Quello che le donne (e gli uomini) non dicono

Questa non è una storia semplice da raccontare, ma un lettore mi ha chiesto personalmente di farlo. Non voglio dire molto su di lui, se non che definirlo “lettore” è ormai riduttivo, sia perché mi segue nelle mie varie incarnazioni virtuali da quasi dieci anni (come passa il tempo…), sia perché ha voluto incontrarmi il mese scorso proprio per “regalarmi” forse la crudezza più lancinante e demoralizzante a cui sia mai venuto a conoscenza. Al confronto quel che abbiamo passato noi è una barzelletta. Mi piacerebbe raccontare tutto in prima persona per alleggerire la narrazione, ma poi nascerebbero i soliti equivoci dovuti all’impossibilità da parte del lettore medio di capire quando un blogger sta citando un’altra persona (anche se glielo specifici a caratteri rossi e cubitali in cima e in coda a un post).

La vicenda risale ai primi anni ’00, anzi in realtà molto tempo prima, quando la persona di cui stiamo parlando viene molestata in piena pre-adolescenza da un “amico di famiglia” (pezzo di merda, altro che amico) e per anni decide di non rivelarlo a nessuno, nemmeno ai suoi genitori. Esteriormente, del resto, non si verifica alcun cambiamento nei suoi atteggiamenti abituali, essendo egli sempre stato timido e introverso (in effetti il bersaglio preferito degli “orchi”): diventa soltanto un po’ più taciturno e asociale (ma in fondo è un maschio, a chi importa).

Ad ogni modo il ragazzo cresce e la “ferita” si rimargina, anche se qualche volta i ricordi di quella sera riaffiorano tra i brividi e le lacrime (l’amico mi ha fatto la cortesia di non scendere in dettagli, ma ha voluto giustamente dilungarsi su cosa significhi, dal punto di vista emotivo, essere vittime di un qualsiasi atto di pedofilia – io naturalmente non ho voluto sapere più di quanto egli abbia voluto confessarmi, forse più per lo schifo che per l’imbarazzo): pare che la brutta esperienza non gli abbia però tolto la voglia di vivere. Nemmeno dal punto di vista sessuale sembrano esserci state conseguenze traumatiche: gli rimane solo una certa diffidenza verso il prossimo (più che normale, alla luce di quanto accaduto) e un fastidio nei confronti di una certa maschialità strabordante, quella da stadio, da prigione o da caserma.

Intendiamoci, non è che dopo esser stato abusato mi diventa “femminista”, ma comincia a evitare qualsiasi situazione in cui si debba trovare in “competizione” con altri uomini: abbandona dunque la squadretta locale di calcio, smette di andare a caccia con suo zio (che morirà pochi mesi dopo, “forse di dolore”, suggerisce ridacchiando) e si allontana dalle vecchie compagnie, rifugiandosi in quel mondo parallelo che stava nascendo in Italia, l’Internet. Ovviamente tutto ciò si traduce in un disastro dal punto di vista sentimentale, tanto che l’amico riesce a trovare la prima “fidanzatina” solo a vent’anni, attraverso un forum dedicato alla musica (stiamo parlando di un’era precedente a MySpace, dove paradossalmente forse era più facile incontrare ragazze nella vita reale).

La fidanzatina, nonostante i discutibili gusti artistici e una certa attrazione per l’orrido e il macabro (“Prima di Tinder le ciccione erano tutte goth”, altra osservazione degna di nota), nonché un ruolino sessuale leggermente disarmante (che rivendica senza alcuna remora, da vera femmina “liberata”), sembra comunque una “ragazza a posto”, cioè una sfigata come lui che forse può provare empatia nei suoi confronti. Per questo, dopo tre mesi di frequentazione, che includono anche qualche appagante scopatina (per l’amico un punto molto importante, a causa del timore che un trauma sconosciuto affiorasse proprio in occasione della “prima volta”), decide infine di aprirsi e raccontarle la terribile esperienza vissuta.

Incredibili a dirsi, la ragazza non ha la reazione “empatica” che l’amico si aspettava: forse perché non è una “sentimentale” nel senso tradizionale del termine? Può darsi, ma la prima considerazione che esprime è tutt’altro che esaltante: “Sai che un po’ lo avevo intuito”. Il mio amico (non so se “dal vivo” o col senno di poi), interpreta la frase come un giudizio nei confronti del suo atteggiamento da “maschio beta”; allora cambia improvvisamente umore e si mette a giurare vendetta, tremenda vendetta nei confronti dell’aggressore. Ma è una cosa alla quale non credono né lui né la fidanzata, tanto che quest’ultima, nel tentativo di “calmarlo”, lo invita semplicemente a denunciare il pedofilo.

E chissà che nel migliore dei mondi possibili non sarebbero andati assieme in questura a sputtanare quel pezzo di merda, in un finale lieto della migliore sitcom americana: nella realtà succede però che dopo pochi giorni lei lo lascia “senza addurre motivazioni plausibili”, in pieno stile Cara ti amo (“Mi sento confusa”, “Devo stare un po’ da sola”, “Esco appena da una storia di tre anni con un tipo”, “Non mi voglio sentire legata”). Una scusa, in particolare, deve averlo ferito profondamente se riesce a ricordarsela dopo tre lustri e passa: il marito della zia della “signorina” aveva accidentalmente ucciso il gatto della consorte e lei era “caduta in depressione” per il fatto.

Insomma, tra una cosa e l’altra lo scarica con una marea di scuse che non stanno né in cielo né in terra, lasciandolo nella disperazione più nera. L’amico si sente quasi come “violentato una seconda volta” (sic) e questa delusione giovanile così tardiva per poco non lo porta al suicidio. Come extrema ratio contatta un’altra frequentatrice di quel famoso forum di cui sopra, con la quale si era già incontrato in precedenza in base al principio della “ragazza di riserva”, quella che gli “artisti della seduzione” americani definiscono safety net, fingendo di aver scoperto l’acqua calda, quando in realtà anche i maschi più imbranati sono perfettamente al corrente (persino in modo “istintuale”) che bisogna sempre avere una “rete di sicurezza” nell’eventualità che una stronza ti scarichi da un giorno con l’altro.

Con quest’altra ragazza, un autentico “mostro” (sia fuori che, a quanto pare, pure dentro) il mio amico era riuscito a stringere un’amicizia basata sulle passioni comuni (senza aggiungere che la tizia era già fidanzata – figuriamoci se una cessa obesa anche all’epoca rimaneva senza cazzo). Bene, pochi giorni dopo la brusca rottura, il Nostro incontra la sua “amica del forum” e le racconta tutto quel che è successo, omettendo per motivi intuibili il momento della “rivelazione” (perché altrimenti avrebbe dovuto mettere pure lei al corrente). Vedendolo piuttosto abbacchiato, la tizia decide di incontrarlo un altro paio di volte finché l’amico, in preda a un marasma interiore che nemmeno possiamo intuire, decide di spiattellare anche a lei il suo passato miserabile. La reazione della tizia lo sconvolge letteralmente: questa cretina rimane con gli occhi fissi puntati chissà dove e, dopo lunghissimi minuti di silenzio, cambia completamente argomento, mettendosi a parlare di un suo recente viaggio in Germania (“ed elogiando il multiculturalismo di quella nazione”, precisa con un dettaglio che non può che amaramente deliziarmi).

Ora, l’amico ha deciso di raccontarmi tutto questo perché, nonostante mi abbia sempre seguito per motivi politici e culturali, l’insistenza sulla “Questione Maschile” degli ultimi anni lo ha portato a guardare alla sua esperienza da un’altra prospettiva: è possibile che quella ragazza lo abbia lasciato per motivi di dominance, per il crudele principio secondo il quale le donne sono attratte dalla cosiddetta “triade oscura” (ne abbiamo discusso infinite volte, vedi 123, 4, 5 e 6…)? Io ho cercato di confortarlo, di dirgli che le femmine sono creature prive di sentimenti capaci di passare da un uccello all’altro senza il minimo senso di colpa, ma temo di non esser riuscito a nascondere il mio sostanziale consenso alla sua interpretazione.

È una storia che forse non andava nemmeno raccontata, ma il lettore ci teneva così tanto, come se finalmente fosse “venuto il momento”. Chiaramente adesso il copione prevederebbe il colpo di scena finale (“quel mio amico, era io“), e invece è “tutto vero”, nella misura in cui io non sia stato vittima di una colossale trollata o di un simpaticone in vena di larping. Non mi pare però il caso: questi scherzi si fanno online, non faccia a faccia davanti una bottiglia. Del resto non fatico ad immaginare una donna che preferisca un carnefice a una vittima: è un fenomeno che possiamo “apprezzare” quotidianamente. Ancora l’amico mi rivelava che a ferirlo nell’adolescenza era proprio l’attrazione da parte delle sue coetanee per il bulletto del quartiere, l’ultras, il coglione che impennava col motorino, il ladruncolo dell’oratorio eccetera. Di tutti questi, che cos’è il pedofilo se non la versione meno presentabile? Eppure, in un modo o nell’altro, tutti prima o poi diventiamo inculatori del prossimo (fortunatamente perlopiù in senso metaforico), soprattutto quando si tratta di donne.

“L’avrà disgustata avermi raffigurato nella sua mente come un bambino spaventato, come il maschio beta dominato dall’alfa?”, tenta di deprimermi l’amico con le ultime considerazioni. Più ci penso e più l’ipotesi è ributtante: ma non è stato forse sempre così sin dal principio? Persino Valerie Solanas, nel suo strampalato manifesto, fantasticava su questo mitico patriarca capace di incularsi l’universo intero, per poi ripiegare sul povero Andy Warhol come vittima sacrificale del genere maschile. Forse è davvero il caso di cominciare a contrastare la famigerata “mascolinità tossica”, ma solo quella fomentata dalle donne. Passo e chiudo.

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