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Su un oscuro meme balcanico

“Forse siete stati dei fenomeni una volta, ma qualcuno ha mai analizzato un vostro tweet in un articolo?”: così commenta un anonimo sloveno su Twitter, ricevendo oltre 200 like per una citazione di un mio post (tradotto con Google Translator), nel quale elogio la sua arguzia nel ridurre le utopie rosa-verdi-arcobaleno delle agenzie mondialiste a una balcanizzazione universale.

Uno dei motivi per cui ho un blog è proprio questo: l’aumento della conoscenza. Perché, seguendo la lezione del Leopardi, la quantità è più importante della qualità: a tale scopo il Poeta teorizzava, nello Zibaldone, la necessità di “pregiudicare la purità della lingua” e combattere “quella stabilità, che non ebbero mai nè avranno gli uomini e le cose umane”. La “qualità”, in ultima analisi, è austerità, stitichezza, oligospermia. Il contagio è l’arma più potente.

Proprio per questo, grazie a shitposter d’eccellenza come il fratello europeo di cui sopra, ho scoperto un oscuro meme balcanico: il “Leone del Kosovo / Leone della Libia”. Si tratta di un altro anonimo sciavo, questa volta serbo, tale Aleksa Đurić, che viene spacciato dai troll slavo-meridionali come mercenario al soldo dei russi di volta in volta caduto appunto in Libia, in Ucraina o Armenia.

Lo stile memetico sembra quello del He Can’t Keep Getting Away With It legato al cabarettista americano Sam Hyde, anche se la memetica serba è un universo parallelo crudele e borgesiano, dove Tupac è cetnico, il Kurdistan je Srbija e Bin Laden è “uno di noi”. Quando si parla di questa parte di mondo, varranno sempre fino all’apocalisse le considerazioni espresse dal buon Slavoj Žižek:

In Slovenia siamo particolarmente sensibili su questa tematica: per noi sloveni i Balcani cominciano qui in Croazia, perché durante il periodo della monarchia austro-ungarica noi rappresentavamo la parte austriaca, eravamo la Mitteleuropa, al centro della civiltà, mentre la Croazia erano appunto i “Balcani”. Per i croati, i Balcani iniziano con la Bosnia e la Serbia, dato che essi sono cattolici, cioè sono “Europa”. Per i serbi, i Balcani sono gli albanesi, i kosovari e giù andare. I serbi sono l’ultima fortezza, i difensori dell’Europa.

La cosa divertente è che si può fare la stessa cosa partendo dalla direzione opposta: per gli austriaci noi sloveni siamo i Balcani. Caravanche, le alture tra Slovenia e Austria, quello per loro è il confine dei Balcani. E la faccenda va avanti, perché per i tedeschi gli austriaci sono una specie di “Balcani”. Invece i francesi credono che un qualcosa di oscuro caratterizzi i tedeschi, come se fossero in qualche modo “sospetti”. I francesi sono la civiltà. E per andare più in là, per gli inglesi tutta l’Europa è in qualche modo “i Balcani”, e Bruxelles è la nuova Costantinopoli, e via andare.

Pertanto, i Balcani non sono mai qui. Sono sempre da qualche parte verso il basso, verso est. I Balcani sono gli altri. Penso che questa sia una importantissima categoria ideologica perché, secondo una strabiliante intuizione del mio amico Mladen Dolar, i Balcani sono l’inconscio dell’Europa: tutti i traumi europei, tutto ciò che l’Europa non è disposta ad ammettere al suo riguardo, la brutalità, l’anti-femminismo, il militarismo, tutto questo viene proiettato come i “Balcani”.

Alle quali aggiungerei che oltre all’inconscio dell’Europa, la Balcania rappresenta probabilmente l’inconscio dell’umanità stessa.

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