La Polonia preferisce pagare le sanzioni che accogliere rifugiati

Il ministro dell’Interno dell’attuale governo polacco, Mariusz Błaszczak, ha dichiarato in un’intervista radiofonica che preferirebbe che il suo Paese venisse sanzionato dall’Unione Europea, piuttosto che accettare il piano di ricollocamento dei rifugiati (“Dla Polski z całą pewnością byłaby gorsza zgodna na relokację uchodźców niż kary zapowiadane przez Unię Europejską”).

Gli argomenti portati in favore di questa scelta che, seppur radicale, è condivisa da altri membri dell’UE, sono numerosi: in primo luogo, il meccanismo di redistribuzione dei rifugiati, che potrebbe rivelarsi un incentivo a nuove ondate immigratorie.

La Polonia, obbligata ad accettare anno per anno un numero sempre più alto di “ricollocamenti”, in un decennio potrebbe andare incontro alla stessa catastrofe sociale che ha travolto città come Bruxelles: per Błaszczak la capitale belga, divisa tra islamizzazione e militarizzazione, può a malapena considerarsi ancora europea.

Il problema della sicurezza è in effetti il più sentito dal governo polacco, che ha espresso in modo chiaro l’unico aiuto che ora è in grado di fornire all’Unione Europea: la sorveglianza di quella parte di frontiera esterna che coincide con la propria. Un obbligo che, del resto, sarebbe contemplato dallo stesso trattato di Schengen, nonostante molti abbiano dimenticato che l’accordo prevede l’eliminazione dei controlli solamente tra i Paesi che vi aderiscono.

Per il resto, gli argomenti sono gli stessi sostenuti dai cosiddetti “populisti”, anche se in aggiunta Błaszczak introduce nel dibattito un tema attualmente trascurato: il colonialismo. Come infatti afferma il Ministro:

«L’immigrazione è soprattutto un problema dell’Europa occidentale, perché questi Paesi in passato hanno avuto delle colonie. Hanno sfruttato la ricchezza dell’Africa e dell’Asia. Ora che è arrivato il conto da pagare per quel che hanno rubato, ecco che quei Paesi vorrebbero accollare le spese alla Polonia».

Infine, è sempre presente la polemica con l’ex primo ministro Donald Tusk, ora Presidente del Consiglio europeo, che sfrutta il suo ruolo all’interno delle istituzioni europee per fare opposizione diretta contro l’attuale governo.

Il “metodo” Tusk ricorda molto quello di alcuni politici italiani, che invece di mediare tra istanze europee e nazionali (della propria nazione, s’intende), si accaniscono particolarmente contro il loro Paese di provenienza, finendo per sacrificarne il benessere e la sicurezza in nome di un fantomatico “interesse superiore”.

Ciò potrebbe forse spiegare anche la durezza dei toni contro la Polonia, che sarebbe comprensibile solo se fosse l’unico membro dell’Unione a opporsi. Ma così non è, come abbiamo appena osservato: il “progetto” non piace proprio a nessuno, e a quanto pare nemmeno ai migranti… Non posso non far notare, anche solo di sfuggita, che sempre in nome di questa fantomatica “Europa” persino il desiderio di un africano (che per gli “xenofili” sarebbe un sacrosanto diritto) di raggiungere i suoi familiari in Francia o Germania passa in secondo piano: se “ce lo chiede l’Europa”, allora siamo disposti a mandarlo in Polonia anche contro la sua volontà.

Può resistere a lungo una Unione che genera innumerevoli paradossi? La politica dei capri espiatori ha fatto il suo tempo, e a dimostrarlo in primis sono proprio le nazioni “ai margini” che rifiutano di entrare nell’elenco dei sacrificabili: se anche l’Italia non prenderà atto di tale cambiamento, finirà presto in cima a quella lista.

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