Progressisti basati ballano sulla tomba della Regina Elisabetta

Ci si aspettava il mainstream italiano tutto inginocchiato al capezzale di Elisabetta II: non una sbavatura, sui giornali di oggi. Complimenti. Nemmeno “il manifesto” è riuscito a buttar giù un paio di righe di critica (anzi!); per non parlare dei giornali “conservatori” (tra i quali spicca l’imbarazzante laudatio di Daniele Capezzone su “La Verità”, manco fosse un’insegnante statale di inglese con la foto della Thatcher sulla cattedra). Tuttavia, non siamo più nel 1952, e nemmeno nel 1982 e nemmeno nel 2002. Siamo nel 2022, dove qualsiasi figura pubblica che non sia transessuale, obesa e dalla pelle marroncina non merita alcun rispetto.

Coerentissimi dunque il vilipendio al cadavere della Regina da parte della nuova élite intellettuale woke dell’anglosfera: ad aprire le danze la dottoressa Uju Anya della prestigiosissima università Carnegie Mellon di Pittsburgh, che su Twitter aveva scritto (prima di essere censurata, lol!): “Ho sentito che il monarca di un impero di ladri genocida e violento sta finalmente schiattando. Possa morire in modo straziante“. Questa professorona si presenta come antirazzista, femminista e filo gay e trans e tutto il resto. Tutti scandalizzati (a partire da Jeff Bezos, doppio lol), ma la signora Uju o come si chiama non verrà cacciata dall’università, anzi insegnerà ai figli di Bezos quanto il loro padre sia un pezzo di merda colonialista bianco (in effetti è uno dei pochi non ebrei del Big Tech, triplo lol).


Poi c’è sto negro (in senso buono) del “New York Magazine”, tale Tirhakah Love (bellissimo nome trans-tutto), che nella sua rubrica ha affermato: “Per 96 anni, quella colonizzatrice ha succhiato le risorse della Terra. [Elisabetta II] ha rappresentato un impero che ha commesso violenze di massa e ha portato nel mondo molteplici livelli di atrocità. Non mi vedrete piangere per lei”. Su Twitter ha poi paragonato la Regina a “un sacco della spazzatura che respirava a malapena” e ha annunciato di voler “ballare il boogie” [doing the electric slide, così parlano ora i negros] sulla sua tomba.

La giornalista sportiva afroamericana dell’Atlantic Jemele Juanita Hill ha inviato su Twitter a non commuoversi troppo per la morte di una persona che ha dato il suo contributo “nell’impatto devastante del persistente colonialismo”

Anche Eugene Scott del Washington Post ha invocato una discussione aperta sul colonialismo, considerando la morte della Regina “il momento più appropriato per parlarne”.

Imani Gandy, giornalista di Rewire News (che si firma come Angry Black Lady), ha twittato un video di un gruppo di uomini che ballano il tip tap davanti al Buckingham Palace al ritmo di Another One Bites The Dust con il commento: “La regina è morta e gli irlandesi ci stanno già lavorando sopra lol”.

Dulcis in fundo, sul New York Times la professoressa di storia all’Università di Harvard Maya Jasanoff (di origine indiano-ebraica) ha stigmatizzato i tentativi di “romanticizzare” il regno di Elisabetta II: “La regina ha contribuito a occultare una sanguinosa storia di decolonizzazione le cui proporzioni e lasciti devono ancora essere adeguatamente riconosciute”, ricordando le violenze britanniche in Malesia, Kenya, Yemen, Cipro e Irlanda.

Spiace, ma è tutto meritato.

4 commenti su “Progressisti basati ballano sulla tomba della Regina Elisabetta

  1. L’UK è un paese del cazzo. Tu, signorinella, ti scandalizzi solo perché sono negri e froci che gioiscono perché è schiattara la vecchia regina. Sei proprio una povera fessa. Ma lasciali sfogare, sono proprio le cose che si fanno quando muore un monarca (aristocratico o borghese).

    1. A parte che sono tutti americani e non inglesi, quindi da una prospettiva dello “scandalo” sarebbe più giusto dire che gli Stati Uniti sono un Paese di merda, soprattutto perché si parla di élite intellettuali, non del popolaccio che si sfoga.

      1. Però hai fatto un bel po’ di cherry picking, mi sembra. Saranno élite, saranno intellettuali ma sono ben poco influencer, credo. Non se li fila nessuno e non contano granché. Poi tra augurare una morta atroce a una quasi centenaria e invocare un dibattito sul colonialismo c’è una certa differenza, no?

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