Roberto Calasso: anche gli sciamani possono morire

Roberto Calasso a Jaipur (India) nel 2010

Parlare di Roberto Calasso è per me talmente facile da risultarmi nella pratica impossibile: la tentazione sarebbe quella di andare di scrittura automatica e dire le tre-quattro cose che tutti si aspettano. In effetti è da oltre tre lustri che tento di dimostrare che lo sciamano dell’editoria italiana sia a capo di una cupola internazionale giudaico-massonica il cui unico scopo è la distruzione dell’umanità. Sarà anche per questo che qualche amico stamattina si è sentito in dovere di avvisarmi della sua scomparsa, a testimoniare indirettamente un’ossessione che credo non abbia giovato un granché al mio sviluppo intellettuale. È come se una parte della mia esistenza si sia intrecciata con quella dell’Abbé di San Satiro: da quando mi ci sono imbattuto ad Atene (una delle esperienze più stranianti della mia vita, nonostante lo abbia semplicemente adocchiato da lontano mentre scendeva le scale), a quando ho partecipato all’impresa, poi naufragata, di svelare il mistero (in senso etimologico) dell’Adelphi con una compagnia di “poeti estinti, filosofi, preti, martiri, artisti, inventori”.

Ancora troppo presto per parlarne, nonostante ora sia il momento del pettegolezzo, naturalmente non di stampo saint-beuviano, ma ispirato alla tradizionale encomiastica fantozziana della nostra industria culturale, che non può far altro che ridurre Calasso a pendant serioso dell’ospite cazzone di Fabio Fazio o tutt’al più a “riscopritore” di Maigret. Certo, perché ci volevano le tinte pastello per restituire a un’Italia infatuata del faccione bonario di Gino Cervi (che interpretava il Commissario in maniera sublime, come un Peppone parigino) l’immagine reale del detective-sacerdote che libera la comunità dal contagio attraverso un φαρμακός.

Sì, il punto è che tutto il catalogo Adelphi può essere interpretato in chiave sacrificale, perciò si potrebbe partire da qualsiasi “anello del serpente” per imbastire un necrologio psico-complottista. E allora insinueremmo che Calasso abbia pubblicato tutto Simenon per offrire una rappresentazione plastica della “sua” religione, nella quale il rituale avesse una valenza effettiva e non fosse mera teatralità (se non nella misura in cui tale teatralità abbia un’efficacia intrinseca): un culto per cui sia necessario un sacrificio umano per liberare Tebe dalla peste.

Maigret dunque fa parte dello stesso serpente di cui fa parte René Girard, i cui magnifici saggi impongono una visione dilemmatica del cristianesimo tra abolizione del sacrificio (e dunque riduzione di se stesso a mero fatto sociologico) o usurpazione dello stesso (con conseguente negazione della verità della Risurrezione). Certo, c’è sempre il sospetto che si tratti, in generale, solo di letteratura, una cosa che “Non fa danno” (come amava ripetere il Nostro, il migliore argomento in difesa della lettura in quanto tale è un’osservazione di Robert Walser: “Chi legge, nel momento in cui legge, non fa danno”).

Forse l’inganno supremo dell’adelphismo è proprio questo: costringerci a detective-sacerdoti in una logica sacrificale che ci vuole svelatori di un complotto che non c’è, nel quale questa volta è il de cuius a fungere da capro espiatorio e “riparare il mondo” con la sua scomparsa incruenta, ma che noi renderemmo tale attraverso un vero e proprio martirio della memoria (col senno di poi, Los detectives salvajes di Roberto Bolaño -autore che Calasso voleva tutto suo e strappò quasi di prepotenza a Sellerio- può essere letto come uno sberleffo ai nostri esercizi spirituali messi in scena da Artaud).

Forse non ci capiamo: intendevo solo dire che non ho intenzione di maramaldeggiare. Anche per questo ho acconsentito alla richiesta di un amico, giornalista di destra ormai affermato, di “prendere ispirazione” da qualche mio pezzo sul Venerato Maestro (raccolti sotto l’etichetta a lui intestata in tempi non sospetti), seppur con la consapevolezza che li utilizzerà per trarne un santino della cultura alternativa e controcorrente (a’ fascio). Ma sì, salviamo le apparenze, facciamo di Calasso una versione frufru di Ciarrapico e morta lì (absit iniura verbis). Del resto, mica vorremmo parlarne come uno sciamano che ha fatto della dissoluzione un rituale di massa, che ha contributo a creare un état d’esprit nel quale il sacrificio umano non è più tabù, che ha instillato nell’inconscio collettivo la possibilità che il mito possa servire ancora come velo pietoso a qualsiasi abiezione. Alla fine, era solo uno che stampava libri, o no?

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