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Pride Month is canceled due to #Berlugiugno or #Giugnosconi

Qualche giudizio (per quanto possibile serio) su Silvio Berlusconi, scomparso il 12 giugno 2023 all’età di 86 anni. In primo luogo, nel discutere dell’eredità (s’intende politica) dell’ex Presidente del Consiglio non si dovrebbe mai confondere le cause con sintomi: chi crede che egli sia stato, in qualche modo, il primo motore della decadenza italiana evidentemente rifiuta di osservare le dinamiche politiche e sociali da una prospettiva più ampia. Con o senza di lui, il “piano” sarebbe proseguito nelle stesse medesime forme: si potrebbe semmai osservare come, in alcune occasioni, la sua presenza pubblica abbia svolto, per vie misteriose, il ruolo di katechon.

Persino quella sua irresistibile satiriasi, probabilmente esagerata ad arte dalla stampa e dagli avversari, ha avuto, al colmo del paradosso, un effetto “frenante”, almeno nello ristabilire una sorta di ordine nel nouveau monde amoureux imposto dalle élite occidentali in vista della omogeneizzazione globale: non a caso sono i più fanatici propugnatori del libertinismo di massa, appena reduci dall’ennesimo baccanale LGBTQIA+, a far battutacce o indignarsi per la sua condotta sessuale privata. Non pensi c’entri soltanto il fatto che i suoi festini fossero all’insegna dell’eterosessualità (o del patriarcato machista ecc..); è come se il “sistema” riconoscesse anche in ciò un nemico, nella stessa misura in cui tollera dai politici a esso asserviti una totale assenza di eros “alternativo” (vale a dire che a nessun sostenitore delle varie “minoranze sessuali” è richiesto un qualche rito di fedeltà, al contrario essendo quasi tutti -altro paradosso- ammogliati e con figli su modello della famiglia anni ’50).

Il “sistema” a cui si fa riferimento è quello che un polacco (non una nazionalità scelta a caso) potrebbe definire układ, cioè quella singolare coalizione in cui confluirono, dopo la fine della Guerra Fredda, burocrazie decadenti convertite al turbocapitalismo, estremisti rossi in doppiopetto europeista, “tecnocrati” neutrali solo nel nome, cripto-atlantisti delle due sponde, affaristi dediti al sabotaggio compulsivo degli interessi economici della propria nazione e apparati dello Stato asserviti a potentati la cui identità resta oscura e inafferrabile.

Anche Silvio, questo è innegabile, almeno inizialmente fu espressione di tale mondo: malgrado la sua tanto conclamata fede anti-comunista (piuttosto “guareschiana” nell’ispirazione), da imprenditore si mosse in certi ambienti con incredibile agilità, e probabilmente qualche “Superiore Incognito” lo fece attenzionare come asset da utilizzare nel Novus Ordo prossimo venturo. Il sentore lo ebbe persino uno dei padrini del complottismo odierno, Yann Moncomble (1953-1990), che pur avendo potuto osservare le movenze di Berlusconi solo fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, già in tempi non sospetti segnalò come la costola francese di Fininvest, La Cinq, fosse una delle nuove reti televisive all’insegna del “progressismo” più becero, benché in Italia qualcuno già descrivesse l’allora astro nascente dell’imprenditoria europea come un “fascio”.

Il fatto che l’ingresso in politica di Berlusconi, che con le sue reti peraltro regalò immensa visibilità a quello che poi dalle stesse sarebbe stato definito “golpe giudiziario” (Tangentopoli), abbia rappresentato un tradimento (anche parziale) di quel milieu è un dato che deve essere ancora analizzato -o addirittura compreso- dagli storici. Le ragioni potrebbero solo attenere alle ferree dinamiche del politico, che imporrebbe a ogni “rivoluzione” il suo “suicidio”; ci sono però anche fattori evenemenziali, dalle simpatie e antipatie (financo personali), fino all’apertura di nuovi spazi politici in un panorama italiano investito dai cambiamenti internazionali giunti nella forma (ipocrita) di “purificazione” della vita pubblica.

Mi sembra che solo da questo possa partire una valutazione obiettiva (anche intrisa di “senno del poi”) della figura di Silvio Berlusconi nella storia italiana. Nonostante la tardiva “normalizzazione”, dovuta perlopiù allo spostamento sempre più a “destra” delle opinioni pubbliche di fronte all’esaurirsi della “narrazione” magnifico-progressista, si può comunque individuare nella sua natura una componente “anti-sistema” che lo ha reso incompatibile con congreghe e camarille: la stessa “grande famiglia liberale” lo ha sempre trattato come un profano, un parvenu o, per restare nella metafora, un “figlio problematico”. È vero che si potrebbe, forse legittimamente, interpretare tutto ciò come frutto della sua esuberante personalità, sia in positivo (“una ventata di aria fresca in apparati fossilizzati e ammuffiti”) che in negativo (“un elefante nella cristalleria”), ma non è accettabile la rimozione totale della dimensione politica della questione, e la riduzione di essa a barzellette e scappatelle.

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