Putin e la carta degli oligarchi ebrei

Su “La Verità” di ieri (martedì 1 marzo 2022) è comparso un singolare articolo a firma Lorenzo Paleologo (parente di Michele VIII?) nel quale si discute degli “oligarchi ebrei” vicino a Putin impegnati a intessere la trattativa tra Mosca e Kiev: Spunta la carta degli oligarchi ebrei. Anche Abramovich va a negoziare.

Tale Paleologo (probabilmente un nom de plume) sostiene che siano stati direttamente i servizi segreti britannici ad aver spinto Abramovich, patron del Chelsea (ora ricorso a dei prestanome per evitare di esser colpito dalle sanzioni occidentali) a partecipare al tavolo negoziale “non quale fine conoscitore della mentalità russa, […] ma quale garante di una possibile soluzione politica per le élite benestanti, in maggioranza come Abramovich di religione ebrea (sic), e che a Mosca si foraggiano grazie alla presenza al potere di Putin”.

Tra i rappresentanti delle èlite benestanti (scil. “ebree”) che stanno seguendo la strada di Abramovich l’Autore annovera Mikhail Fridman, proprietario di Alfa-Bank (la più grande banca privata della Russia), naturalmente in possesso di un passaporto israeliano, il quale ha definito l’iniziativa di Putin “una tragedia inutile”; e Oleg Deripaska, pezzo grosso del settore minerario che è rimasto sempre vicino al Presidente nonostante il suo patrimonio negli ultimi anni si sia assottigliato in un decimo.

Come scrive ancora Paleologo,

“Nel 2000, non appena eletto, Putin ha chiarito che i miliardari sarebbero potuti restare tale se si fossero estromessi volontariamente dalla politica. […] Friedman e Deripaska appartengono alla categoria di coloro che hanno accettato le nuove regole del gioco e certamente non sono tra le persone più amate dalla popolazione russa, sia per la loro esagerata ricchezza, sia per la loro distanza dalla religione della maggioranza. Friedman, tra i king maker di Boris Eltsin, sentendo montare la narrativa antisemita per l’eccessivo accumulo di ricchezze, si affrettò, negli anni Novanta, a fondare il Congresso ebreo russo, in modo da attutire l’immagine negativa sua e dei suoi colleghi oligarchi”.

È interessante notare che anche su “Repubblica” dell’altro giorno si è alluso con una certa nonchalance alla provenienza etnico-religiosa degli “oligarchi” (A. Guerrera, Spunta il mediatore Abramovich chiesto al tavolo da Zelensky per i legami con gli oligarchi, 1 marzo 2022; l’articolo non è presente sul portale del quotidiano), con la chiamata in causa del magnate dei media ucraino Oleksandr Rodnjans’kij (naturalmente traslitterato dal giornalone all’inglese, Alexander Rodnyansky, perché quelle son le fonti abituali…):

«[…] Abramovich ha accettato di partecipare ai colloqui di pace in corso al confine tra Bielorussia ed Ucraina. […] È stato Rodnyansky il “broker” che ha portato il suo compagno Abramovich al tavolo: “La delegazione ucraina stava cercando qualcuno che potesse fare da negoziatore”, ha rivelato ieri il produttore, “a legarli è la comunità ebraica. Quindi, tramite me, hanno chiesto il suo aiuto. Roman ha accettato”. Abramovich ha passaporto israeliano – ma non quello britannico – ed è ebreo, come Rodnyansky e lo stesso presidente ucraino Zelensky. Ma tutta la comunità ebraica ucraina è stata fondamentale per convincere l’oligarca. Abramovich, arricchitosi spaventosamente dopo la caduta dell’Urss, ha un patrimonio di circa 12 miliardi di euro, ed è l’oligarca più politico e carismatico […]. È considerato una figura potenzialmente ideale per trovare un compromesso, vista la sua vicinanza al presidente russo […]. Per questo, seguite Roman Abramovich. Dove va lui, potrebbe andare anche la Russia di Putin».

Al di là del tema in sé (comunque interessante), notiamo con un certo imbarazzo come la pratica antisemita del jew-naming (“fare il nome dell’ebreo”, che ha ispirato anche il meme “Early Life” Wikipedia Section) venga messa in atto senza alcuna remora nel momento in cui c’è da attaccare una personalità politica invisa ai finanziatori dei grandi giornali. Si tratta di un fenomeno già osservato, ad esempio, nei riguardi di quella famosa inchiesta sui rapporti tra Donald Trump e la mafia russa firmato dall’americano Craig Unger, nel quale vengono nominati solo ed esclusivamente “mafiosi” ebrei (peraltro sotto l’etichetta “mafiosi” ci finiscono pure il rabbino capo di Russia Berel Lazar e i rappresentanti dell’ebraismo ortodosso americano).

Trump e la mafia russa (che non è russa)

A proposito di Lazar, bisogna ricordare quanto il rabbino capo sia uno dei più grandi sostenitori dello “Zar” a livello internazionale, e come Putin ricambi con affetto i complimenti delle associazioni ebraiche, come il World Jewish Congress, che attraverso il suo presidente Ronald Lauder ha ringraziato il leader russo per la sua strenua lotta contro l’antisemitismo (“Lauder ha ricordato che, nel loro ultimo incontro nel 2003, il presidente russo aveva promesso di combattere l’antisemitismo in Russia […] [e] che Putin ha mantenuto la sua promessa, portando l’odio anti-ebraico ai livelli minimi nel suo Paese“, fonte).

Non sappiamo se tutte queste amicizie varranno al buon Vladimir un posto nell’HaOlam HaBa (il “mondo a venire”), ma di sicuro nel panorama mediatico-propagandistico attuale il poter annoverare così tanti conoscenti ebrei questa volta non gli ha valso alcuna simpatia.

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