Quando Milano divenne un feudo boniniano

Le elezioni sono andate più o meno come dovevano andare: la coalizione di “destra” (ma sarebbe meglio definirla “popolare” o “conservatrice”, ché gli italiani sono pavlovianamente addestrati a temere quella parola) ha ottenuto il maggior numero di voti, il Fronte dell’Uomo Qualunque 4.0 ha svolto perfettamente la sua funzione di rendere il Paese ingovernabile (ma nonostante le aderenze internazionali e i finanziamenti piovuti da chissà dove, l’augurio è che facciano presto la stessa fine), e il Pd è stato spazzata via dalla faccia della terra. Nulla di imprevedibile, quindi: lasciamo ai giornali il compito di versare fiumi di inchiostro su questo nulla.
Resta tuttavia un dato a mio parere inquietante, che temo nemmeno a spoglio finito (e débâcle confermata), verrà adeguatamente trattato: sto parlando della sovraesposizione mediatica di cui ha goduto la lista di Emma Bonino “Più Europa”. È chiaro, la signora, che si autodefinisce “la zia d’Italia” (per lei una sorta di titolo nobiliare, visto che credeva le consentisse di andare a elezioni senza nemmeno raccogliere le firme – cosa che poi effettivamente è successa!), aveva dalla sua dei supporter mica da ridere: a parte il disinteressato interesse di “Guardian”, “Le Monde” e “New York Times”, si rileva pacatamente il pluridecennale sostegno da parte del filantropo George Soros (rivendicato con orgoglio dalla “zia” stessa, che del resto fa parte del boarddella famigerata Open Society). Poco tempo fa, durante la faida interna ai Radicali, erano volati stracci proprio su questo “dettaglio”, quando la Bonino venne appunto accusata di aver «adottato l’agenda di George Soros» (sic) e di perseguire come unico obiettivo quello di «far parte del jet set internazionale» (ipse dixit).
Facciamo finta che tutto ciò sia legittimo, che sia solo una questione di simpatia, filantropia, eleganza, sobrietà, cosmopolitismo e buone maniere: però a Milano l’hanno fatta grossa. Nel giro di un paio di settimane infatti il capoluogo lombardo si è trasformato in un vero e proprio “feudo boniniano”: gigantografie nelle stazioni, paginoni quotidiani del “Corriere”, volantinaggio molesto (e sul punto, nonostante il perimetro sacrale tracciato attorno alla Zia più amata d’Italia, non sono mancate le polemiche – vedi qui e qui).
Non vogliamo fare i conti in tasca a nessuno, ma è difficile credere che una lista incapace di mettere assieme qualche migliaio di firme sia poi riuscita a permettersi una propaganda così pervicace, che tutto sommato le ha consentito di passare da meno venticinquemila firme a quasi un milione di voti. Perché – questo è il punto – l’incessante battage ha scatenato gli istinti più bassi della gente a cui piace la gente che piace alla gente che piace: sembra una supercazzola, ma se la rileggete un paio di volte scoprirete la formula del moto perpetuo piddino. Potrei scommettere infatti che tra i quattro gatti che hanno votato “Più Europa” non ce ne sia uno che abbia letto il programma: dunque anche quel risicato 2,5% è un risultato tutt’altro che rappresentativo dell’elettorato boniniano. A dimostrazione di tale “inconsapevolezza”, un dato se volete “di colore” ma comunque significativo: la Wikipedia italiana, a differenza di quella inglese (More Europe) e francese (Plus d’Europe), non contempla neppure una pagina dedicata (in compenso c’è quella in lombardo, ulteriore riprova del fanatismo indotto tra questi poveri bamba).
La “gente che piace”, insomma, non sapeva praticamente nulla del piano lacrime e sangue di “Più Europa”, della cura ultraliberista per l’Italietta sprecona e mangiona, fatto di privatizzazioni e patrimoniali, demolizioni sistematiche del welfare, “prevenzione degli abusi del diritto di sciopero” (sic!) e lotta senza quartiere alla “spesa pubblica improduttiva” (= scuola, sanità, pensioni…). E se ne aveva un’idea la più vaga possibile, era comunque galvanizzata dalle due parole magiche che proiettavano Milano automaticamente in “Europa”, anzi in “+Europa”, il non-luogo in cui l’effimera esperienze di un Erasmus a Utrecht (per i giovani) o di un fine settimana ad Amsterdam (per i più attempati) si sarebbe perpetuata in eterno. Ecco, è stato questo a mio parere il lato più sgradevole di tutta la campagna elettorale per i milanesi: doversi sorbire discorsi del genere nei bar, sugli autobus, al lavoro, persino in coda davanti al seggio. Si è trattata di un’esperienza davvero demoralizzante, a metà strada tra 1984 ed Essi vivono, tanto da avermi fatto coniare nuovi tipi di interiezioni (come “Mannaggia all’Europa” o “Porca di quella Europa”). Ovviamente non maramaldeggerò perché non è nel mio stile: mi godrò solo questa brevissima tregua che gli italiani hanno concesso ai milanesi che “non piacciono”.

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