Trump deve bombardare la Siria

Mentre la presidenza Trump si avvicina al giro di boa delle elezioni di metà mandato, la guerra mediatica scatenata contro di essa non accenna a diminuire: è una fantasmagorica e logorante faida che coinvolge tutti i centri di controllo dell’informazione, delegando solo a qualche spicchio del web l’obbligo del contraddittorio.

Sembrano passati secoli da quando illustri opinionisti italiani ci additavano gli Stati Uniti come esempio di correttezza istituzionale e politica: “Il giorno dopo le elezioni gli americani cessano le ostilità e si riconoscono nel loro nuovo Presidente”. Invece l’inaspettata vittoria di Trump ha fatto cadere i veli pietosi di questo presunto fair play, dimostrando come anche il perfetto sistema bipartitico d’oltreoceano nasconda molti nervi scoperti: in effetti Donald si è mosso quasi da candidato indipendente, dando una straordinaria lezione a entrambi gli schieramenti e spodestando la consorteria che aveva trasformato il Grand Old Party in una palude di corruzione e complicità.

In tutto questo, abbiamo notato un dettaglio inquietante: nonostante a Trump non sia stata concessa nemmeno una “luna di miele” post-insediamento, ci sono stati dei momenti precisi in cui l’informazione mainstream ha interrotto lo stillicidio quotidiano, e sono stati quelli in corrispondenza di un eventuale bombardamento della Siria.

Ricordiamo infatti quanto accaduto nell’aprile scorso (2018): i raid americani su Damasco e Homs coordinati con gli anglo-francesi hanno immediatamente sortito l’effetto di placare qualsiasi polemica nei confronti dello Scrooge della Casa Bianca; emersa poi la natura del bluff, la sassaiola è ripresa all’istante. Questo pattern si ripete puntualmente ogni volta che la stampa annusa “l’odore del napalm al mattino”: un Presidente fino al giorno prima rappresentato come un ritardato mentale, un maniaco sessuale e un bugiardo compulsivo, viene senza tema di ridicolo insignito sue due piedi della qualifica di grande stratega (per giunta umanitario e compassionevole) solo perché forse ha deciso di sganciare qualche bomba.

Evidentemente c’è qualcosa sotto: pur volendo resistere alla tentazione “complottista”, la sfacciataggine della manipolazione in atto è ormai troppo evidente per essere liquidata come una coincidenza o un vezzo. “Chi” controlla i media vuole una guerra in Siria ed è pronto non solo a perdonare tutti i “peccati” a Donald, ma anche a offrirgli ogni sostegno propagandistico in caso di attacco. Per il resto, ognuno può pensare quel che vuole di Assad, addirittura può essere convinto, da bravo pacifista, che l’unico modo per risolvere la faccenda sia proprio una bella guerra (è noto che i “pacifisti” hanno una concezione utopistica della pace); il punto non è questo.

Ci si dovrebbe chiedere perché la necessità di una guerra in Siria sia così impellente da imporsi anche sulle obiezioni più pragmatiche e banali: eppure chiunque può rendersi conto che la maggior parte degli elettori di Trump lo abbia votato proprio perché stanchi di qualsiasi “esportazione della democrazia”; e chiunque può osservare come non esista più un residuo di “umanitarismo” a legittimare l’ennesima “missione di pace”. A dimostrarlo in modo indiretto anche la natura dei continui casus belli: la “strage degli innocenti”.

Indipendentemente dal fatto che gli attacchi al cloro siano addebitabili ad Assad oppure rappresentino elaborate coreografie per impressionare il pubblico, quel che è certo è che i media internazionali hanno deciso di porre l’accento esclusivamente sui bambini agonizzanti, dando a intendere (forse in modo inconsapevole) come sia rimasto solo il sentimentalismo estremo, se non il terrorismo psicologico tout court, a smuovere un’opinione pubblica profondamente disillusa. Se al contrario fossero state colpite un’ambasciata o una nave spia americana, probabilmente il gesto in sé non sarebbe parso tale da giustificare un intervento militare (e forse nemmeno un nuovo attacco alle Torri Gemelle avrebbe produrrebbe lo stesso effetto di inizio millennio).

In cauda venenum, andrebbe affrontata la spinosissima questione dell’influenza di Israele sulla politica estera americana: ma chi ha davvero voglia di farlo? Spesso ci si nasconde dietro la formula “neo-con”, che secondo una battutaccia diffusa tra gli stessi repubblicano “paleo-con”, «è la traduzione in yiddish di “conservatore”». Tuttavia il problema della doppia cittadinanza di alcuni politici americani di origine ebraica è una preoccupazione sentita da molti elettori di Trump: come dicevamo, tra i motivi per cui è stato eletto c’è anche la convinzione, da parte di molti veterani, che le guerre del nuovo millennio abbiano corrisposto più agli interessi di Israele che a quelli degli Stati Uniti. I quali, a quanto pare, non coincidono più naturaliter

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