Roberto Calasso da cacciatore a preda

La stroncatura de Il Cacciatore Celeste firmata da Armando Massarenti per “Il Sole 24 Ore” (Sotto le stelle della caccia22 maggio 2016) ci fa supporre che il Gruppo Rcs, dopo trenta e passa anni, si sia accorto che Roberto Calasso non scrive soltanto capolavori. Trovo tuttavia che sia alquanto singolare che questo “risveglio” si sia verificato un attimo dopo la fuoriuscita di Adelphi da Rcs in seguito alla fusione con Mondadori; il tono stesso della recensione è del resto piuttosto pretestuoso: «Calasso afferma perentoriamente le proprie tesi, che hanno un’impronta filosofica e non scientifica, e queste prevalgono su tutto»…

Alla faccia! Quindi bastava solo che Adelphi uscisse dal giro per accorgersene? Se questa è l’industria culturale italiana, c’è poco da festeggiare. Sia chiaro, non mi permetterei mai di dubitare della buonafede del Massarenti, che probabilmente da anni covava la medesima opinione verso i tomi del Venerato Maestro; credo però sia indicativo che gli venga concesso di esprimere la propria insofferenza solamente ora. Inoltre, per entrare nello specifico, appare alquanto grottesco che il grande e irreprensibile Calasso venga relegato nel ruolo di “antropocentrista”, quando la maggior parte della saggistica adelphiana promuove da sempre il superamento delle concezioni tradizionali dell’uomo come “signore del creato” (basta sfogliare il catalogo, da Il crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes a Il superorganismo di Hölldobler e Wilson).

Che sta succedendo, insomma? È desolante che la critica non riesca a esprimere un qualcosa di più obiettivo di una dissezione scientista (Massarenti evidentemente non si accorge di avere a che fare con della pseudo-saggistica tendente alla narrativa) o di un elogio sperticato (come i puntualissimi ossequi di Pietro Citati sul “Corriere”).

Lasciando da parte le divagazioni sul mondo editoriale italiano e venendo finalmente al libro, si è purtroppo costretti ad ammettere che, sì, Il cacciatore celeste è piuttosto bruttino: assomiglia quasi a un patchwork dei lavori precedenti dell’Autore (se non addirittura a un pastiche, dato che a tratti Calasso pare scordarsi buona parte della sua sconfinata produzione). Ciò nonostante, la sensazione di avere a che fare con un classico caso di self-plagiarism non riesce comunque a legittimare la “trovata” di presentare il volume come «ottava parte di un’opera in corso iniziata nel 1983 con La rovina di Kasch»: con tale espediente si vorrebbe infatti conferire omogeneità a un percorso culturale confuso e velleitario, che per giunta il Nostro aveva già tentato di consolidare con una precedente “tetralogia del Ka”, ora assimilata a una labirintica “tetralogia seconda” che moltiplica le intuizioni calassiane all’infinito (ma gli gnostici, oltre alla copula, non aborrivano pure gli specchi?).

In ogni caso, se La rovina di Kasch a parere di Italo Calvino trattava di due argomenti, «Talleyrand e tutto il resto», de Il cacciatore celeste potremmo dire che parla di «tutto il resto», e basta. Gli unici capitoli dedicati alla “caccia” (o a quello che Calasso intende per tale) sono quelli iniziali, ed è intuibile che la maggior parte dei recensori si sia fermata proprio lì, alle soglie delle centinaia di pagine dedicata alla “Grecia profonda” (una delle “specialità” dello scrittore), l’Ellade tutta sangue sudore e lacrime in cui la vita «schiuma di forza» ed è «fulgente, intensa breve, come un duello» (p. 106).

Insomma, il solito tour de force dionisiaco dal quale non se ne esce più. Ogni volta che Calasso attacca con i suoi ditirambi, mi torna alla mente uno scambio epistolare tra Karl Löwith e Leo Strauss a proposito della “libidine degli antichi”: allo scalmanato Löwith che si eccitava oltre il consentito («Per i greci era del tutto naturale –e di questo io li lodo– avere rapporti con donne, fanciulli e animali»), il vecchio Strauss consigliava, “per cortesia”, di leggersi le Leggi di Platone. Beh, se c’è una novità nell’ultima impresa del Nostro, è che stavolta persino lui è andato a leggersi i Νόμοι! Sfortunatamente quel che ne ha dedotto (nel VIII capitolo, “Consiglio notturno”) è molto meno entusiasmante: a suo parere le Leggi prefigurano il Panopticon di Bentham, e Platone nel migliore dei casi è un precursore di Tayllerand (e nel peggiore di Pol Pot).

È ovvio, tout se tient, il delirio con la società aperta e l’estasi col liberalismo, ma far incontrare sullo stesso tavolo operatorio Giorgio Colli e Karl Popper rimane un’impresa non da poco: da questo punto di vista, l’unico capitolo apprezzabile (seppur ai limiti del didascalico, o forse proprio per questo) è “O Egitto, Egitto…”, dedicato alle influenze dell’immaginario egizio sulla cultura greca.

Nel frattempo, il Cacciatore non si sa che fine abbia fatto: il libro infatti prosegue come una raccolta di scarti da altri saggi calassiani, quelli che probabilmente si era rifiutato di pubblicare per l’abuso dell’espressione “sacrificio”, che in alcuni passaggi risulta imbarazzante. Anche in questo, l’Autore non fa che épater le bourgeois in un’epoca in cui il borghese non è più nemmeno un moderato-progressista: «Mangiare un corpo che è stato ucciso dal proprio Nemico era come – per interposta carcassa – mangiare se stessi. Origine remote dell’autoriflessione» (p. 157).
La verità è che per anni (decenni!) Calasso è stato utilizzato da molti (anche da noi) come uno spauracchio; alla fine era inevitabile che il gioco cominciasse a stancare: adesso infatti, invece di cascarci ancora una volta, preferiamo metterci nella posa del Condescending Wonka e constatare quanto le riflessioni dell’Abbé di San Satiro siano scadute al livello di un Emanuele Trevi qualsiasi: «Anche la lingua dell’economia […] non riesce a fare a meno della parola “sacrificio”, gravata di storia e di preistoria» (p. 150).

Ah sì, anche gli ilici usano la parola “sacrificio”? Ma non mi dire…

Più che un patchwork, come abbiamo detto, l’opera è un “pasticcio”, poiché Calasso imitando se stesso, tra un Mahābhārata, un Plotino e una Simone Weil, si scorda nientedimeno che del Cacciatore Gracco di Kafka (al quale aveva dedicato alcune delle pagine più limpide di K.). Con un “prologo in cielo” del genere, forse avremmo avuto un libro migliore, o almeno  più attinente al tema che si era proposto di sviscerare (stricto sensu).

In fondo persino un lavoro di pura classificazione dei “cacciatori archetipici” sarebbe apparso più appagante: peccato che le illuminazioni dei primi capitoli si incaglino immediatamente nella feccia di Eleusi – e non in quella di Romolo, che almeno darebbe l’illusione di averci capito qualcosa. Invece niente, nessuna tregua per il malcapitato lettore: le timide incursioni nell’antropologia, nell’etnologia e nella filologia delle prime pagine si affievoliscono all’istante, in un uso raccogliticcio e sbrigativo delle fonti che emerge, per citare uno dei casi più irritanti, nell’identificazione dell’origine della parola sciamano da una “lingua tungusa” (?) di sapore ottocentesco.

Se queste sono le premesse, la «sospensione haschichina (sic) della parola» diventa un passaggio obbligato. Ci si domanda a questo punto se Calasso non sia ancora particolarmente affezionato a tali “sospensioni”, alla luce degli effetti che l’oppio sortì sulla stesura della sua tesi di laurea, come egli stesso ebbe a confessare recentemente a una rivista: «Fumare […] ebbe su di me l’effetto opposto a quello che normalmente si crede. Mi aiutò a scrivere con la massima fluidità»  (Borges recitava alla luna…, “Sette”, 13 dicembre 2014).
Manco a farlo apposta, ne Il cacciatore celeste fa spesso capolino le haschich, il papavero di Eleusi che, come il soma dei riti vedici, consente «l’accesso all’ebbrezza» (p. 418). Al di là però dei trastulli personali, anche da tali paragoni decisamente scontati si sarebbe potuto trarre comunque infiniti spunti sugli “sciamani” dei nostri giorni: su due piedi mi vengono in mente, per esempio, le segrete affinità tra le virtù magiche vantate da un rapper polacco, il quale in un suo pezzo sostiene di poter rendersi invisibile agli occhi della polizia grazie alla marijuana («Lo sciamano ti darà una medicina che ti mostrerà la via come nel voodoo di Haiti») e quelle del terrorista islamico che ringraziò Allah per aver «accettato gli infedeli» quando, nell’organizzare gli attentati di Parigi, attraversò più volte la frontiera franco-belga senza venire mai fermato.
Possiamo quindi convenire con Calasso, quando sostiene che «la parola “sciamano” è diventato il passe-partout di una sorta di esperanto religioso» (p. 25); però ci chiediamo a chi spetti il compito di decifrare e tradurre tale esperanto, se non agli intellettuali: non sarebbe allora più proficuo analizzare gli “scampoli iniziatici” nella contemporaneità con spirito, se non scientifico, almeno critico, distaccato?
Qui però siamo fermi ancora alle correlazioni spurie, alle suggestioni adolescenziali, alla mitobiografia salottiera. Dietro a tutto questo, noi immaginiamo chissà quali “nefandezze totemiche e ancestrali”, ma pare che alla fin fine la vicenda calassiana si possa spiegare, al di là di iniziazioni e dîners intimes, con quel cinemetto che, una domenica pomeriggio del 1972, proiettò Nessuna pietà per Ulzana di Robert Aldrich. Fu lì che un trentenne di belle speranze elaborò la sua prima teoria del sacrificio, grazie a un “anti-western” violento e nichilista, dove gli apache torturano ritualmente i coloni e il cristianesimo è soltanto una favola per bambini, come dimostra il micidiale scambio di battute tra l’ingenuo tenente DeBuin e il vecchio McIntosh (Burt Lancaster), il quale accetta di lasciarsi divorare dagli avvolti piuttosto che essere portato indietro e seppellito come Dio comanda («But it’s not Christian»; «That’s right lieutenant, it’s not»).
Fu forse in quell’istante che il giovane Calasso intuì la possibilità di colonizzazione culturale dell’editoria (o dell’anima) italiana? Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare, anche se essa torna pure in queste pagine, quando la mitologia diventa western e Zeus si trasforma un cowboy «al banco di un saloon» (p. 224). Col senno di poi, pare un bene che Calasso non abbia visto quella scena profondamente adelphiana (o fantozziana) di Revenant, quando Leonardo Di Caprio se la vede brutta col suo amico orso: se non altro ci ha risparmiato ulteriori digressioni sul cinema che spinge l’Occidente a “farsi oriente”, e tutta quella serie di cose con le quali il Nostro regolarmente si auto-sabota.
Ma chiudiamola qui, mestamente, senza polemizzare oltre…
Mi permetto solo una riflessione finale su un’affermazione tanto neutrale quanto velenosa del Massarenti, che pare cogliere nel segno: Calasso pubblica per una casa editrice «che egli stesso possiede e dirige». In effetti Adelphi, a ben vedere, è soltanto Calasso, e i toni malinconici de L’impronta dell’editorelasciavano già intuire che la creatura difficilmente riuscirà a sopravvivere al creatore. D’altro canto, se possiamo parlare di influenza o tendenza adelphiana, non possiamo però usare un termine impegnativo come “egemonia”, soprattutto qualora tale ascendente venisse paragonato a quello marxista, cattolico o laico (per citare le tre “chiese” identificate da Calasso come avversarie). Quindi, a meno che il senso di tutto questo non fosse proprio un suicidio rituale o una enduraintellettuale, in vista del raggiungimento della perfezione del nulla, si può dire che Adelphi abbia perduto la scommessa.
Forse l’operazione avrebbe avuto senso, come dice il Poeta, «In another country | With another name»: in Italia l’atmosfera da samizdat è durata giusto il tempo di qualche polemica giornalistica, perché alla fine l’esperienza adelphiana dal punto di vista culturale si è rivelata equivalente a quella di un giovedì pomeriggio passato a contemplare il soffitto sdraiati sul letto (qui però è difficile capire quello che intendo dire: per comprendere meglio si valuti la modestissima lista di autori adelphiani italiani).
Per Calasso, al danno ora si aggiunge la beffa di essere scaricato dall’élite culturale più stracciona che esista: il cacciatore è diventato preda

3 commenti su “Roberto Calasso da cacciatore a preda

  1. …e ti ringrazio,ma a volte certe attrazioni o fascinazioni (per il torbido?)sussistono nonostante se ne amnusi il miasma

  2. Sprecare tanto fiato per attaccare e presumere di stroncare un libro di un odiato autore è roba triste e già vista. Le panzane bisognerebbe anche saperle scrivere in proprio, così da offrire ad altri il piacere bilioso di denunciare in quattro frasi l'inconsistenza. Chiaro che trattasi di esercizio difficile, meglio gigioneggiare stroncando….

  3. Non ha capito una riga di quello che ho scritto, e sospetto che lei non abbia nemmeno letto il libro di Calasso (ma nel caso l'abbia fatto, non mi stupirei di sapere che non ha capito una riga nemmeno di quello).

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