Se il covid fosse peggiore dell’influenza, saremmo già tutti morti

Vorrei cominciare dalla mia esperienza personale, senza fare discorsi sui massimi sistemi: proprio oggi è arrivata nel gruppo Whatsapp “ufficiale” del mio istituto (sono insegnante) una comunicazione da parte della direzione che chiede a tutti i docenti che si sottoporranno in queste settimane al vaccino di avvisare la segreteria per eventuali “reazioni avverse”, in modo che si possa provvedere a una rapida sostituzione (per la quale dovrebbero essere impiegati i famigerati “docenti covid”, che però nella maggior parte delle scuole non si sono visti).

Il problema è che la “zona rossa” appena istituita in Lombardia era stata appunto progettata per tenere a casa gli insegnanti e farli vaccinare in un paio di settimane: missione impossibile non solo per la ridicola macchina organizzativa messa in piedi e inceppatasi immediatamente, ma soprattutto per l’ancor più ridicolo “compromesso” sul lockdown. Una formula ibrida che ha sostanzialmente obbligato tutti i docenti ad “assembrarsi” nelle aule, dal momento che le varie ordinanze regionali hanno concesso a genitori di bambini con disabilità di poter fare richiesta di didattica in presenza (per un giorno in realtà anche i figli di “lavoratori essenziali”, per usare la neolingua, hanno potuto frequentare in presenza, finché non è arrivata la repentina marcia indietro delle istituzioni).

In tal modo non è stata garantita alla maggior parte degli insegnanti la possibilità di affrontare a casa propria le eventuali reazioni avverse (almeno quelle sul breve periodo). Non è però semplice caos organizzativo: a fondo c’è una lettura totalmente ideologica della pandemia che vorrebbe le scuole “luoghi sicuri” (perché lì si “fa cultura”) a fronte di ristoranti e parchi pubblici ridotti a “cloache del contagio”. Nella mente di chi ci governa a quanto pare il virus snobberebbe 100 bambini in presenza (la maggior parte dei quali è per giunta esentata da portare mascherine proprio a causa della disabilità) e si accanirebbe su una tavolata di 10 persone in una trattoria di periferia.

Questo solo per la parte “pratica”. Riguardo invece alla parte “teorica”, mi inquieta che il covidismo o covidiotismo stia ferocemente usurpando il lessico e la liturgia dell’ultima religione civile rimasta, quella “olocaustica”: non solo l’etichetta di “negazionista”, fino a poco fa affibbiata a chi negava la verità della Shoah, è passata a indicare chiunque metta in dubbio uno solo dei criteri col quale vengono imposte quarantene di massa a giorni alterni, ma persino rituali ormai entrati nell’immaginario collettivo come la “Giornata della Memoria”, sono passati dal rimembrare 6 milioni di ebrei morti a causa del nazismo a 100mila italiani deceduti per il covid (calcolo peraltro assolutamente arbitrario senza alcun fondamento epistemologico – mi riferisco sempre ai morti di covid, chiaramente).

Dunque, i covidioti vorrebbero convincermi che il covid sia come la peste e che ogni decisione è stata presa “a fin di bene”.  Partiamo allora dalla ragione prima per cui si fanno i lockdown: no, non c’entra la pericolosità del virus, che potrebbe essere benissimo curato tramite terapia domiciliare (come le zanzare si uccidono con un giornale arrotolato e non con un bazooka). Persino i covidioti in fondo ammettono che l’unico motivo per cui bisogna “stare a casa” è evitare “pressione sul sistema sanitario”: bene, anzi benissimo, ma quando mai ha rappresentato una preoccupazione l’eventualità che gli ospedali fossero al “collasso” e le terapie intensive “strapiene”? Ormai è una cosa che accade regolarmente da oltre un decennio e nessuno ha mai avuto da ridire (qui una rassegna stampa piuttosto eloquente).

Ospedali al collasso, interventi cancellati, picco di morti (Italia 2012-2019)

Un altro dato particolarmente “sospetto” è che gli stessi che vorrebbero smantellare la sanità pubblica e privatizzare persino i cessi degli ospedali sono quelli che ora si atteggiano a custodi della corsia vuota, quando potrebbero al contrario fare del disordine e dell’inefficienza nuove frecce al loro arco liberista. Che senso ha? Capite che poi uno comincia a stancarsi dell’isterismo…

Isterismo che, d’altronde, ora emerge nella “questione vaccini”: dopo un anno in cui è stato praticamente negata la possibilità ai centenari di morire di vecchiaia, adesso i covidioti non possono pretendere che la gente non vada in paranoia per la punturina. Ma come, allora non esiste più il “rischio zero”? Eppure questa idea -tutta manzoniana e un po’ italiota- che “la peste uccide solo i cattivi” è diventata una forma mentis quando è stata imposta l’ipocondria di massa, propagandando il messaggio falso e anti-scientifico che mutande facciali e mani scorticate dai disinfettanti fossero in qualche modo efficaci contro una pandemia.

È scontato che il metro irrazionale con cui si è conteggiato i morti per covid ora venga, anche in maniera inconscia, applicato ai “morti per vaccino”: non ci si azzardi dunque a scaricare ancora le colpe sul popolo bue, perché il cortocircuito psico-socio-culturale è tutta opera degli ottimati. Il “rischio zero” d’ora in poi dovrà valere sia per il raffreddore che per i medicinali, e di questo passo probabilmente anche per i contatti sociali, i matrimoni, le assunzioni e il sesso (non vi piace la prospettiva? ve la tenete).

Tornando da dove siamo partiti: se politici, tecnici, esperti e adesso persino generali (grazie Draghi) non avessero fatto sclerare la gente sull’influenza, si sarebbe potuto benissimo avvisare con estrema chiarezza chi si sottopone al vaccino degli eventuali effetti collaterali, che nella stragrande maggioranza dei casi sono rappresentati soltanto da febbre, affaticamento, mal di testa, dolori muscolari e articolari. Questo però non si può fare proprio perché qui medicina e scienza non c’entrano più nulla: c’è solo propaganda e ideologia. Il vaccino è diventato la nuova eucarestia che ricreerà una comunità libera dal peccato, cioè dal raffreddore.

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