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Perché nessuno dovrebbe dubitare dell’esistenza degli gnomi

Qualche tempo fa, come è noto a chi mi segue, ho raccontato del mio incontro con uno gnomo apparsomi in veste di “monachello” in un mercato rionale nel profondo Meridione d’Italia (bleah). Le viete e tristi “spiegazioni” (che non spiegano un bel niente!) “positivistiche” (e ho detto tutto!) suggeriscono che fosse uno scherzo della natura ambulante, ma sinceramente non me la sentirei di adottare i soliti paradigmi abilistici (anche se forse confondere un handicappato con un gnomo non è il massimo del rispetto e della tolleranza, ma nessuno è perfetto).

A parte le battute, ricordo di essere cresciuto anch’io col mito di queste creature simpatiche e ingegnose, la cui funzione è facilmente riconducibile alla protezione e alla custodia, nonché alla fertilità, ai cicli stagionali e agli spiriti ancestrali. Gli gnomi infatti sono stati solitamente avvistati in ambienti naturali come monti, foreste e grotte, un legame che testimonia il rapporto con gli spiriti custodi della terra in veste di divinità intermediarie (la cui dimensione non rispecchia debolezza e impotenza, ma umiltà e rispetto al cospetto delle forze della natura).

Da un punto di vista antropologico, simbolico e sacro, gli gnomi costituiscono un importante elemento della Tradizione primordiale e universale: tuttavia, al momento mi sfugge il loro utilizzo nell’ambito della memetica (ultima espressione della Tradizione appena nominata).

Per esempio, diversi commentatori mainstream negli ultimi tempi hanno denunciato la loro trasformazione in tropo antisemita (così, è risaputo, si esprimono gli anglosassoni), in particolare da quando, almeno a partire dall’aprile di quest’anno, è emersa su social media come TikTok la tendenza al gnome hunting (“caccia agli gnomi”), un’espressione in codice per indicare la “caccia all’ebreo” in una dimensione almeno ideale, con riferimento in particolare alla consultazione della sezione Early Life della Wikipedia in inglese (che di solito raccoglie le origini etniche del personaggio a cui è dedicata che, e nel caso di figure controverse -s’intende per gli antisemiti!-, indica regolarmente un’appartenenza all’ebraismo).

Molte persone hanno però iniziato a seguire la moda inconsapevoli del suo reale significato e di conseguenza gli hashtag legati alla “caccia allo gnomo” sono diventati molto popolari su TikTok. Probabilmente è per questo che gli opinionisti riducono il ruolo dello gnomo nella memetica a un semplice dog whistle (il “fischietto” che solo i “cani”/iniziati possono comprendere), nonostante altri trend come lo gnomecore e la gnomepill raffigurino gli gnomi come simboli dell’Europa premoderna e della sapienza tradizionale.

Sembra che il trait d’union tra le tendenze emergenti possa essere ricondotto alla schizowave, un’estetica basata sulla rappresentazione artefatta della schizofrenia e benvoluta dalle agenzie culturali come veicolo per la proliferazione di état d’esprit in grado di favorire la psicopatia di massa, ma presto imbrigliata dalle forze del bene ed estesa a livello superiore di schizopostaggio, una tecnica che attraverso il caos e l’incomprensibilità mina alle basi i dogmi ideologici della modernità. Da tale prospettiva, mi pare di aver capito che lo gnomo assuma nella memetica un significato ambivalente, ma mi riservo di affrontare il tema quando avrò affinato le mie ricerche.

Detto questo, personalmente mantengo il mio pregiudizio positivo nei confronti degli gnomi e apprezzo il loro ritorno nella noosfera. D’altro canto, era inevitabile che prima o poi facessero capolino, essendo la loro esistenza attestata da centinaia di tradizioni a livello universale: ricordo i coboldi e gli schrat della mitologia tedesca (guardiani dei tesori nascosti nel sottosuolo e protettori dei lavoratori nelle attività estrattive, dal carattere malizioso e birichino, ma anche propiziatorio della fertilità dei campi), i korrigan bretoni (spiritelli della foresta associati spesso ai tumuli funerari druidici, dai capelli verdi o rossi, avvolti in mantelli scuri, noti per dilettarsi nelle danze notturne) e i domovoj del folklore slavo (spiritelli guardiani del focolare domestico chiamati con nomi diversi nelle varie culture locali).

Non voglio dilungarmi oltre, soprattutto perché rischierei di confondere gli gnomi con altre creature fantastiche come elfi, folletti e fate, dai quali si differenziano principalmente per la loro fedeltà alla iustissima tellus. Ad ogni modo, ho provato a testare il bot con il quale vorrei scrivere in automatico i miei pezzi, ma l’esperimento è andato così male che mi è quasi venuta voglia di sbarazzarmi al più presto di questo mio inutile alter ego digitale. Riporto qui di seguito come si è svolta la discussione (per chi non riuscisse a visualizzare l’immagine, qui il link alla conversazione originale su Poe.com):

Per riprendermi dalla delusione ho chiesto all’intelligenza artificiale di immaginare degli gnomi giapponesi (sembra che nel folklore nipponico non esista un corrispondente preciso, a parte i soliti tengu e yōkai). Il risultato è quanto segue; spero ci sia ancora qualcuno in grado di apprezzare.

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