Opera Senza Nome: Roberto Calasso e gli ultimi giorni dell’umanità

Parliamo un po’ dell’ennesimo capolavoro postumo di Roberto Calasso, Opera senza nome: chi lo legge con commossa adorazione a quasi tre anni dalla scomparsa è probabilmente della stessa genia di chi si lamenta che Berlusconi prenda voti da morto. A parte che non mi va di rivolgermi direttamente a chi legge Calasso, perché le persone sane evitano certe sconcezze (soprattutto se hanno ricevuto in regalo un suo libro da qualche vecchia zia malconsigliata dal libraio piddino), mentre quelli che fingono di sfogliare i suoi volumi comunque non ci capiscono nulla e per compensare la frustrazione passano il tempo a insultarmi -in maniera piuttosto effeminata- ogni volta che cerco di esprimere qualcosa di comprensibile sul personaggio.

Partiamo da una constatazione: Calasso, da morto, ha scritto il libro che avrebbe sempre desiderato scrivere da vivo, cioè un testo composto esclusivamente di auto-citazioni. Se il guru dell’Adelphi disse che “di Kafka si può parlare solo nei termini di Kafka”, parafrasando tale affermazione (cioè sostituendo un’espressione all’altra, gesto nel quale, come vedremo, è implicito l’atto di uccidere), si potrebbe dire che di Calasso si può parlare solo nei termini di Calasso.

Vediamo però di farla breve perché mi sono già stancato di tutte le mitologie (positive e negative) sorte attorno a questo “Venerato Maestro” dell’industria culturale italiana (e -senza allargarsi troppo- internazionale). Con questa Opera Senza Nome, Calasso ha cercato, senza riuscirci, di porre un minimo di ordine nella sua poliedrica e istrionica attività di intellettuale. Di fronte però all’idolatria di chi non riesce a comprenderne una sola riga, mi sento in dovere di provare a svelare il “mistero”.

Sarà che sono stanco dell’incomprensibilità e, alla soglia dei quaranta, percepisco da parte del mio cervello una richiesta assillante di stabilità, dogmi e cardini. Indi per cui, procedo con l’accetta: Roberto Calasso è uno (neo)gnostico che crede che tutto ciò che esiste sia scaturito da una grande colpa o “crimine” primordiale, cioè l’esistenza stessa. “La colpa divina è l’esistenza”, fa dire papale papale (ma neanche un Bergoglio lo direbbe!) al suo immaginario Uta-napishtim [𒌓𒍣], intendendo che gli dèi hanno infranto la perfezione del pleroma, cioè del nulla, dando vita a se stessi per necessità e poi, in base allo stesso dettato (destino, Ἀνάγκη, freccia), “partorendo”, nel modo più osceno e caotico possibile, l’umanità.

Per Calasso dunque “la creazione è il corpo della prima vittima”, poiché “nella creazione la divinità si amputa di una parte di se stessa”, abbandonandola “fra le mani della necessità”. La creazione è una “ferita” non più rimarginabile se non attraverso il sacrificio:

«I riti che gli uomini vedici vollero istituire furono in primo luogo un tentativo di trattare e sanare quella ferita, rinnovandola. E bruciando una parte della sovrabbondanza che li faceva vivere».

Cominciate già ad allineare i concetti nella mente perché altrimenti vi perdete: il sacrificio, o per meglio dire il “rito sacrificale”, è il modo in cui gli uomini, assumendo sulle loro spalle “il peso degli dèi”, perpetuano la vita, intesa come necessità, anche nel contesto più secolarizzato e “moderno” immaginabile, tramite “una sorta di coazione a bruciare il supplemento di energia che resta nella società”, coazione a cui Calasso fa risalire addirittura i “campi di sterminio”, da lui definiti (senza tema di finire in tribunale!) “un’impresa di disinfestazione […] totalmente assimilabile a un atto sacrificale”.

È per sparate di tal fatta che probabilmente in alcuni è sorto il sospetto -spiace, ma bisogna parlarle- che Calasso e il suo inner circle/cerchio magico/cricca compiessero sacrifici umani durante qualche soirée iniziatica. Sennonché, giusto per fare l’avvocato del diavolo (anche fuori di metafora!), a me pare che lo stregone dell’editoria, nel suo discutere incessante e continuo di “sacrificio”, si stesse riferendo -almeno nel suo caso- perlopiù all’azione dello scrivere.

Sulla scorta di Kafka, ma senza mai ammetterlo, Calasso infatti attribuisce una qualche promesse de bonheur all’imprimere segni con uno stilo su una tavoletta d’argilla, poiché solo da una prospettiva sacrificale

«lo scrivere appare come unica possibilità di sottrarsi […] alla catena assassina di azione e reazione […] che stringe e coarta la nostra vita. Quella possibilità di salvezza sta tutta in uno sdoppiarsi dello sguardo».

L’uomo replica il “crimine” della creazione tramite l’autoosservazione (sic), gesto che istituisce un “divario enorme” fra “tempo interno” e “tempo del mondo al di fuori”. Un sinonimo di auto-osservazione potrebbe essere, semplicemente, autocoscienza, il che, tradotto in parole povere (altro “rito sacrificale”, non se cominciate ad afferrare…), sarebbe nella nostra specie la “ferita” prodotta dalla divinità che crea per necessità l’umanità (e per il Kafka calassiano l’auto-osservazione “appariva inevitabile come il respiro”).

A volte l’immortale (ma non eterno…) patrono adelphico tenta di imbastire una razionalizzazione (ma ciò sarebbe ancora sacrificare!) delle sue tesi, per esempio discutendo di talune sue asserzioni, contenute ne Il Cacciatore Celeste, suscettibili a suo dire di costringere all’aggiornamento di “libri di scuola e musei di storia naturale”, ovvero che

«l’Homo fu, all’inizio, frugivoro; poi, per molto tempo, saprofago […], infine cacciatore e consumatore di carni di animali da lui stesso uccisi. Se questa scansione, che occupa centinaia di migliaia di anni, viene elusa, tutto lo sfondo del passaggio di Homo da vittima di predatori a eminente predatore scompare».

In sostanza, Calasso vorrebbe ricondurre il sorgere dell’autocoscienza a “quell’inaudito passaggio per cui, dopo essere stato sbranato per millenni da predatori invincibili, divenne egli stesso predatore“. Tuttavia, non essendo un Harari qualsiasi, ma il grande e irreprensibile Roberto “Bobi II” Calasso, il Nostro non può ridurre le cose non parventi alla materia, ma deve (necessariamente, come una divinità), mantenere l’aporia e tradurla nel rito, il gesto che risolve “ciò che il pensiero non può risolvere”.

Si nota questo obbligo di “effetti speciali” nel momento in cui C. ripropone il frusto trucchetto della diluzione della sapienza greca in quella egizia (o mesopotamica o persiana), un vezzo che non risale a chissà quale arconte ma agli squallidi deliri del giudice Daniel Paul Schreber, l’Impuro Folle che evocò l’egittomania come psicosi primordiale in virtù di chissà che suggestioni da operetta. In ciò Calasso scade in oscenità esoteriche da Grand Guignol (o, parlandone da vivo, da Cage aux folles).

Movenze pseudomassoniche a parte, emerge tra le righe (letteralmente) il cupio dissolvi a innervare tutta la sua opera (nominabile e innominabile), una tendenza che trasforma il desiderio nella “ferita” primordiale non rimarginabile anche attraverso rituali aztechi, olocausti ebraici e sperimentazioni sul non-umano (nonché sull’umano). A tal punto, tuttavia, si impone la più grande contraddizione insita nel “serpente di libri”.

E qui la faccio davvero breve perché voglio concludere: il nostro “mondo stordito”, quello in cui “la società è l’ultimo riferimento”, è obiettivamente l’unico mondo che poteva uscire da decenni di egemonia culturale adelphiana. Non si capisce, di conseguenza, perché Calasso proceda a paragoni impietosi tra il moderno e l’antico , sostenendo, per esempio, che

«tutte le società precedenti si sono confrontate con qualcosa di esterno, che potevano essere dèi o un dio o la natura stessa o qualsiasi altra potenza. Mai prima la società in quanto tale si era ritenuta autosufficiente»,

nel momento in cui tale autosufficienza è forse l’unico modo (almeno “all’atto pratico”) attraverso il quale l’uomo possa annullare la propria autocoscienza. Alla luce di tale rilievo, è quasi oltraggioso che l’Autore, muovendo dalle sue elucubrazioni sul secolarismo, si permetta di definire il terrorismo (sia quello islamico che quello dei mass murderer americani) come “vendetta della società sulla società stessa”.

Almeno in tali scadimenti cinicamente compiaciuti qualcuno potrebbe intravvedere, al di là delle nebbioline incantate, le “divinità” abominevoli adorate da Calasso e il modo in cui esse lo ponevano in una posizione imbarazzante nel momento in cui, per obbedire alla sua “religione” letteraria, egli avrebbe dovuto (per coerenza) interpretare qualsiasi crimine (assassinio, attentato, incidente) come ripetizione del gesto primordiale della creazione. Una posa che, seppur ristretta a un orizzonte libresco (comunque tutt’altro che innocuo), testimonia una concezione tetra e claustrofobica dell’umano, da consegnare non dico alla psicologia ma almeno alla storia, piuttosto che essere riproposta, anche attraverso discutibili iniziative editoriali, nelle forme del culto.

2 thoughts on “Opera Senza Nome: Roberto Calasso e gli ultimi giorni dell’umanità

  1. Insomma Calasso come l’Orlando innanorato: “il poverin non si era accorto / andava combattendo ed era morto“
    Quanto migliore sarebbe il mondo se gli odiatori dell’umanità cominciasse ro a odiare se stessi…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.