Perché dobbiamo chiamarlo gayolo delle scimmie

Credevo che l’instancabile acchiappafantasmi antifascista Paolo Berizzi si fosse preso una lunga vacanza dopo l’approdo del Battaglione Azov sulla scena internazionale come associazione filantropico-pacifista-arcobaleno; invece l’11 agosto eccolo pronto a denunciare “l’omofobia nel tempo della psicosi sanitaria” nella sua rubrichina per Repubblica, dove nello stigmatizzare l’hashtag “gayolo delle scimmie” ha trovato modo di osservare che “l’Oms sta pensando di rinominare il vaiolo delle scimmie con una dicitura a prova di strumentalizzazione in modo da mettere fuori gioco chi discrimina facendo leva sul fatto che, finora, la malattia ha riguardato per lo più soggetti omosessuali”.


Ora, per analizzare l’accavallamento cerebrale di chi ha formulato questo pensiero servirebbe almeno uno yottabyte di wall of text. Ma cerchiamo di sintetizzare: per Berizzi la definizione di “vaiolo delle scimmie” implicherebbe in qualche modo la possibilità di prestarsi a “strumentalizzazione omofobe”. Non si capisce tuttavia in che modo cambiando la definizione si possa evitare di creare nuovi giochi di parole, partendo dall’assunto che i giochi di parole si possono fare con tutte le parole. Per dire, anche il cognome Berizzi può essere storpiato in “Bercaxxi”, eppure nessuno si azzarderebbe a suggerire al portatore di tale cognome di fare un salto all’anagrafe.

Ad ogni modo, il motivo per cui i “padroni della voce” possono delirare quotidianamente e impunemente è in primo luogo dovuto al fatto che piscis primum a capite foetet, cioè che il delirio parte dall’alto, per esempio dall’OMS che ha appena proposto un sondaggio online per cambiare il nome di monkeypox (perché la dicitura ufficiale è ovviamente in inglese) in modo da dare alla malattia una definizione “neutrale, non-discriminatoria e a prova di stigma sociale”, ottenendo le risposte che si merita (la maggior parte delle quali, come prevedibile, omofobe; fonte: Reuters).

Dalla Reuters apprendiamo anche che secondo la portavoce dell’OMS Fadela Chaib, la necessità di trovare un nuovo nome al “vaiolo delle scimmie” è dettata dal fatto di “non offendere un gruppo etnico, una regione, un paese, un animale ecc..” (testuale). Insomma, qui il delirio si fa sempre più sottile perché ora il politicamente corretto presume che anche le scimmie possano sentirsi discriminate dalla definizione.

Guardiamo però ai fatti: in primo luogo, “vaiolo delle scimmie” è una dicitura assolutamente neutrale, se, giusto per fare un esempio, ricordiamo che a lungo la comunità scientifica definì l’AIDS con l’acronimo GRID, ovvero Gay-related immune deficiency, per poi cambiarlo non in base le paranoie omofobe (nei primi anni ’80, strano a dirsi, non andavano ancora di moda) ma semplicemente per aver constatato che la sindrome colpisse anche gli eterosessuali.

In secondo luogo: anche se la definizione “vaiolo delle scimmie” è neutrale, non per questo si può fingere di non notare che la malattia da essa indicata colpisca nella stragrande maggioranza gli omosessuali. Del resto, è la stessa “Repubblica” ad aver riportato più e più volte tale dettaglio, arrivando persino a specificare che “si possono fare soltanto delle ipotesi per spiegare il maggior numero di contagi tra i gay: dalla maggiore tendenza alla promiscuità alla pratica del sesso anale, che più di frequente (rispetto a un rapporto vaginale) crea delle lesioni a livello delle mucose”.

E sono le stesse istituzioni sanitarie occidentali e internazionali (OMS, CDC, ECDC) a parlare apertamente nei loro protocolli di “potenziale diffusione nelle comunità di individui che si identificano come msm (cioè uomini che fanno sesso con altri uomini) o che hanno rapporti sessuali occasionali o che hanno più partner sessuali”.

Dunque qui il problema è un altro, ma bisogna dire le cose come stanno, e cioè che la diffusione del vaiolo delle scimmie non rappresenta in alcun modo una emergenza sanitaria e che il panico collegato ad esso è creato artificialmente allo scopo di proseguire le politiche adottate col covid. Sono constatazioni talmente ovvie da esser diventate ormai ultra-complottiste, e a questo punto si è quasi obbligati ad esprimersi come si parlasse con dei bambini. Perciò ecco uno schemino semplice: a) il vaiolo delle scimmie non assomiglia nemmeno lontanamente all’AIDS; b) se anche le assomigliasse, sarebbe impossibile non parlare di “categorie a rischio” nonostante la censura imperante; c) se questo “vaiolo delle scimmie” fosse pericoloso come l’AIDS e per qualche strana inversione della natura colpisse più gli eterosessuali, in ogni caso non si potrebbe combattere con gli strumenti con cui si è combattuto il covid, dato che in quarant’anni di AIDS non c’è mai stato un lockdown o una sola restrizione (se non attraverso una blanda moral suasion sul sesso sicuro, rivolta perlopiù alle categorie meno a rischio) atto a contrastarla.

Di conseguenza non si può fare a meno di pensare che l’allarmismo sia frutto di una sceneggiata, dato che già a maggio, con 92 casi accertati negli Stati Uniti, il presidente Joe Biden invitava la popolazione a “preoccuparsi” e ora ad agosto la sua amministrazione si prepara a dichiarare un nuovo “stato di emergenza” (sempre con la gazzetta ufficiale di turno che non può fare a meno di precisare che “Le persone che si sono ammalate finora sono principalmente uomini che hanno rapporti sessuali con uomini“).

Come ciliegina sulla torta sul “pandemonio” prossimo venturo, le agenzie di stampa internazionale ora riportano a tutta pagina la notizia del primo caso di trasmissione tra uomo e cane (Vaiolo scimmie, a Parigi primo caso al mondo di contagio uomo-cane, AdnKronos, 17 agosto 2022):

«Un primo caso di vaiolo delle scimmie su un cane è stato confermato a Parigi e le analisi indicano che l’animale sia stato infettato dai suoi proprietari, che avevano manifestato i sintomi della malattia 12 giorni prima. È quanto riportato dalla rivista “The Lancet”, in cui si spiega che il cane, un levriero italiano di 4 anni, che ha presentato lesioni mucocutanee (pustole sull’addome e piccole ulcerazioni anali), dormiva nel letto dei suoi proprietari, una coppia di uomini conviventi. Un test Pcr ha stabilito che anche il cane era infetto».

Anche qui, si dovrebbe analizzare un po’ il contesto: data la necessità di creare panico nella popolazione, si prende una notizia che può far preoccupare il cittadino medio e normaloide e ci si fa un bel titolo terrorizzante. Tuttavia, se guardiamo le cose da una prospettiva eziopatogenetica (che non è un sinonimo di omofobia o fascismo) dobbiamo anche aggiungere che il caso in questione è talmente raro che invece di sbandierarlo ai quattro venti per mantenere lo stato di “psicosi sanitaria” (cit.), sarebbe stato meglio circoscriverlo e lasciare che ne discutessero solo gli esperti, visto che la sua rarità lascia presuppore anche un contatto fin troppo ravvicinato tra i padroni e lo sventurato animale.

Vediamo però cosa scrive lo studio di “Lancet” (riportando testualmente quel che viene affermato in esso, cfr. Evidence of human-to-dog transmission of monkeypox virus, 10 agosto 2022; attenzione perché contiene immagini esplicite):

«Due uomini che hanno rapporti sessuali con uomini hanno frequentato l’ospedale Pitié-Salpêtrière, Parigi, Francia, il 10 giugno 2022. Un uomo (indicato d’ora in avanti come paziente 1) è latino [di etnia sudamericana], ha 44 anni, ed è positivo all’HIV con cariche virali non rilevabili e sottoposto a terapia antiretrovirale; il secondo uomo (paziente 2) è bianco, ha 27 anni, ed è sieronegativo. Gli uomini sono partner non esclusivi che vivono nella stessa abitazione. Ciascuno di loro ha firmato un modulo di consenso per l’utilizzo dei propri dati clinici e biologici e per la pubblicazione di fotografie anonime. Gli uomini presentavano un’ulcerazione anale sei giorni dopo aver avuto rapporti sessuali con altri partner. Nel paziente 1, l’ulcerazione anale è stata seguita da un’eruzione vescicolo-pustolosa sul viso, sulle orecchie e sulle gambe; nel paziente 2, sulle gambe e sulla schiena. In entrambi i casi, l’eruzione cutanea è stata associata ad astenia, mal di testa e febbre quattro giorni dopo.
[…] Dodici giorni dopo l’esordio dei sintomi, il loro levriero italiano maschio, di 4 anni e senza precedenti patologie, presentava lesioni mucocutanee, comprese pustole addominali e una sottile ulcerazione anale. Il cane è risultato positivo al virus del vaiolo delle scimmie mediante l’uso di un protocollo PCR […] che prevede il raschiamento delle lesioni cutanee e il tampone dell’ano e della cavità orale. Le sequenze di DNA del virus del vaiolo delle scimmie del cane e del paziente 1 sono state confrontate mediante sequenziamento di nuova generazione. Entrambi i campioni contenevano virus della variante hMPXV-1, lignaggio B.1.
[…] Gli uomini hanno riferito di aver dormito insieme al loro cane. Sono stati attenti a impedire al loro cane di entrare in contatto con altri esseri umani o animali domestici dall’insorgenza dei sintomi (cioè tredici giorni prima che il cane iniziasse a presentare manifestazioni cutanee)».

Allora, abbiamo qui una coppia di due omosessuali che vivono assieme e di cui uno dei quali è sieropositivo ma continua a fare sesso (protetto?) con altri uomini. C’è il primo cane del mondo a esser contagiato da un essere umano e che presenta ulcerazioni anali. Non era meglio tenere tutto ciò confinato alle riviste scientifiche, in attesa di ulteriori ricerche? Forse la definizione di “gayolo” è fin troppo ottimistica, considerando i livelli di degenerazione a cui siamo giunti.

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