Sinistra o immigrazione: perché l’Europa non può permettersi entrambe

Sembra che il volume di Douglas Murray The strange death of Europe sarà finalmente tradotto in italiano da Neri Pozza: forse è l’ennesimo segno dei tempi, come il fatto che l’edizione economica sia già disponibile nientedimeno che alla Feltrinelli di Milano (vedi foto accanto)…
È un libro del quale avrei dovuto parlare parecchi mesi fa, dal momento che me lo accaparrai non appena venne pubblicato: tuttavia, ripensandoci, i tempi non erano appunto ancora maturi e si sarebbe trattato di una semplice “curiosità”; del resto il buon Murray, opinionista britannico neo-con (connubio micidiale), non essendo uno storico si limita perlopiù ad affastellare notizie le più grandguignolesche possibile: perciò recensendolo sarei stato obbligato a riconoscere i limiti culturali di una destra che, vuoi per ostracismo o ghettizzazione, non riesce a elevarsi oltre la cronaca. Non sto chiaramente affermando che La strana morte dell’Europa sia una versione cartacea del sito “Tutti i Crimini degli Immigrati”, però un inquadramento storico avrebbe necessitato qualche contributo ulteriore al di là di quello offerto dalle ricostruzioni giornalistiche.

Al di là di questi bonari rilievi, il volume rimane, “purtroppo”, lettura obbligatoria, non solo per gli italiani (tra l’altro un capitolo è dedicato interamente al Bel Paese), ma per chiunque voglia avere un quadro d’insieme della tragedia che ha rappresentato per il Vecchio Continente l’immigrazione incontrollata di questi anni. Persino chi è convinto sotto sotto che per fare la “frittata” multikulti sia necessario “rompere qualche uovo”, dovrebbe onestamente fermarsi un attimo a riflettere su tutti i “gusci spezzati”.

Soprattutto perché, nonostante l’opera di Murray si presti a un’ovvia lettura reazionaria (che dovrebbe essere obbligatoria, poiché offre comunque infiniti spunti), la “panoramizzazione” del delirante approccio delle sinistre europee al problema  potrebbe rappresentare un risveglio salutare per le anime belle. Infatti, la prima conclusione che ne ho tratto a caldo (ma probabilmente gli concederò una seconda opportunità anche in italiano, perché “chi non traduce rinuncia a pensare“) è che l’Europa non sia in grado di permettersi e la sinistra e l’immigrazione, e che prima o poi politici ed elettori saranno obbligati a scegliere tra l’una e l’altra.

Non è una provocazione: il dilemma si pone sia da un punto di vista teorico che pratico. In primo luogo il concetto di “integrazione” presuppone un “intero” forte, cioè una società tutt’altro che “liquida”, ma sostenuta da valori, simboli e principi talmente possenti da risultare coercitivi anche per chi arriva dall’altra parte del mondo (in senso non solo geografico).

Alle osservazioni “di principio” si aggiungono però gli innumerevoli passi falsi che le sinistre hanno compiuto nella gestione del fenomeno, conseguendo l’unico risultato far “disintegrare” le società dall’immigrazione, piuttosto che “disintegrare” l’alienazione, l’emarginazione e la tribalizzazione in un progetto più alto. Gli esempi che Douglas Murray inanella in un fuoco di fila fanno sorgere il dubbio che la sinistra contemporanea sia una malattia mentale. Soprattutto quella nord-europea: tanto per citare, i ministri socialdemocratici svedesi non hanno mai perso occasione di spararle grosse, accusando i propri elettori di “essere invidiosi” della ricchezza rappresentata dalla cultura e dalla storia degli immigrati e negando qualsiasi dignità alla “cultura svedese” (anzi, negandole l’esistenza stessa, come ha fatto la signora Bergh, altro pezzo grosso dei socialdemokraterna). Ci sono poi casi umani e tragicomici, come quello del deputato norvegese che si è sentito in colpa per aver fatto espellere l’immigrato somalo che lo aveva stuprato (sic!): una storia talmente grottesca da esser stata ripresa anche da qualche testata italiana, come “Il Giornale” (Stuprato da migrante, si pente: “Non volevo che fosse espulso”, 9 aprile 2016):

«Si sente in colpa perché avendolo denunciato l’ha fatto espellere dalla Norvegia. Così vuole la legge. Eppure il giovane deputato dei socialisti norvegesi è andato in televisione a versare lacrime per la sorte dell’extracomunitario violento che lo aveva stuprato sotto casa. “Sento un forte sentimento di colpa e responsabilità – ha detto – io sono la causa per cui lui non sarebbe più stato in Norvegia, ma invece è stato rimandato in Somalia verso un futuro oscuro”.
Karsten Nordahl Hauken è un deputato del Sosialistisk Venstreparti. Si dice “eterosessuale, femminista e anti razzista”. L’altra sera ha accettato di raccontare la violenza sessuale subita alla tivù norvegese NRK. Al programma Jeg mot Meg (Io contro me stesso) ha reso pubblico tutto il suo dispiacere nei confronti del richiedente asilo della Somalia che lo ha barbaramente stuprato la sua casa di As, a pochi chilometri dalla città di Akershus. Dopo le violenze, Karsten Nordahl Hauken ha denunciato l’immigrato violento che, dopo essere stato arrestato, è stato processato e giustamente sbattuto in carcere. Una volta scontata la pena, poi, è stato espulso dalla Norvegia. Ed è proprio per questo che il deputato del Sosialistisk Venstreparti adesso si sente in colpa. “Mi sentivo sollevato e felice che lui avesse sloggiato per sempre – ha raccontato ai microfoni di NRK – mi sentivo come se lo Stato norvegese si fosse assunto la responsabilità di vendicarmi, come un padre arrabbiato nei confronti dell’aggressore di un figlio”. Poi, però, ha puntualizzato: “Nello stesso tempo sentivo un forte sentimento di colpa e responsabilità. Io ero la causa per cui lui non sarebbe più stato in Norvegia, ma invece era stato rimandato in Somalia verso un futuro oscuro”. Karsten Nordal Hauken è convinto che aver espulso l’immigrato che lo ha violentato sia “un prodotto di un mondo ingiusto”»

La vicenda in questione strappa un amaro sorriso perché tutto sommato c’è di mezzo un maschio (anzi due!), ma la “sindrome di Stoccolma” (stricto sensu) diventa meno esilarante quando colpisce donzelle stuprate che, in nome del multiculturalismo, si “scusano” con i loro aggressori. Un altro “caso eclatante” (sempre risalente al 2016) è quello di una militante della sinistra tedesca di origini turche che, dopo esser stata violentata da stranieri, ha accusato un generico gruppo di “tedeschi” dell’aggressione. A raccontare la vicenda, ancora “Il Giornale”: in estrema sintesi la giovane (portavoce dei giovani della Linke), stuprata nel parco dietro casa da tre immigrati ubriachi, disse alla polizia che gli aggressori erano “misti” (?) e tra di loro parlavano in tedesco. Mesi dopo, imbattendosi in uno degli aggressori (un siriano) a un congresso del suo partito (!), decide di sputare il rospo, pur conservando il timore che la storia potesse essere “strumentalizzata dai razzisti”. Ne seguì l’inevitabile sputtanamento mediatico, alla quale la militante della Linke rispose pubblicando su Facebook una surreale “lettera di scuse” rivolta ai suoi aggressori.

«Caro rifugiato maschio [sic],
forse hai la mia età, forse sei qualche anno più giovane, o più vecchio. Sono così dispiaciuta! Quasi un anno fa, ho visto l’inferno da cui sei fuggito. Non ero direttamente in mezzo all’incendio, ma ho visitato i campi profughi del Kurdistan meridionale. Ho visto le nonne prendersi cura di troppi bambini senza genitori. Ho visto lo sguardo di questi bambini, alcuni non hanno perso la luce. Ma ho visto anche bambini dallo sguardo vuoto e traumatizzato. Mi è stata mostrata la scrittura araba in un corso di matematica di venti bimbi yazidi e ricordo ancora quanto pianse una bambina solo per il rumore di una sedia caduta.
Ho visto uno spicchio dell’inferno dal quale sei fuggito.
Non ho visto quello che è successo prima e non ho avuto bisogno di sperimentare la tua fuga estenuante.
Sono felice che tu ce l’abbia fatta venendo da noi, che ti sia lasciato alle spalle l’Isis e la guerra senza affogare nel Mediterraneo.
Ma temo che tu qui non sia al sicuro. Le camicie brune dilagano per le strade, bruciando i centri d’accoglienza e assalendo i rifugiati.
Ho sempre combattuto contro tutto questo. Volevo un’Europa aperta, amichevole, nella quale potessimo vivere assieme e sentirci entrambi al sicuro. Sono profondamente dispiaciuta sia per me che per te.
Tu, tu qui non sei al sicuro, perché viviamo in una società razzista.
E io, io non sono al sicuro perché viviamo in una società sessista.
Ma quello di cui mi dispiace davvero è il fatto che le azioni sessiste e transnazionali [grenzüberschreitenden (sic?!)] che ho subito contribuiscono solo a esporti a un razzismo sempre più aggressivo.
Te lo prometto, urlerò. Non lascerò continuare tutto questo. Non starò a guardare mentre i razzisti e i “cittadini preoccupati” ti additano. Tu non sei il problema. Non sei affatto un problema.
Di solito sei una persona meravigliosa che merita di essere al sicuro e libera come tutti gli altri.
Grazie di esistere. E di essere qui».

No, non è un fake: ormai si tratta dell’approccio standard delle femministe riguardo alla “violenza di genere” quando viene praticata da immigrati. Gli esempi sono troppi per essere elencati senza Schadenfreude. Costruire un’analisi sulle tragedie altrui sarebbe meschino – almeno fino a quando non diventa crudelmente indispensabile…

Per questo l’unica conclusione che posso trarre dal macabro carosello girato da Murray è che l’Europa non può permettersi sia la sinistra che l’immigrazione: se società multietnica ha da essere, allora dovrà essere ultra-conservatrice da qualsiasi punto di vista. Niente più welfare, perché il ricambio perpetuo di immigrati imporrà un abbassamento collettivo degli standard di vita,  che a sua volta favorirà una politica di ma al contempo “tolleranza zero” e militarizzazione delle città per dare compattezza e rigidità a una corpo sociale indebolito dagli incessanti apporti. Per venire incontro alla ricchezza delle culture altrui, sarà altresì necessario ridurre all’osso i diritti delle donne, una scelta che se non declinata in senso islamizzante verrà in ogni caso imposta dal mercato del lavoro, troppo compresso dalle “risorse” dal mondo intero (al 90% giovani maschi) per potersi “permettere” le quote rosa.

La sinistra non può sopravvivere a tutto questo, perché appena all’inizio dell’utopia multiculturale ha già dimostrato tutta la sua incapacità; d’altro canto intrappolata com’è nella mitologia immigrazionista che si è forgiata, di certo non riuscirà a riposizionarsi in tempo prima di sparire: anche relegata all’opposizione in mezza Europa (e negli Stati Uniti), invece di far buon viso a cattivo gioco  la vediamo moltiplicare gli appelli in favore degli immigrati, con l’implicita speranza di farne un’improbabile base elettorale. Anche qui, possiamo notare come gli stranieri “integrati” non abbiamo alcuna simpatia per i “democratici”, se non nei casi in cui un “istinto di gregge” strumentalizzabile da chiunque imponga al singolo le scelte della rispettiva comunità. Non è assurdo pensare che tra poco la destra avrà l’intero “monopolio” politico sull’immigrazione regolare, e dunque avrà messo in ogni caso fuori gioco la sinistra che difende i diritti degli ultimi contro i “penultimi”. Più che di “strana morte dell’Europa”, dunque, sarebbe più giusto parlare della “strana morte della sinistra”.

Un commento su “Sinistra o immigrazione: perché l’Europa non può permettersi entrambe

  1. http://www.olavodecarvalho.org/marxismo-come-cultura/

    “L’adesione all’Islam di importanti pensatori marxisti come Roger Garaudy e la “alleanza anti-imperialista” di comunisti e mussulmani sono simboli di un processo molto più complesso di assorbimento del marxismo, che alcuni teorici islamici descrivono così: la lotta per il socialismo è la tappa iniziale e inferiore di un processo rivoluzionario più vasto che aggiungerà alla liberazione materiale dei poveri la sua liberazione spirituale attraverso la conversione mondiale all’Islam.
    Al contempo, i marxisti credono di dirigere il processo e servirsi della ribellione islamica come in altre epoche utilizzarono vari movimenti nazionalisti, soffocandoli in seguito. Se i marxisti saranno le truppe di attacco della rivoluzione islamica, o i mussulmani la punta della lancia del movimento comunista, ecco la questione più importante per chi desiderasse sapere dove andrà il mondo nei prossimi decenni.”

    Giusto per introdurre una riserva al tuo articolo Roberto. Infatti non credo alla sinistra sia interessi ormai più la partecipazione elettorale pro domo sua degli immigrati.
    Le reti sono molto più efficaci del monolite partitico, ed inoltre possono essere soppresse più facilmente una volta preso il potere.
    D’altronde permettimi di prevenirti. L’alleanza socialista islamica non è niente di diverso di quel che è. Se ci si chiede come essa sia possibile, non è diverso dalla possibilità di reputare, non solo tra noi poveri fessi, ma tra la maggioranza degli esponenti e degli esperti internazionali, che esista un neo-liberalismo, il che è una palese assurdità.
    Consegue che quel che l’Europa possa permettersi o no, di per sè, come propria valutazione, è prima di tutto un’errore di descrizione della realtà che accomuna un po’ tutti noi.

    daouda

    saluti

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