Sborriamo su Hegel: perché il femminismo non serve anche agli uomini

Nel 2015 si svolse una surreale polemica tra la studiosa femminista Elena Dalla Torre e il sito del “movimento maschile e di classe” Uomini Beta, incentrata sull’eterna lotta tra il male e il malissimo, cioè il veteromarxismo e la philosophie de la différence. Per farla breve (la tiritera va avanti da mezzo secolo), le femministe affermano che “il marxismo è una forma di riformismo all’interno del patriarcato” (sono parole di Carla Lonzi, alla quale arriveremo subito) e i marxisti vecchia scuola rispondono “Yes” come in un celebre meme. Tutto qua.

Questo solo per far capire quanto mi interessi entrare nella polemica, per giunta caratterizzata da una sequela di equivoci e fraintendimenti dovuta principalmente alla disdicevole eventualità che il pensiero femminista, per quanto sottoculturale, sia comunque riuscito a forgiarsi un lessico e una serie di strumenti concettuali che i “maschilisti” non hanno (e dei quali sicuramente non possono dotarsi facendosi servire da qualche ferrivecchi d’antan). Tale -apparente- sicurezza teorica consente perciò alla dottoressa Dalla Torre di assumere talvolta un atteggiamento accondiscendente, se non apertamente snob, nei confronti degli interlocutori, in particolare quando, appunto stigmatizzando la “mancanza di strumenti essenziali” da parte dei maschiacci beta, non trova niente di meglio che propinargli il terrificante Sputiamo su Hegel (1970) della Carla Lonzi di cui sopra, una delle opere filosofiche più rozze e dilettantistiche che mi sia mai capitato di leggere (e ho letto quasi tutta la “Piccola Biblioteca” Adelphi, per dire).

 

Per quanto si possano riconoscere buone intenzioni alla professoressa Dalla Torre, la quale, oltre a non utilizzare mai l’espressione “patriarcato” (!), propone un femminismo “dal volto umano” che concorrerebbe all’emancipazione tanto delle donne quanto degli uomini da modelli maschili tossici (è la stessa proposta del recentissimo Perché il femminismo serve anche agli uomini di Lorenzo Gasparrini), dobbiamo al contempo osservare che far portare il “ramoscello di ulivo” di una complicata pax sexualis a una come Carla Lonzi  è a dir poco imprudente.

Sputiamo su Hegel, pubblicato nel 1970, in seguito ristampato in una raccolta di scritti del gruppo Rivolta Femminile (Milano, 1974) e poi in una edizione a parte nel 2013 da una casa editrice nel frattempo fallita (e il cui sito ora si occupa del “nuovo business” delle “telefonate hot”) è un fantasmagorico (ma pure fantapolitico) contro-manifesto del cosiddetto femminismo “separatista” (o “differenzialista”), scritto dalla Lonzi in un momento di turbamento (lo afferma lei stessa), sorto dalla constatazione che “quasi la totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione”.

Il marxismo è in effetti liquidato dall’Autrice in poche righe: esso è soltanto una “teoria rivoluzionaria sorta dalla matrice di una cultura patriarcale” che “ignora la donna come oppressa e apportatrice di futuro” (ricordatevi quest’ultima formula, poi ci torneremo) e che tutt’al più potrebbe rappresentare un momento riformista (come ricordavamo all’inizio) all’interno del maschilismo. Il suo “inveramento”, poi, nei Paesi socialisti, fa letteralmente inorridire la Lonzi, che osserva come l’istituto familiare tradizionale non solo non ne sia uscito scalfito, ma addirittura “rafforzato”. Non mancano naturalmente i colpi bassi nei confronti di Lenin, dipinto come una versione austera e sessuofoba di Savonarola, nonché di Marx stesso (“Ha condotto la vita come un marito tradizionale”, pensa te che roba).

Da tale prospettiva la Lonzi rifiuta la partecipazione della donna alla vita lavorativa, sia in regime socialista (“Per Lenin la donna liberata è solo quella che abbandona il lavoro domestico improduttivo per affrontare il lavoro produttivo”) che capitalista (nel quale le donne si offrirebbero, con “entusiasmo neofita”, solo come “riserva di manodopera”), poiché in definitiva i “meccanismo della competività” e la “egemonia dell’efficienza” sono paradigmi patriarcali dai quali una società nuova dovrebbe “immunizzarsi”.

Insomma, fino a qui tutto bene, come diceva quel tale mentre cadeva da un palazzo di cinquanta piani. I problemi nascono non appena la Lonzi tenta di affrontare la questione sia dal punto di vista teorico che pratico. Partiamo dall’assunto iniziale, quello di Sputare su Hegel: a parte che la “vatessa” lo ha letto talmente poco da non avere il diritto di scaracchiare nemmeno sulla carinissima guida Laterza (quella color arancione), il paradosso è che lei stessa propone un percorso di “autocoscienza femminista” non rendendosi minimamente conto che senza Hegel non avrebbe neppure i termini per formularlo. Per questo ho parlato di rozzezza e dilettantismo: è un po’ come se io cominciassi a insultare la Lonzi, pace all’anima sua, solo perché aveva una vagina (anzi, un clitoride). Eppure è ciò che le femministe fanno da sempre con l’intera filosofia occidentale (perché le altre nemmeno le sfiorano, intrise come sono di terzomondismo e cultura del piagnisteo), senza mai tentare un approccio alternativo alla fallofobia.

Nel bene e nel male, la filosofia hegeliana, dalla prospettiva da cui muove (che è quella che è), potrebbe propiziare “Movimenti di Liberazione” per chiunque, donne incluse, come dimostra appunto la stessa Lonzi, che in ultima analisi sputa -letteralmente?- nel piatto in cui mangia. O, per usare una metafora fallocentrica particolarmente adatta per l’occasione, fa come quel marito che si taglia le palle per fare un dispetto alla moglie. Diciamo la verità: il maschilismo italiano come ideologia sarà pure inconcludente, superficiale e a tratti disarmante, ma difficilmente si permetterebbe di trarre assunti teorici da “provocazioni” di tal fatta. Se queste sono le premesse epistemologiche del femminismo italiano, allora non sembri insolente interpretarlo come un castello di carte o un gigante dai piedi d’argilla. Per capirci, è come se un islamologo si rifiutasse di prendere in considerazione secoli di teologia musulmana per basare i propri assunti euristici ed ermeneutici da un’opera come Dichiarazione Islamica del fondatore della Bosnia odierna Alija Izetbegović. Assurdo, vero? Però così non sembra quando c’è di mezzo il femminismo, che godendo dell’impunità delle ideologie dominanti, può permettersi di elaborare dogmi e “ortoprassi” da fonti più improbabili, specialmente quelle che potrebbero tranquillamente essere ridotte a testimonianze antropologiche o addirittura psichiatriche.

E visto che abbiamo chiamato in causa la pratica, vediamo quale potenziale “emancipatorio” avrebbe per gli uomini la proposta della Lonzi: partendo dalla premessa che anche “la pietà è un ruolo imposto alla donna”, essa intima di “abbandonare l’uomo perché tocchi il fondo della sua solitudine”. Si badi bene, non si parla di un “abbandono” politico o sociale, ma proprio umano: la donna “liberata”, che “prende coscienza di se stessa” è in definitiva quella che si dedica esclusivamente all’autoerotismo. Non è possibile ridurre i continui riferimenti a tale pratica alla “provocazione”, poiché è su di essa che dovrebbe partire quella “rivolta femminile” da cui prende il nome il collettivo rappresentato dalla Lonzi. Sulla questione la “filosofia” è categorica: non può esserci emancipazione né attraverso il cosiddetto “sesso libero” (“la rivoluzione sessuale maschile è l’ultimo atto con cui il patriarcato ha cercato di rendere rivoluzionaria un’oppressione”) né attraverso l’aborto (“mezzo per non turbare il piacere maschile dalla previsione del sovrappopolamenti”), considerate semplici prosecuzioni del patriarcato con altri mezzi. La donna può solo esperire il “vero erotismo” e autorealizzarsi “abbandonando il pene a se stesso” e “scoprendo la (sic) clitoride”, cioè a livello pratico passando le giornate a masturbarsi.

Il messaggio è particolarmente esplicito nei confronti dei “compagni” (hippies compresi), gli stessi che a quasi cinquant’anni di distanza vogliono ancora spiegare agli altri maschi che il femminismo fa bene a tutti quanti (vedi il volume evocato all’inizio…):

“Anche se l’uomo può essere per ideologia pacifista, equalitario (sic), antimilitarista, antiautoritario, profemmnista, la donna, che lo conosce nel momento sessuale, sa che egli si sente investito della sua virilità come di una forza della natura, e che la sua contestazione culturale si arresta di fronte al ruolo del suo pene patriarcale“.

“Il giovane che non fa la guerra ma l’amore finisce per ristabilire suo malgrado quel funzionamento che lo conferma difensore del nucleo primario del patriarcato“. 

Il pene è naturaliter “organo autoritario” (notiamo in generale che tale “essenzialismo biologico” proviene dalle stesse che definiscono qualsiasi distinzione tra sessi come “culturale”) e il mezzo fondamentale attraverso il quale una donna può aspirare a diventare “soggetto” è… “il piacere provato nell’autoerotismo”. Dalle seghe mentali ai ditalini metafisici il passo è breve. Spiace diventare sgradevoli, ma se si trattassero solo di deliri anni ’70 potremmo lasciare correre (nonostante alcune sparate imbarazzanti, come la rivendicazione del “diritto dei bambini alla curiosità e ai giochi sessuali”): invece, questo Necronomicon clitorideo oltre a rappresentare, come vediamo, uno “strumento di analisi” anche per intelletti all’apparenza lucidi ed equilibrati, è espressione dello stesso tipo di ideologia oggi strombazzata e propagandata a tutta pagina. Come faceva notare Costanzo Preve qualche anno fa (Hegel antiutilitarista, 2007), riferendosi proprio a libri come Sputiamo su Hegel,

“In questo estremismo non c’era solo una (legittima) polemica contro gli aspetti paternalistici della concezione hegeliana della famiglia borghese, ma c’era un vero e proprio odio teologico verso la famiglia in quanto tale, sostituita da relazioni individuali elettive di affiliazione e di adozione interne allo stesso sesso, e quindi del tutto estranee alla procreazione familiare ed all’educazione comune dei figli. Oggi appare chiaro che il femminismo (e con questo termine intendo non la legittima donna per estendere i diritti delle donne nella società civile, ma la metafisica differenzialistica ed individualistica ostile alla famiglia in quanto tale) non è che l’avanguardia vociante di un fenomeno complessivo molto più vasto, il tentativo di ridefinire tutti i rapporti esclusivamente “morali” e non “etici” (uso qui il linguaggio di Hegel, cui mi identifico), e cioè come rapporti relazionali puri fra individui isolati empiricamente dati. Si tratta di un caso particolare di quell’atomismo particolaristico che già Hegel criticava nelle premesse utilitaristiche dell’economia politica inglese”.

Il femminismo di qualsiasi tipo, dunque, serve solo a far danni. A rendere entrambi i sessi atomizzati e soli,  a instupidire gli intellettuali e a impedire alle donne qualsiasi tipo di “autorealizzazione”, che non sia quella a base di vibratori, maxi coppe gelato e allevamenti di gatti in salotto. Non è solo per celia, se pensiamo a livelli di demenzialità raggiunti dal mainstream con pubblicazioni del calibro di Storie della buonanotte per bambine ribelli, in cui a surfiste, trans e Margaret Thatcher (sic) viene concesso più spazio che non a Marie Curie. Quella che, per inciso, dall’ottica delle “vatesse” sarebbe comunque un modello controverso perché asservita alla bieca scienza bianca etero occidentale eccetera (sputiamo anche su di lei, che male può fare). Tra le righe, questo è appunto ciò che sostengono le Lonzi e le sue adepte:

“L’uomo è involuto in se stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l’uomo non vede più”.

Ecco il significato di quell’espressione (donna come “apportatrice di futuro”) che vi avevo chiesto di tenere a mente: il futuro qui delineato è quello di una infinita riscrittura della storia in senso ginecocentrico, un’interminabile womansplaining su tutto lo scibile umano allo scopo dichiarato di “deculturizzare” la specie. Non più dunque “condottieri, pensatori, scienziati”, ma “energia, pensiero, coraggio, dedizione, attenzione, senso, follia”. Qualsiasi cosa voglia dire, ma in fondo che importa: la “sensatezza” è di per sé un’imposizione patriarcale.

Concludiamo con un po’ di sano mansplaining: in primo luogo, se il femminismo non fosse espressione di accidia intellettuale, la Lonzi avrebbe dovuto sapere che non è colpa di Freud e Reich se il clitoride (o la clitoride, come ovviamente la chiama lei) è considerato il corrispondente femminile del pene, poiché all’epoca ciò era già stato riconosciuto come fatto biologico e non culturale. L’embrione è infatti all’inizio così anonimo che gli organi sessuali sono indifferenziati e il clitoride e il pene si formano da una medesima struttura, considerata da un punto di vista funzionale “maschile” così come i capezzoli sono “femminili”: solo quando il testosterone agisce sul feto si formano i testicoli. Dunque tutte le chiacchiere sulla donna “clitoridea” come apportatrice di una “sessualità non complementare” eccetera, stavano già a zero. Se la specie ha privilegiato l’orgasmo (o il non-orgasmo) vaginale è per un mero imperativo biologico e non per le panzane fantamatriarcali della femminista di turno, che individua un “archetipo di proprietà” a sfondo “emozionale” (sic) nel passaggio da preistoria a storia.

Palle. Sono tutte palle. Ed è sempre questione di “palle”, o per meglio dire di “coglioni duri”, come sosteneva Cesare Pavese. Proprio con lui voglio concludere: non è un caso che Carla Lonzi non abbia mai dedicato una sola riga al grande scrittore italiano, che paradossalmente poteva essere la perfetta dimostrazione che il “modello erotico patriarcale” (o come volete chiamarlo) soggioga sia gli uomini che le donne. La famigerata misoginia pavesiana scaturisce precisamente dall’impossibilità che una donna possa accettare come compagno un impotente; lo illustra bene una memorabile pantomima di un dialogo tra lui e la prima amante che lo ha respinto, racchiusa nelle prime pagine del Diario:

“Ti voglio bene, cara, e ti odio, sei per me letteralmente l’aria che respiro, se mi manchi ti maledico come fa un annegato; mi fa male fisicamente esser lontano da te; non sei per me una donna, sei l’esistenza stessa; dove sei tu è la mia casa, tutto il resto è niente….”
“Come stiamo a coglioni? vediamo se mi fai godere”.

Ora, la Lonzi ciancia di “vero erotismo” come “gioco ed esaltazione” in uno scambio di “vicendevoli risposte del corpo dell’una e dell’altro”. A volte riesce a diventare poetica, quasi dolce, definendosi non una Grande Madre ma una piccola clitoride. Bene, ma quale donna, femminista o meno, accetterebbe un maschio a cui non tira? Nessuna. La biografia di Pavese è lì a dimostrarlo, e non c’è “patriarcato” che tenga: non è stato il maschilismo diffuso dell’Italia dell’epoca, non è stata la misoginia degli ambienti che frequentava (le università, gli editori, le sedi del PCI, i salotti romani, i concorsi letterari), sono state le donne. Cioè, la “natura” che è poi quel minimo di biologia che riesce a inculturarsi.

Per giunta, anche nel miglior scenario previsto dalla Lonzi, quello di una donna iperclitoridea che esperisce piacere solo tramite la masturbazione di un altro (preferibilmente donna, ma “non siamo così ideologiche da rifiutare a priori l’eterosessualità”), ci troveremmo alle prese con una palese “inversione dei ruoli”, nella quale il clitoride svolge a tutti gli effetti la funzione di “pene”. Non so se le femministe ci arrivano, ma al di là di ditalini e seghe si sta parlando dell’impossibilità che il potere cambi natura in base al sesso di chi lo gestisce. È la stessa identica cosa: anche il clitoride può essere “fallico”, anche la soldatessa può bombardare donne e bambini “per i forzieri delle banche”, anche la femminista può fomentare la mascolinità più tossica senza porsi alcun problema di coscienza.

Per questo e tanti altri motivi, piuttosto che sputare noi preferiamo sborrare su Hegel, prendere la Fenomenologia dello spirito, che è sempre mastodontica anche in edizione economica, e infilarci il cazzo in mezzo, in un nome di una sessualità non liberata, come tributo al “fondo della solitudine” che le donne ci hanno fatto toccare. In cambio voi potreste ricordavi i croccantini per i gatti quando andate al supermercato a comprare le pile del vibratore e la vodka? Tanto non riuscireste nemmeno a squirtare su Hegel, in virtù della grottesca anatomia di cui la Natura matrigna via ho dotato. Diceva ancora giusto Pavese: “Le donne mentono, mentono sempre e ad ogni costo. E non c’è da stupirsi: hanno la menzogna nei genitali stessi. Chi saprà mai quando una donna ha goduto?”.

2 commenti su “Sborriamo su Hegel: perché il femminismo non serve anche agli uomini

  1. ammetto che non ce l’ho fatta a leggere tutto, ma da quello che ho capito, questa Lonzi è una esponente del femminismo della differenza oltranzista (se non vado errato, non conosco così a fondo tutte le correnti del femminismo).
    Se non sbaglio, la prima ondata della radfem, sosteneva proprio questo; la donna (per emanciparsi) deve diventare una sorta di creatura androgina e rinunciare completamente al sesso, soprattutto alla procreazione (tesi che peraltro, paradossalmente, coincide con quella di Weininger).
    Se ho capito male, correggimi pure.

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