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Prima lezione di poliglottismo: non disprezzare la lingua inglese

Negli ultimi mesi mi sono imbattuto in diversi articoli dedicati a Emanuele Marini, uno dei più grandi e misconosciuti poliglotti italiani. Non conosco il Marini di persona, ma apprezzo il fatto che non abbia mai voluto approfittare del clima ai limiti del fanatismo generatosi attorno al tema “poliglottismo” in questi anni abusando della buona fede dei sempre più numerosi languageholic, ma limitandosi a qualche sparuta comparsata a convegni e manifestazioni, per stupire gli astanti con le sue capacità obiettivamente superiori nell’ambito dell’apprendimento delle lingue.

Mi fa piacere che il mondo dell’informazione italiano abbia voluto interessarsi al personaggio: purtroppo l’approccio è come al solito superficiale e sensazionalistico, e dato che lo stesso Marini, piuttosto che parlare del suo “metodo” preferisce scrivere libri di teologia, allo stato attuale resta l’amarezza di non poter comprendere se, al di là delle capacità individuali, egli possieda effettivamente una “tecnica” per apprendere le lingue.

D’altro canto, anche da una prospettiva meramente aneddotica le dichiarazioni di Marini sono tutt’altro che esaltanti. Per esempio, nell’intervista per “Il Giorno” (22 febbraio 2024) l’unico dato biografico rilevante sulle sue capacità intellettive viene ridotto a un’imbarazzante storiella da bimbo prodigio:

«Che fosse una mente speciale era già chiaro dalle scuole dell’obbligo, quando ben prima della nascita di Internet, stupiva gli amici che lo interrogavano sugli orari dei treni nazionali».

Più esaustiva (si fa per dire) la chiacchierata con il Corriere della Sera (2 aprile 2024), dove però tra consigli che non sono tali (il “Metodo Marini” per imparare le lingue sarebbe studiare la grammatica, guardare dei video, ascoltare delle canzoni e poi recarsi nel Paese dove si parla tale idioma) e dichiarazioni obiettivamente enigmatiche sulla somiglianza tra romeno e albanese, nonché tra armeno e albanese (lingue che non condividono pressoché nulla sia dal punto di vista della pronuncia, -come sostiene invece Marini- sia per quanto concerne il lessico o la grammatica), e aneddoti poco entusiasmanti come al solito (un suo amico serbo avrebbe sbagliato a ordinare un piatto in un ristorante greco perché «la parola “sì” in greco si dice “nai” e si pronuncia “ne”, mentre “no” in serbo si dice “ne” e si pronuncia in modo identico»), l’intervistato infine se ne esce con una sparata alquanto sgradevole sull’inglese:

«[Non amo l’inglese]. Non devo andare per lavoro né in Inghilterra né negli Usa, quindi non sono tenuto a parlarlo. L’inglese l’ho studiato a scuola, come tutti. Ma credo che lo studio accademico non porti molti frutti».

Queste affermazioni mi lasciano perplesso. Prima di tutto perché considero lo snobismo verso la lingua inglese un sintomo di provincialismo piuttosto che una dimostrazione di anticonformismo, nonostante l’anglofilia imperante; in secondo luogo perché al momento non esistono testimonianze di Emanuele Marini che si esprime in inglese. In effetti nei video in cui compare disponibili sul web (interventi alle conferenze dei poliglotti, interviste su YouTube, lezioni di lingua ecc) egli non parla mai, nemmeno per pochi secondi, nell’albionico idioma.

Anzi, in un recente intervento in un podcast (novembre 2023), Marini rilancia i propri pregiudizi contro l’inglese e viene giustamente contestato da un commentatore britannico, che vorrebbe renderlo edotto dell’abissale differenza tra l’inglese come lingua in sé e quello utilizzato come lingua franca:

«Normalmente non mi piace particolarmente parlare inglese quando sono all’estero. Perché? Perché a mio avviso la maggioranza delle persone non parlano la mia madrelingua per conoscere e capire le culture anglofone, ma come lingua franca per comunicare con altre persone non madrelingua. In altre parole non parlano inglese con me perché sono anglofono, ma perché sono STRANIERO. Non creano un ponte con me parlando inglese come lingua franca, ma creano un MURO. L’inglese come lingua franca NON È la MIA lingua».

Avendo ascoltato molti interventi del Marini, potrei ipotizzare che tale avversione gli derivi dalla necessità, imposta dal suo “metodo”, di immergersi completamente in una lingua per perfezionarla, e dunque di vietarsi radicalmente qualsiasi sostegno da favelle “veicolari”, o appunto, da qualche lingua franca: se fosse così, però, penso gli converrebbe più spiegarla in tal modo, che non alludere a ipotetici “traumi” infantili dovuti alla sfortuna di aver “studiato l’inglese a scuola”.

Ad ogni modo, tengo per me altri dubbi che mi sorgono perché trovo inutile polemizzare con una persona che comunque rispetto e stimo, nonostante non si possa obiettivamente comprendere se egli sia da ammirare come studioso o come “prodigio della natura”. Posso solo dire che in questi anni molti lettori mi hanno chiesto come diventare poliglotti; oltre ad aver dato diversi consigli (sia in pubblico che in privato), a chi non conosceva l’inglese ho sempre suggerito di partire proprio da quella lingua e di impararla in modo decente, magari riuscendo infine a canticchiare con un minimo di criterio tutte quelle canzoni americane delle quali non riusciamo a riprodurre un solo fonema correttamente.

In aggiunta, a chi faceva il fenomeno ho sempre rinfacciato il fatto non solo di non saper pronunciare correttamente nemmeno un “Hello” o un “How are you?”, ma di tradire attraverso tale preconcetto una totale mancanza di ispirazione, a differenza di chi magari parla solo inglese ma al contempo si interessa di ognuna delle sue decine, o centinaia di varianti (il creolo bahamense, il bislama delle Vanuatu, il pitcairnese, il Trinidadian and Tobagonian English, lo sranan tongo, il krio della Sierra Leone, il Kreyol liberiano, il Franglais, il Maltingliż, il Llanito ecc…).

Insomma, diventare poliglotti partendo dall’inglese non deve essere considerata un’eresia, al patto che lo si studi come lingua vera e non come un qualcosa che serve “per lavoro” o “per viaggiare”.

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