastare?

Un commento su “Onore al generale Soleimani e alla Brigata Santa

  1. Giusto, non abbiamo onore. Non abbiamo niente per cui morire, perciò non abbiamo niente per cui vivere e lottare. Sappiamo il prezzo di ogni cosa, ma non sappiamo il valore di nulla.

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