Primo Maggio con noia | 1 maja z nudą

Nel 1892 Antonio Labriola scriveva a Engels che per gli operai italiani «il Primo maggio è un quissimile della festa della Madonna»: ai tempi si era sicuramente più sensibili a un certo tipo di “cerimoniale”, se nei suoi comizi di inizio secolo l’anarchico Piero Gori contrapponeva la “Pasqua di morte” «festeggiata nell’ombra delle chiese dai sacerdoti cattolici» con rituali «presi in sana pianta a le antiche religioni egiziane e asiatiche», alla “Pasqua della vita” (e “della gioia”, e “dell’amore”) degli “operai della Terza Roma”, cittadini della “grande patria irredenta” (il mondo intero, in pratica).

A questi invasamenti non fu estraneo neppure Karl Liebknecht, che in un discorso del 1900 paragonò la «festa della vittoria del socialismo e della resurrezione dell’umanità» alla notte di Walpurga, «festa della vittoria della primavera e del risveglio della natura». In verità testimonianze di afflato mistico le ritroviamo un po’ dappertutto: per esempio, nel senatore Ettore Ciccotti («È una rinovellata Pasqua cristiana […]. Si ha la magia e la filosofia di tutte le festività, da quelle pagane a quelle cristiane, ma estesa sino ad avere per confine il mondo», 1903) e nel socialista belga (e poi collaborazionista) Henri De Man (tutte le citazioni sono tratte da Sappi che oggi è la tua festa… Per la storia del 1° maggio, cur. A. Panaccione, Marsilio, Venezia, 1986):

«Il Primo Maggio ha per il mondo operaio un significato simile a quello delle feste del cristianesimo per i primi cristiani […] Scegliendo il primo giorno di maggio, i proletari assimilarono accortamente il contenuto simbolico dell’antica festa della primavera pagana e cristiana. Quello che per i pagani germani e celti significava la celebrazione della primavera della natura e per i cattolici la festa della vergine infiorata, è diventato per i lavoratori socialisti il giorno della rinnovazione vittoriosa di tutto ciò che è invecchiato e deperito» 

Sembra tuttavia che, nel declino collettivo dei rituali, anche questa antica liturgia sia riuscita a farsi soppiantare dall’attuale “culto della peste” unico e riconosciuto. Si resta a bocca aperta a vedere come non solo sindacati e camarille, ma anche squatters e antagonisti, si siano lasciati docilmente chiudere in casa.

Qualcuno che festeggia tuttavia c’è: il polacco Janusz Korwin-Mikke, politico ultra-liberista e amico personale di Milton Friedman, che su Twitter dichiara:

“Mi ero completamente scordato che oggi è il Primo Maggio, festa del lavoro! Grazie Coronavirus! Grazie a te, non ci saranno stracci rossi in giro per la prima volta in cento anni! Lunga vita al Coronavirus! E che il 2 maggio sia il Giorno del Consumo (perché lavoriamo per consumare, non viceversa)”

Ciò mi riporta alla mente quando, cinque anni, mi trovavo a Varsavia, città in cui il Primo Maggio fino al 1989 ha significato soprattutto i colpi di cannone di Jaruzelski e la custodia preventiva (o direttamente i proiettili della polizia) per chi desiderasse manifestare senza autorizzazione. Non a caso quando chiesi a un tassista mio coetaneo se quel primo venerdì di maggio Varsavia sarebbe stata bloccata dai cortei, il giovanotto si mise a sghignazzare rivelandomi che sarebbe stato un dì come tutti gli altri (il vero festone polacco è il 3 maggio, “Giorno della Costituzione”).

Perciò non è stato solo a causa della quarantena di massa, se si è prosciugato l’ardore rivoluzionario e lo spirito socialista. Oggi l’onestà imporrebbe di riconoscere le nuove forme con cui i singoli comparti del proletariato mondiale vengono ancorati alla classe borghese di riferimento del proprio imperialismo. Eppure già il fatto di provare imbarazzo nell’esprimermi in tal guisa mi fa intendere chi abbia vinto sul serio nella secolare lotta tra il capitale e il lavoro: è lo stesso motivo per cui, tornando ab ovo, nonostante i martiri di Chicago del 1886 stessero combattendo anche per i miei diritti, e nonostante questa dovrebbe essere la “mia” festa (cioè la “nostra”), oggi, Primo Maggio 2020, preferirei trovarmi in Polonia piuttosto che nell’Italia del nulla.

Riconosco che qualcosa è andato storto, ma proprio per questo faccio fatica a darmi una risposta. Chi dovrebbe difendere il proletariato internazionale ai nostri giorni? Quelle stesse forze politiche che hanno trasformato la lotta di classe in lotta di quote, anteponendo (seppur “da sinistra”) le divisioni di genere e di razza a quelle di ceto? Se non vivessimo provvidenzialmente in un’epoca refrattaria a revanscismi o internazionalismi di ogni genere, quelli che ci governano sventolando arcobaleni sarebbero riusciti ancora una volta a mandarci al macello (ma non è mai troppo tardi).

Tomoko Nagao, Il quarto stato (2015)

 

1 maja z nudą

W 1892 r. Antonio Labriola (teoretyk marksizmu, działacz włoskiego ruchu robotniczego) napisał do Friedricha Engelsa, że ​​dla włoskich robotników „1 maja jest jak święto Najświętszej Maryi Panny”. W swoich przemówieniach Piero Gori (anarchista, 1865–1911) porównał Wielkanoc śmierci obchodzoną „w cieniu kościołów przez kapłanów” z Wielkanocą życia „robotników Trzeciego Rzymu”, obywateli „wielkiej ojczyzny świata”.

Karl Liebknecht był również podekscytowany świętem: w przemówieniu z 1900 r. Porównał „święto zwycięstwa socjalizmu i zmartwychwstania ludzkości” do nocy w Walpurgi, „święto zwycięstwa wiosny i przebudzenia natury”.

Fanatyzm, który znajdujemy wszędzie, na przykład w Henri De Man: „1 maja dla robotników jest jak święto pierwszych chrześcijan […] Wybierając pierwszy dzień maja, proletariusze zręcznie przyswoili sobie symboliczną treść starożytne święto pogańskiej i chrześcijańskiej wiosny. Co dla niemieckich i celtyckich pogan oznaczało świętowanie wiosny natury, a dla katolików święto dziewicy z kwiatami stało się dniem odnowy starego świata dla robotników socjalistycznych ”

Wydaje się jednak, że w obecnym upadku rytuałów nawet tę starożytną liturgię można zastąpić „kultem zarazy”. To niewiarygodne, jak „czerwoni” zniknęli z ulic ze strachu przed grypą. Ale ktoś wciąż świętuje: Janusz Korwin-Mikke!

 

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