I soldati americani sono delle fighette? (Martin van Creveld)

Pussycats
(Martin van Creveld
, “Traditional Right”, 22 maggio 2014)

In questi ultimi decenni le forze armate occidentali (che si vantano di essere le meglio addestrate, organizzate ed equipaggiate della storia) si sono trasformate in un branco di fighette [pussycats]. In quanto fighette, hanno subito una sconfitta dopo l’altra. È vero che nel 1999 riuscirono a imporre la loro volontà sulla Serbia – ma esclusivamente perché l’avversario era un piccolo e debole stato (allora le forze armate serbe, stremate da una lunga guerra civile, erano al 35° posto nella classifica degli eserciti mondiali) e anche perché la Serbia era praticamente indifesa da attacchi aerei. Lo stesso discorso vale per la Libia nel 2011: perlopiù a combattere (e a subire perdite) sono state le bande sul territorio. In entrambi i casi, quando si è trattato di impegnarsi nel combattimento a terra, uomo contro uomo, l’Occidente, con gli Stati Uniti in testa, non ha avuto le capacità per affrontarlo.

In altre occasioni le cose sono andate peggio. Eserciti occidentali hanno cercato di riportare l’ordine in Somalia e sono stati respinti dagli skinnies, come chiamavano i loro avversari (magrolini ma capaci). Hanno tentato di sconfiggere i talebani in Afghanistan, e sono stati presi a calci. Hanno provato a imporre la democrazia (e mettere le mani sul petrolio) in Iraq, e son dovuti scappare con la coda fra le gambe. Il costo di queste folli avventure per i soli Stati Uniti si aggira sui mille miliardi di dollari.

Dopo aver subito una sconfitta dopo l’altra, c’è da meravigliarsi se, nel momento in cui sono stati chiamati a porre fine alla guerra civile in Siria, questi eserciti e le loro nazioni hanno preferito lasciar proseguire le atrocità?

Sicuramente la ragione più importante dietro i ripetuti fallimenti è che tutte queste non erano che luxury wars. Con il deterrente di un attacco nucleari, per sette decenni nessuna nazione occidentale è stata coinvolta in una lotta contro un avversario di pari livello. Quando le truppe affrontano nemici molto più deboli di loro, spesso in luoghi che non hanno mai sentito nominare e per ragioni che non riescono a capire, difficilmente potranno trovare motivazioni plausibili per rischiare la vita.

Date le circostanze, infatti, lasciarci la pelle sarebbe il colmo della stupidità. Tuttavia da quando nel 490 a.C. a Maratona i persiani furono sconfitti dai greci in inferiorità numerica, fino a oggi, le truppe il cui scopo principale è quello di sopravvivere non sono mai state in grado di combattere (figuriamoci di vincere).

Si pensava che, di fronte al problema, i politici e le nazioni che a cuor leggero inviano truppe a combattere in tali condizioni avrebbero fatto di tutto per gratificare i soldati in qualche modo. […] Invece, lungi dall’onorare le truppe o anche mostrare un minimo di rispetto nei loro confronti, le società occidentali hanno fatto esattamente il contrario. Sia nell’addestramento militare che durante il presidio, i soldati sono oppressi da migliaia di regolamenti che gli impediscono di far ciò che ogni civile è libero di fare. Se sono americani e non hanno ancora compiuto i 21 anni, per esempio, non possono acquistare una birra e berne il contenuto. In guerra sono vincolati da regole di ingaggio che li rendono ridicoli anche a gli occhi dei nemici, perché questi assurdi regolamenti impediscono una difesa adeguata, causano perdite inutili e sono causa di severe punizioni in caso di violazione. Chiunque afferma di aver tratto orgoglio dall’uccisione del nemico – come il leggendario generale del Corpo dei Marine Jim Mattis – nel migliore dei casi viene invitato a stare zitto (e nel peggiore sanzionato).

I soldati americani che ritornano dalle missioni sono sottoposti a un test obbligatorio per diagnosticare un disturbo post-traumatico da stress. Questo disturbo per qualcuno è di certo un problema serio, ma la storia dimostra che combattere, uccidere e vedere alti morire non ha necessariamente conseguenze traumatiche sulla psiche umana. Se gli antichi romani avessero affrontato il problema del disturbo post-traumatico come stiamo facendo noi, avrebbero mai conquistato il mondo intero? Contrariamente a quanto si dice, i combattimenti antichi non erano meno cruenti di quelli moderni. Anzi, forse lo erano ancora di più, dato che i soldati potevano letteralmente guardarsi negli occhi, sentire le urla, sguazzare tra le viscere e osservare da vicino il sangue sgorgare.

Come ho scritto tempo fa nel mio libro Fighting Power, la vera origine del disturbo post-traumatico da stress va cercata in un sistema che, per motivi di efficienza amministrativa, considera le truppe degli ingranaggi intercambiabili, isola i soldati e impedisce loro di fare gruppo. Al danno si aggiunge la beffa perché i test di cui abbiamo parlato umiliano il soldato facendolo passare per un malato mentale. Federico il Grande ha detto che l’unica cosa che può spingere gli uomini fin dentro le bocche dei cannoni puntati su di loro è l’orgoglio. Invece di celebrare il coraggio e il sacrificio dei soldati, la società li tratta come merce danneggiata. In realtà siamo giunti al punto in cui ci si aspetta che i soldati escano sempre danneggiati da una guerra.

La causa principale di questo sono le donne in divisa e, in generale, il femminismo. In ogni società umana (e anche in alcune società animali) da che mondo è mondo, qualsiasi educazione adatta ai maschi è stata sempre considerata troppo dura per le femmine. Allo stesso modo, la cosa più umiliante per gli uomini è sempre stata quella di esser trattati da donna. Insistendo sulla parità di genere con ogni mezzo (anche con degli “ufficiali delle pari opportunità” incaricati di punire ogni uomo che osa “offendere” una donna in divisa), gli occidentali hanno infangato l’orgoglio militare delle proprie truppe. Senza aggiungere che le statistiche sulle perdite dimostrano che sono sempre gli uomini che combattono in prima linea, e che gli ufficiali maschi sono spesso costretti a rivolgere alle donne richieste che esse non possono sostenere: prova è che molti più soldati donna soffrono di disturbi post-traumatici rispetto agli uomini.

Se tale risultato fosse stato pianificato allo scopo di fiaccare la potenza degli eserciti occidentali, difficilmente si sarebbe potuto far meglio. Questo dovrebbe portarci a chiedere: cui bono? Ovvero: chi ottiene un vantaggio dalla situazione? Le risposte sono molteplici. In primo luogo ci sono migliaia di “professionisti della salute mentale” assunti per curare i soldati. Come la psicologa nel libro di Philip Roth La macchia umana, che chiede a un veterano del Vietnam se ha mai ucciso qualcuno (sparando con una mitragliatrice da un elicottero ne ha uccisi a centinaia, forse a migliaia), molti di loro non riconoscerebbero un proiettile nemmeno se lo vedessero.
In secondo luogo, le aziende che producono psicofarmaci (il trattamento standard per il disturbo post-traumatico è di riempire i pazienti di medicine).

Poi ci sono i media, sempre ansiosi di scagliare la prima pietra e dare in pasto al pubblico un soldato traumatizzato.

Questi tre gruppi (psicologi, aziende e media) fanno miliardi ai margini di ogni missione.

Infine ci sono le organizzazioni femministe che pretendono sempre “uguaglianza” (ovvero privilegi) anche se ciò significa passare sopra i corpi di molte “sorelle” e distruggere le forze militari del proprio paese.

Ora non restano che due punti finali del programma: prima di tutto, le ripetute vittorie dei talebani hanno dimostrato ai loro “fratelli in armi” nelle altre società non-occidentali che non conviene seguire l’Occidente nel suo cammino di autodistruzione. In secondo luogo, le società che perdono la loro potenza militare trattando le truppe in questo modo sono condannate: prima o poi qualcuno arriverà con una grossa spada a tagliar loro la testa.

Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Un commento su “I soldati americani sono delle fighette? (Martin van Creveld)

  1. Da ex soldato con due missioni sulle spalle so benissimo come funzionano le colleghe! Facciamola breve: oltre elicotteristi, logistica e cecchini(poche), non c’è altro! Donne nelle truppe, specialmente d’assalto non ne vedo, non superano i pressure test CQB, o comunque sono in pochissime a riuscirci, un numero assolutamente irrilevante! Comunque, Le rammento, che anche eserciti non occidentali, hanno introdotto le donne nei loro organici, con parametri e risultati uguali ai nostri!

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