Tentativo di approccio n° 9999999 (Patriarcato Tascabile)

Queste nuove follower di Twitter non mi piacciono un granché, sembrano tutte convinte che i rapporti “reali” siano soltanto –ça va sans dire– quelli della “vita reale” e dunque frustrano qualsiasi tentativo di approccio che vada al di là dello “scambio di informazioni” (attente al sovraccarico cognitivo!), qualcuna in maniera esplicita anche se apodittica (“L’approccio virtuale è viziato dal principio”), qualcun’altra in modo meno sbrigativo ma contorto e in ultima analisi incomprensibile (“Il proprio vissuto non è virtuale”).

Ho già spiegato un milione di volte, anche riportando dolorose esperienze personali (“crudezze”), perché gli approcci irl (in real life) con quelli come me non funzionano mai (vedi qui o qui, ma anche no). Oggi ho tentato per l’ennesima volta (forse non sono ancora arrivato alla milionesima) ed è stato il solito calvario insensato e autodistruttivo. Senza contare il fatto che Milano è una delle capitali europee dell’ipergamia: non si trova una donna normale in questa città, persino le quarantenni sembrano tutte quindicenni cocainomani. Infatti non ho una solo follower di qui, anche perché a causa del consensus du troupeau sono ormai tutte piddine e le piddine stanno a me come il calcare sta allo zerocalcare (ovviamente in senso etero).

Comunque, dato che dovevo recarmi dal mio avvocato, ho colto l’occasione per tentare l’approccio antico e riconosciuto. Sì, ho un avvocato, e il motivo per cui ci sono stato è per sapere se esiste la possibilità di far causa a quelle che non me la danno: ormai i tempi sono cambiati e il #metoo ha sancito definitivamente l’essenza contrattuale del sesso. Dunque, se io esco con una donna e mi impegno a soddisfare i suoi bisogni primari (una panoplia di sushi, un paio di scarpe, tre mesi di abbonamento a Netflix e uno di quei “cofanetti vacanze” che ovviamente userà con qualche tallfag) lei in cambio deve darmela, altrimenti d’ora in avanti vi porto direttamente in tribunale.

Mi dilungo in cazzate perché per il resto è stato un pomeriggio veramente patetico, a parte l’esser capitato involontariamente in un’ambasciata africana (il funzionario siciliano: “Sarebbe anche un bel lavoro senza tutti questi neri, l’odore della loro pelle è insopportabile”) ed esser stato fermato da una coppia di fidanzatini appena derubati che mi imploravano di dargli un euro per il biglietto del tram (la ragazza era in lacrime, che fortuna vivere in una città piena di simp e beta provider!).

La verità è che la superiorità degli approcci “reali” rispetto a quelli virtuali è soltanto un pregiudizio: tutto ciò che definiamo “realtà” non è che una versione espansa di Tinder. Le donne nella realtà reale giudicano gli uomini solo in base all’aspetto e a posteriori proiettano inconsapevolmente quelle caratteristiche esteriori sulla “personalità” e il “carattere” del soggetto maschile.

Dunque la morale della storia è fin troppo scontata: un uomo brutto non può esprimere quel che è realmente in un gesto, una camminata, uno sguardo, una frase. Magari anche in quello, ma probabilmente… no. Del resto, è vero che It is only shallow people who do not judge by appearances, ma non è che dobbiamo prendere sul serio qualsiasi stronzata di Wilde (a parte che tecnicamente non è nemmeno un aforisma).

Come si fa a proiettare il proprio mondo interiore a discapito della mera apparenza? I social, i blog e le chat aiutano di molto, è impossibile negarlo. In fondo il motivo per cui odiamo Tinder è che ci ricorda troppo le nostre origini ancestrali e violente: inconsciamente sappiamo che la “facilità” promessa dai siti d’incontro (“Ma com’è possibile che nessuno ci abbia mai pensato prima?”) la scontiamo con la distruzione di quel sottilissimo diaframma che separa natura e cultura. Potremmo definire tale diaframma “civiltà”, ma il termine è percepito come troppo neutrale e non impressiona quanto dovrebbe: sarebbe meglio usare esplicitamente l’espressione patriarcato.

L’approccio reale, diretto, immediato è ipergamia, tinderismo e degenerazione. L’approccio virtuale, indiretto e mediato è patriarcato, civiltà ed equità. Patriarcato tascabile. Tutto ciò che non posso concentrare in un “gesto”, cioè in un mento prominente, spalle larghe e due metri d’altezza, lo porto qui, nell’ambito della noosfera. Da questo punto di vista, per un uomo farsi dunque precedere dalla propria “fama” (o fame) potrebbe conferire un qualche misterioso vantaggio, nella misura in cui le donne sono suggestionabili e in grado -a quanto sembra- anche di proiettare all’esterno qualità positive interiori qualora si siano imbattute in esse prima di subire l’imprinting dell’attrattività fisica.

Perciò le chiacchiere stanno a zero: se l’internet sta così antipatico alle donne (“distorce i rapporti”, “li rende inautentici” ecc…) è perché è suscettibile di rappresentare una estrema forma di patriarcato, cioè di civiltà, di mediazione. E se non avete capito, incontriamoci dal vivo che ve lo manspiego meglio.

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