Per la Spagna giocano più francesi che non per la Francia: una riflessione sul senso del calcio nel XXI secolo

Ieri sera c’è stata la semifinale degli Europei 2024 Francia-Spagna: ovviamente non l’ho guardata perché il calcio è una di quelle cose violente, sessiste e parafasciste che il mainstream ti impone al pari dei film americani, della pornografia e della musica trap per dirottare il vril verso la dissoluzione. Anzi no, per meglio dire non l’ho seguita perché l’Italia è uscita con disonore (sono invecchiato a furia di vedere gli Azzurri giocare male, che tristezza) e mi sono depresso.

Detto ciò, mi sento comunque in dovere di sottoporvi la solita polemicuccia su quanto senso abbia far giocare delle “nazionali” nel momento in cui la maggior parte dei calciatori di molti Stati europei è di origine straniera, anche perché la faccio a ogni Mondiale da quando ho aperto questa pagliacciata di blog (quindi solo per quelli del 2018 e del 2022 lol), ma in tal caso c’è un elemento in più: credo che per la prima volta nella storia della disciplina si siano affrontate due nazionali dove uno dei due Paesi aveva più giocatori autoctoni dell’altro Paese che stava affrontando.

No, aspetta, nemmeno io ho capito quello che volevo dire dunque arriviamo al punto: la Spagna aveva più francesi nati in Francia da genitori francesi che non la nazionale francese. La nazionale transalpina scesa in campo ieri sera infatti annoverava UN solo calciatore, Adrien Rabiot, con entrambi i genitori francesi. Questa la rosa:

> Mike Maignan (Nato in Guyana francese da padre guineano e madre haitiana);
> Jules Koundé (nato a Parigi da madre francese e padre del Benin);
> Dayot Upamecano (nato in Francia da una famiglia originaria della Guinea-Bissau, che non è nemmeno ex colonia francese ma portoghese);
> William Saliba (nato in Francia da padre del Libano e madre del Camerun);
> Theo Hernandez (francese al 50%, il padre è spagnolo);
> N’Golo Kanté (nato a Parigi da genitori del Mali);
> Aurélien Tchouaméni (nato a Rouen da genitori del Camerun);
> Adrien Rabiot (unico francese);
> Ousmane Dembélé (padre di origine maliana e madre senegalese-mauritana);
> Randal Kolo Muani (nato in Francia da una famiglia congolese);
> Kylian Mbappé (padre del Camerun, madre algerina)

Per quanto riguarda la Spagna, al di là del marocchino-guineano Lamine Yamal e del ghanese Nico Williams, gli unici stranieri erano Aymeric Laporte, che è francese al 100% ma siccome ha i bisnonni baschi è stato naturalizzato spagnolo tramite la sua militanza nell’Athletic Bilbao (squadra che, per restare in tema, fa giocare solo i “razza pura”, poiché è noto che l’Unione Europea consente ad alcuni club di praticare un feroce etnocentrismo per avvantaggiare i regionalismi utili al progetto federalista), e Robin Le Normand, anch’egli franco-francese che però ha scelto di farsi naturalizzare spagnolo perché i Blues non lo facevano giocare (tuttavia è da quando è stato convocato che rimane sempre in panchina).

Questa cosa dovrebbe far ragionare sulla natura di “sfogatoio” rappresentata dal calcio, cioè dai circenses: alla fine è quello il ruolo che la disciplina ha assunto nelle società occidentali nel contesto del dopoguerra, come un modo per convogliare istinti revanscisti in un format che acquietasse la plebe.

Ora, è facile dire che il calcio allo stato attuale venga strumentalizzato per veicolare messaggi pro-immigrazione, multiculturalismo e integrazione, ma in realtà il fatto stesso che il 90% di una “nazionale” sia composto da immigrati, a fronte di una società che nelle ipotesi più spinte lascia ipotizzare un rapporto di 80% di autoctoni vs 20% di “stranieri” (compresi naturalizzati, cittadini delle ex colonie e seconde e terze generazioni), è una distorsione che crea troppe contraddizioni.

Qualcuno dirà: i nebri (sic) sono più bravi a calciare un pallone. Va benissimo, ma le regole che valgono per l’oratorio o per le “Serie A” non dovrebbero valere per la NAZIONALE, che non può ragionare con le logiche competitive, se non meramente “commerciali”, dei club. O almeno, non può farlo dalla prospettiva cistercense del calcio, nel senso che, per fare un esempio estremo, se l’Italia volesse metter su una nazionale di cricket competitiva a livello internazionale naturalizzando immigrati indiani, pakistani e cingalesi (che lo hanno assunto come sport identitario durante il periodo del dominio britannico per “battere sul campo” i vecchi colonizzatori), potrebbe farlo nella misura in cui del cricket qui non frega niente a nessuno, come di tutti gli altri sport (dal rugby spacciato per “non violento” come messaggio fighetto contro l’hooliganismo al tennis che attualmente annovera come “ragazzo immagine” un altoatesino noto meno come atleta che non come venditore di pentole, essendo testimonial di Nike, Gucci, Fastweb, Lavazza, De Cecco, Alfa Romeo, Rolex, Intesa Sanpaolo, Technogym ecc…).

Dunque gli Stati non possono trattare il calcio come se fosse il salto con l’asta o il curling, perché ne va della loro stabilità interna e dei rapporti internazionali. D’altro canto, proprio per questo motivo il dibattito sul pallone assume connotazioni paradossali. Ricordo quando l’Inter divenne ufficialmente la prima squadra italiana a schierare 11 stranieri titolari, e Ignazio Benito Maria La Russa (di stretta osservanza nerazzurra) stuzzicato dai giornalisti commentò: “Se l’Inter vincesse sarei favorevole anche a 11 immigrati clandestini”. Battuta memorabile, ma al contempo sintomo di una mentalità destrorsa che si esprime proprio in questi giorni nelle polemiche -obiettivamente assurde- contro Nicola Fratoianni (bel faccino paraddino) che, sulla scorta di Beppe Marotta (un uomo con lo sguardo sempre fiso alla meta), propone “calcio gratuito” per riguadagnare i ceti popolari a uno sport che sta diventando sempre più elitario.

Non so sinceramente cosa ci sia sbagliato in questa idea e i motivi per cui una destra che si dice sociale scleri non appena si parli di gratuità di un qualcosa. Sono dinamiche metapolitiche (o forse protopolitiche, se non mesopolitiche) che da una parte obbligano i populisti-sovranisti-plebeisti a venerare il Grande Capitale Internazionale “costi quel che costi” (in tutti i sensi), e dall’altra mettono in imbarazzo la sinistra no global che vorrebbe tanto commuoversi alla favola del povero rifugiato che tira in porta e fa gol, ma poi si rende minimamente conto che -per l’appunto- il 90% degli elettori, al di là di Lombardia e Veneto, non sono di origine subsahariana.

Per il resto, l’inno rimane uno solo (e non è stato generato con l’intelligenza artificiale):


One thought on “Per la Spagna giocano più francesi che non per la Francia: una riflessione sul senso del calcio nel XXI secolo

  1. Diciamo che siamo di fronte a un concentrato d’ipocrisia, dall’altro fa ridere (anzi…fa incazzare) quelli con la melanina scura blaterare di “orgoglio nero” e “decolonizzare le menti” poi accettino di fare il circo per i bianchi e di giocare per le nazioni che hanno “schiavizzato” i loro avi. E che di fronte alla Pecunia Non Olet non c’è orgoglio razziale e decolonizzazione che tenga…
    Altro che i loro fratelli africani del Congo e della Guinea e di altri shitsole countries! (copyright Trump, ndr)
    Dall’altra parte, evidentemente chi gestisce lo spettacolo sa benissimo della malleabilità dell’uomo europeo medio e anche i più “nazionalisti” e “patrioti” di fronte a un negro che segna per la propria squadra e nazionale evocano lo ius soli per chi è “italianissimo” “tedeschissimo” “francesissimo” più di loro.
    La corsa triste è che tra un pò ci fracasseranno i coglioni per un mese con la pacchianata olimpica, dove con tripudio di fanfare e squilli di trombe e tromboni si esalterà gli “italianissimi” negri che ci porteranno le medaglie d’oro. Wow!
    E naturalmente saranno le Coatte e i populisti all’amatriciana i primi a impuntarle sul loro petto.
    Siamo morti ed estinti. Ma almeno siamo Campioni del Mondo!

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