Serotonina (Michel Houellebecq)

Sono reduce dalla lettura di Sérotonine, il “nuovissimo” romanzo di Michel Houellebecq: ma tranquilli, non c’è nulla da “spoilerare”; anzi, per certi versi non ci sarebbe nemmeno nulla da scrivere. Non vorrei infatti dare l’impressione di averlo divorato tutto d’un fiato: l’approccio è stato complicato e sconfortante, diverse volte ho sentito l’impulso di lasciar perdere, per l’inconsistenza della trama, la pesantezza della scrittura e un senso di frustrazione che affiorava pagina dopo pagina.

La storia, in due parole: Florent-Claude Labrouste è un quasi cinquantenne che, per riprendersi da un paio di relazioni sentimentale non riuscite, si imbottisce di Captorix, un farmaco che ha come effetti secondari la nausea, la scomparsa della libido e l’impotenza. «La sessualità è sparita dal mio orizzonte mentale», ammette il protagonista all’apparenza senza troppo patema, anche se forse è proprio per questo che il libro non contiene scene di sesso “come Dio comanda”, ma agghiaccianti quadretti zoofili e pedofili. Qui sono costretto a rivelare qualcosa, ma solo per placare i bollenti spiriti di qualche maniaco (o la semplice apprensione di chi potrebbe scandalizzarsi per il nulla): questo Florent-Claude prima scopre un video in cui la moglie orientale (mmmmh) si accoppia con dei cani (commentando da gran signore: «Per una giapponese giacere con un occidentale è quasi come copulare con un animale»), poi in un agriturismo scopre un altro video di un ornitologo tedesco in atteggiamenti inequivocabili con una bambina (purtroppo narrati con estrema dovizia di particolari).

No, non è moralismo o puritanesimo o biggotismo per cui sputo su questa roba (ma anche sì, che m’importa): è che si capisce che Houellebecq sta semplicemente cazzeggiando, inserendo nel suo polpettone nichilista un po’ di Sade nemmeno troppo aggiornato. Anzi, forse non è neanche Sade ma qualcosa di meno “amorale” e “fisiologico”: sembra quasi che il rifiuto del protagonista di denunciare il pedofilo –dal momento che l’Autore non si perita di farne almeno trasparire i motivi– corrisponda alla sua incapacità, in quanto “moderno”, di chiedere all’amore della sua vita di rinunciare alla propria carriera per costruire una famiglia con lui.

Insomma, pare che H. stia proponendo un po’ di décadence a buon mercato (di quel tipo grossier che nella testimonianza racchiude in sé la denuncia): non a caso l’aggettivo “occidentale” nel testo è usato ad nauseam. In compenso, compare pochissimo quello “europeo”, e solo in riferimento a questioni burocratiche: l’Europa, nel romanzo, non esiste, seppur Florent-Claude sia un funzionario di alto livello che si occupa –con scarso successo– della difesa dell’agricoltura francese nell’Unione. Nella raffigurazione sprezzante del Vecchio Continente emerge un po’ di quell’Houellebecq che una volta “funzionava”: i camionisti sono solo lettoni o bulgari, gli olandesi “una razza di commercianti poliglotti e opportunisti”, i tedeschi praticamente tutti pedofili (ah, forse serviva a questo l’inconsistente figura dell’ornitologo?), gli eurocrati una compagine di fanatici neoliberisti desiderosi di “morire per il mercato”.

Il picco narrativo del romanzo è appunto la rivolta degli allevatori normanni, un effimero plot twist affogato in un mare di snervanti osservazioni pseudo-russoviane: è soltanto per queste paginette che Sérotonine è stato venduto (letteralmente) come una profezia sui “gilet gialli”. Tutta scena, sia chiaro: il libro è praticamente lo stesso che Houellebecq scrive da vent’anni e passa, ma molto meno ispirato. Certo, la jacquerie soreliana guidata dal deuteragonista Aymeric (“aristocrate martyr de la cause paysanne”) è entusiasmante, ma l’annunciata odissea populista nella Francia vandeana che rivive negli allevatori si perde nel giro di un capitolo (in ogni caso nulla che non si sia già visto in Mad Max).

La scrittura è infelice, dicevo, perché l’Autore si prende troppe confidenze nei confronti del lettore, non lasciandogli un attimo di tregua: lo stile è desolante tanto quanto i contenuti. È come se fosse il suo Libro Nero, ma senza la solennità della Réaction “alla franciosa”: con Sérotonine, Houellebecq abdica, forse anche involontariamente, alla grande tradizione letteraria in cui si stava inserendo. Si percepisce con un po’ di tristezza un qualche “esaurimento della vena”, pure nella testimonianza stessa di tale esaurimento: per esempio, il peso dell’impotenza sulla vita del protagonista viene continuamente ridotto a un “non mi tira più, pazienza”.

Qualche spunto geniale comunque c’è ancora, lo ammettiamo. Tanto per citare: quando Francisco Franco viene incensato come inventore del tourisme de charme e precursore del turismo di massa; quando Florent-Claude si fregia di praticare la télémancie, una tecnica che consente di prevedere il futuro accedendo la tv a caso e interpretando le immagini che capitano come i cavalieri medievali o i puritani del New England con la Bibbia (uno dei pochi passaggi che non fa addormentare, peccato che poi il protagonista durante il romanzo non utilizzi mai tale “tecnica”); infine quando l’io-narrante si suggestiona all’idea di poter compiere un féminicide (anche se più che Baudelaire qui sembra Sacha Guitry – ma magari!).

Il resto non è nemmeno considerabile letteratura, ma un tentativo non riuscito di autofiction (come l’Autore stesso ammette tra le righe) che potrebbe detenere un qualche valore documentale se H. non fosse “soltanto” uno scrittore ma un profeta, un politico, un santo. Invece è solo uno scrittore, che per giunta non sa più scrivere.

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