Qualcuno assaltò la tana del coniglio

Vorrei commentare alcune riflessioni sull’autorità dell’amico Assaltoniglio (pubblicate sul sito del partito Pro Italia il 27 Luglio 2022) che prendono come spunto il capolavoro di Miloš Forman Qualcuno volò sul nido del cuculo del 1975. Pur consigliando la lettura completa dell’articolo, mi permetto qui di sintetizzarne all’estremo i contenuti: secondo l’Autore, esistono due forme di autoritarismo, la prima delle quali identificabile come “maschile”, che anche qualora fosse caratterizzata da contenuti inopportuni o paradossali (come l’antifascismo o l’anti-autoritarismo stesso), a livello formale conserverebbe dei tratti positivi nella misura in cui «richiama il singolo a rendersi partecipe […] d’un progetto collettivo, da onorare con l’impiego generoso delle proprie forze e della propria dedizione. È il tipo di autoritarismo che […] ben si sposa con la propalazione d’un’immagine organicistica dello Stato».

L’altra forma di autoritarismo, “dal volto femminile”, rispecchiato dall’infermiera Mildred Ratched (nella pellicola interpretata dall’attrice Louise Fletcher), mère castratrice di lacaniana memoria, sarebbe al contrario marcato da una tendenza a caratterizzare l’individuo «nei termini d’un inetto, pericolo permanente nei confronti di sé stesso e degli altri, un bambino alla vita, dal quale non si può pretendere altro se non che limiti i danni che derivano dal suo agire». Rispetto a quello maschile, l’autoritarismo femminile non sarebbe in grado di produrre alcun valore (anche dal disvalore), ma si limiterebbe solo a mettere in pratica una “calcificata amministrazione dell’esistente”.

Tale forma di autoritarismo, quello dello “sguardo dell’infermeria Ratched”, infine non sarebbe altro che un’espressione di nichilismo “fattosi autorità” e “resosi valore edificante”, convogliato in ultima analisi in un “archetipo della maestrina” quale “femminilizzazione nichilistica dell’autorità”.

Si tratta di un’analisi tanto complessa quanto semplice, che sarebbe difficile non condividere totalmente su queste pagine di maschilismo becero: tuttavia, anche al fine di offrire qualche consiglio “pratico” (Assaltoniglio suggerisce una convergenza tra anarchici e conservatori al fine di «liberarsi dall’abbraccio asfissiante della madre terribile [… che] ha fissato il suo saldo dominio tramite l’assassinio del padre»), si è costretti a problematizzare un poco.

Partiamo dall’assunto che, per la quantità di rappresentazioni plastiche offerteci negli anni del pandemonio, si può in effetti trovare un’ispirazione “materna” nella “infantilizzazione e medicalizzazione” delle società occidentali (come esempio tra tanti, quello della scrittrice Viola Ardone che sulla prima pagina di Repubblica ha sostenuto di voler vaccinare suo figlio di dieci anni perché “la sua libertà inizia dove finiscono le mie paure”); tuttavia risulta al contempo arduo ridurre la questione a una mera distinzione di sessi (e se lo dico io, potete crederci!).

Credo si debba partire da un equivoco di fondo, riguardante la differenza che sussiste tra la versione cinematografica di Qualcuno volò sul nido del cuculo e il romanzo originale di Ken Kesey del 1962: no, non voglio qui propinarvi il solito discorsetto sul “tradimento” in celluloide di qualsiasi opera cartacea; semplicemente, mi limito ad osservare che se la pellicola di Forman giustifica una lettura come quella di Assaltoniglio ponendo al centro della storia il personaggio di McMurphy (anche per questioni formali, essendo interpretato da uno strabordante Jack Nicholson), al contrario il romanzo pone tale interpretazione in secondo piano rispetto a quella di “Capo” Bromden (che non a caso è il narratore) e addirittura di altri caratteri secondari.

Posto che a mio parere non è assolutamente necessario andarsi a leggere il romanzo per poter apprezzare meglio il film (e nemmeno comprenderlo!), mi limito a segnalare questa discordanza sempre ai fini “pratici” di cui sopra. Nel romanzo di Kensey, l’identificazione di McMurphy tra la natura femminile dell’infermeria Ratched («ve la fate sotto per una donna di cinquant’anni») e i suoi comportamenti (che la rendono una megera “taglia-coglioni” [ball-cutter]), assurta appunto a chiave di lettura principale nella versione cinematografica, tra le pagine del libro è invece accolta freddamente e con scetticismo sia dal signor Harding (il “maschio alfa”, seppur gay, tra i pazienti prima dell’arrivo di McMurphy) sia dallo stesso Capo Bromden.

Il primo, anche per il suo disdicevole orientamento sessuale, riduce il problema alla dicotomia tra “conigli” (categoria che comprende non solo i pazienti, ma anche i dottori maschi soggiogati dalla Ratched) e “lupi”:

«Questo mondo… appartiene ai forti, amico mio! Il rituale dell’esistenza è basato sul fatto che i forti diventano più forti divorando i deboli. Dobbiamo rassegnarci a questo. È soltanto giusto che sia così. Dobbiamo imparare ad accettare questa situazione come una legge del mondo naturale. I conigli accettano la loro parte nel rituale e riconoscono il lupo come il forte. Per difendersi, il coniglio diventa pavido e spaventato ed elusivo e scava tane e vi si nasconde quando il lupo va in giro. E sopporta, resiste. Sa qual è il proprio posto. Senza dubbio, non sfida il lupo invitandolo a battersi. Ebbene, non è assennato, questo? Non lo è, forse?».

E anche il “capo indiano”, seppur in maniera meno disfattista ed effeminata, è convinto che la femminilità della Ratched non c’entri nulla e che la natura della loro condizione sia da rimandare a un livello superiore, gestito da quello che lui definisce “La Cricca” [Combine]:

«McMurphy non lo sa, ma si è reso conto di quello che io ho captato già da molto tempo: non si tratta semplicemente della Grande Infermiera. La vera grande forza è la Cricca, la Cricca che domina l’intera nazione e l’infermiera si limita ad essere un alto funzionario delegato da quella gente».

Per farla breve, Forman è riuscito, senza forzature, a inserire un’opera controculturale nella cultura del tempo e farla sembrare, più che una versione romanzata delle teorie di Erving Goffman e Michel Foucault, uno spin-off di Easy Rider. Nulla di male, anzi, ma fuori dalla sua epoca Qualcuno volò sul nido del cuculo (s’intende il film) ha pochi modelli e morali da offrire, o comunque nulla che non possa essere liquidato sotto l’etichetta Ok Boomer (come l’idea che la ribellione sia un atteggiamento più virile dell’obbedienza, o che il sesso sia di per sé un’esperienza liberatoria e salvifica).

Nel romanzo, il quadro è lievemente più complesso: lo “sguardo dell’infermiera Ratched”, a cui fa sempre riferimento Assaltoniglio, per Kesey è una raffigurazione non tanto di un “autoritarismo femminile”, quanto del Panopticon di Jeremy Bentham. Esso è l’espressione tangibile di un potere invisibile che non incombe più dall’alto ma si instaura attraverso le relazioni: senza voler scadere nei soliti foucaultismi, si può solo concedere che sia la natura di questa forma di dominio a renderla così intollerante nei confronti di qualsiasi trasgressione. La ribellione di McMurphy nel romanzo è dunque sterile, perché questo “Franti” è convinto di trovarsi in una versione “demascolinizzata” del carcere; mentre l’unico ad aver capito tutto sembra essere proprio il “Capo”, che sin dall’inizio sa di avere a che fare con un Panottico gestito dalla Cricca.

Insomma, per Kesey il fatto che l’occhio dell’osservatore della torre benthamiana appartenga a una donna è irrilevante. Nel romanzo del resto l’unico a connotare la Ratched di qualità femminili è McMurphy; per gli altri essa è una “macchina perfetta”:

«[La Grande Infermiera] ha la faccia liscia, calcolata, un lavoro di precisione, come una bambola di lusso, la pelle è smaltata color carne, un misto di bianco e crema e occhi celesti, piccolo naso e piccole narici rosee… tutto si armonizza tranne il colore sulle labbra e sulle unghie e le dimensioni del seno. È stato commesso in qualche modo un errore di fabbricazione, ponendo quelle enormi poppe femminili su un’opera che sarebbe stata altrimenti perfetta, e potete immaginare quanto ella ne sia amareggiata».

Tutto ciò però non esclude la possibilità di trovare un rapporto essenziale tra un potere che si esercita attraverso “il senso di colpa, il vittimismo dell’autorità, l’infantilizzazione dell’interlocutore” e il fatto che ad esercitarlo sia una donna.

Torniamo per un momento alla “castrazione”: per gli psicologi la “funzione paterna” da qualche secolo rappresenta uno dei pilastri della civiltà. Nonostante Lacan abbia reso più simboliche e meno materiali (in tutti i sensi) le conclusioni di Freud, per ogni studioso della disciplina che si rispetti il Padre resta figura essenziale per rompere la simbiosi tra madre e figlio e creare un essere umano. I lacaniani di tutti gli schieramenti sono piuttosto fermi sul punto: l’unica concessione (progressista?) che viene fatta, per venire al nostro dilemma, è che non c’è necessità che la funzione paterna venga rappresentata da un essere anatomicamente maschio. L’importante è che il Padre si ponga ad argine nell’assolutizzazione incestuosa tra madre e figlio, e dunque crei limiti e leggi.

Però è proprio qui che si insidia il dubbio: e se solo i maschi fossero in grado di esercitare tale forma di potere? La tentazione è di chiuderla qui, affermando che chi ha le mestruazioni non deve governare (perché non è in grado di esercitare un potere sovrano senza trasformarlo in potere disciplinare). Sfortunatamente sono discorsi che nel nostro contesto, così pieno di fluidità sessuali e “peni femminili”, potrebbero generare più di un equivoco. E allora concediamoci solo di concordare con la soluzione di Assaltoniglio di individuare l’archetipo del maestro (non solo in contrapposizione a quello della “maestrina”, ma anche come simbolo dotato di un valore intrinseco), peraltro l’unica praticabile nel contesto attuale: l’importante è intendersi sul tipo di Maestro a cui ci si debba ispirare.

2 commenti su “Qualcuno assaltò la tana del coniglio

  1. Una precisazione:

    So bene che il film è fondamentalmente una robaccia foucaultiana. Quello che volevo fare era proprio azzardare una lettura del tutto “filologicamente” scorretta del film, che poi alla fine, per me, era un pretesto per parlare d’altro (e cercare di risolvere la mia personalissima spaccatura interiore fra hegelismo e heideggerismo).

    Per il resto, grazie della risposta bro.

    1. In realtà il film non è propriamente foucaultiano, proprio perché il regista sembra immedesimarsi in uno dei personaggi piuttosto che accettare la prospettiva dell’autore: quindi la versione di Forman è più orientata al libertarianismo, anche se magari l’esito non è propriamente quello voluto dal regista (perché, appunto, Nicholson è incontenibile). Da un’ottica foucaultiana è il Capo ad aver capito tutto, mentre nel film sembra quasi che sia stato il “sacrificio” di McMurphy (e anche di Bibbit) a dare una chance al Capo.
      Grazie a te

      PS: hegelismo per morire consapevoli

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