Quarto Reich (Il secolo dei tedeschi)

È sfuggito ai più un comunicato stampa del Bundestag risalente al giugno 2015 nel quale viene confermata la sostanziale continuità della Germania attuale con il famigerato Stato unitario tedesco (per le enciclopedie esistito solo dal 1871 al 1945):

«La Corte Costituzionale Federale ha stabilito, secondo costante giurisprudenza, che il soggetto di diritto internazionale “Reich tedesco” non è decaduto e che la Repubblica Federale Tedesca non è il suo successore, ma è identico a esso come soggetto di diritto internazionale. Il Governo Federale ha indicato ciò in risposta a una inchiesta parlamentare del gruppo “Die Linke” [“La Sinistra”] sugli accordi di Postdam del 1945. I deputati avevano, tre le altre cose, chiesto un chiarimento riguardo alla “teoria della sopravvivenza del Reich tedesco” e alla possibilità che il Governo Federale dichiarasse pubblicamente la sua insostenibilità, “affinché non venga strumentalizzata dai neonazisti e dal cosiddetto ‘Movimento dei cittadini del Reich’ per elaborare tesi revisionistiche a discapito dei Paesi europei confinanti”».

[Per precisare: il “Movimento dei cittadini del Reich” (Reichsbürgerbewegung) è un insieme di gruppi che sostengono la continuità tra Impero tedesco e Repubblica Federale nei confini precedenti alla Seconda guerra mondiale. Ognuna di queste associazioni si è autoproclamata governo in esilio (Exilregierung) e aspira a reggere la Germania in nome dell’Impero].

Non dico che ci si dovrebbe ricamare sopra chissà quale teorema anti-tedesco, però è singolare che non ne abbia parlato nessun giornale, nemmeno quelli più “germanofobi” (forse perché è solo una posa e in realtà nessuno in Italia può dirsi veramente tale?). Almeno qualche conclusione politica (o geopolitica o metapolitica) se ne sarebbe potuta trarne: per esempio, sul fatto che questo Reich ancora sussistente si senta obbligato ad adottare le medesime tattiche imperialistiche in Europa da un secolo a questa parte. Finora i più “coraggiosi” hanno evidenziato solo il lato finanziario dell’espansionismo tedesco, ma la questione va al di là del camuffamento del Deutsche Mark con l’euro. Non a caso qualche commentatore transalpino, seppur nel clima totalitario instaurato dal macronismo, timidamente rievoca sui giornali la lunga querelle riguardo all’incertitude allemande, l’instabilità congenita di un Paese che si riversa violentemente oltreconfine.

Ciò nonostante al giorno d’oggi generalmente latitano i reportage sulla destra teutonica (vedi Chemnitz), rispetto alle accoratissime inchieste su estremisti e naziskin che fioccarono agli inizi degli anni ’90. Sembra negli ultimi anni essersi imposto un implicito caveat sulla natura umorale e imprevedibile della politica tedesca, ovvia conseguenza del mito della solidità alemanna come garanzia di una pace perpetua, passato da espressione di banale provincialismo a seria ipoteca su qualsiasi futura “Europa Unita”. Osserviamo infatti come il circolo vizioso tra caos interno e aggressività esterna caratterizzi ancora la volontà tedesca di imporre la sua egemonia all’intero Continente: il fatto che chiunque si limiti a sottolinearlo venga tacciato di “germanofobia” dimostra indirettamente quanta fortuna abbiano avuto gli europei odierni ad avere a che fare con un Reich solo di nome e non di fatto.

Potremmo dilungarci sul complesso di inferiorità che alimenta l’aggressività alemanna, riconoscendo che Versailles ha influito sul carattere odierno della nazione (anche se la Merkel ci va a fare i summit), ma che d’altra parte non esiste davvero un modo per accontentare un popolo che regolarmente si illude di avere perso il suo “appuntamento con la storia”. Tuttavia preferisco commentare solo con una bella pagina di Eugenio Corti (dal monumentale Il cavallo rosso) che mi è tornata in mente leggendo proprio questo “dispaccio” sulla persistenza del Reich e che mi pare spieghi perfettamente la prepotenza frustrata con cui la nazione vorrebbe ancora riconquistarsi uno spazio vitale.

«Se è vero che non esistono popoli superiori, né inferiori, agli altri, è anche vero che ogni popolo ha un proprio momento di particolare efficacia, in cui è chiamato a costruire con grandezza non solo per sé ma per tutti, e secondo ogni verosimiglianza il nostro avrebbe dovuto essere il secolo dei tedeschi. Li abbiamo visto al culmine delle possibilità realizzatrici, come devono essere stati gli elleni nel loro tempo più felice, quando diedero alla civiltà quell’incommensurabile apporto, come i romani alcuni secoli più tardi, e gli italiani nel medio evo, e gli spagnoli nel cinquecento, quando furono tali da arrestare nel vecchio mondo la minaccia dell’islam e in pari tempo da colonizzare il nuovo. Come i francesi nel settecento, come infine nell’ottocento gli inglesi, quando con la macchina e l’industria moderna hanno creato nuove, impensate possibilità di vita per l’umanità intera. Disgraziatamente il loro grande momento i tedeschi l’hanno sciupato al seguito di falsi maestri, in un’impresa del tutto contro Dio, escludendosi con ciò dalla possibilità di costruire alcunché. E non basta: lo sperpero delle loro immense energie – di cui gli ultimi brandelli avrebbero portato l’uomo sulla luna – e la perdita d’un numero così spaventoso di loro, uomini dotati di fermezza oggi introvabile altrove, avrebbero negli anni a venire rappresentato per l’umanità intera un impoverimento forse irreparabile».

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