Trump è meglio del Kaiser

“Aveva un gusto per la modernità –tecnologia, industria, scienza– ma allo stesso tempo era superficiale, frettoloso, irrequieto, senza serietà, senza alcun desiderio di lavorare sodo, privo di ogni senso di sobrietà, equilibrio e limite, o anche per la realtà o i problemi concreti, irascibile e incapace di imparare dall’esperienza, affamato di applausi e successi. Voleva che ogni giorno fosse il suo compleanno – insicuro e arrogante, con una confidenza in se stesso incommensurabile e un incredibile desiderio di mettersi in mostra”.

L’analista politico François Heisbourg, in un pezzo per la rivista britannica di strategia “Survival” (The Emperor vs the Adults: Donald Trump and Wilhelm II, 20 maggio 2017) utilizza questa descrizione di Guglielmo II dello storico tedesco Thomas Nipperdey per paragonare il Kaiser a… Donald Trump.

A suo dire, l’Imperatore tedesco e il Presidente americano hanno numerosi tratti in comune, a cominciare dal modo in cui le loro personalità si esprimono: la “propensione di Guglielmo II per le sfuriate contro la stampa o nei discorsi pubblici” (come nel famigerato “discorso degli Unni” alle truppe pronte a partire alla volta della Cina per sedare la rivolta dei Boxer, quando intimò loro di fare come Attila, in modo che “un Cinese non osi mai più nemmeno guardare di traverso un tedesco”) assomiglia ai tweetstorms di Trump.

Trump e il Kaiser sono entrambi dysfunctional leaders, al pari di Giorgio III o Ludovico II, ma ad accomunarli sono soprattutto le circostanze storiche in cui si trovano a operare.

Durante il regno di Guglielmo II (1888-1918), la Germania era una “democrazia a metà strada”, nel senso che del governo era responsabile l’Imperatore, non il parlamento o un presidente eletto: in qualità di capo delle forze armate egli infatti gestì e pianificò le azioni militari senza alcuna supervisione da parte del governo (per non dire del Reichstag).

Gli Stati Uniti, al contrario, sono una democrazia matura dotata di un sistema di checks and balances temprato dai secoli. Le sue forze armate sono poste sotto il diretto controllo del ramo esecutivo e attentamente controllate da quello legislativo. Tuttavia il Presidente, in quanto commander-in-chief, detiene a tutti gli effetti un “potere imperiale” quando c’è da prendere una qualsiasi iniziativa militare (purché essa non comporti il passo simbolico di una dichiarazione di guerra).

Poiché il governo è responsabile nei confronti del Presidente, i suoi membri non hanno alcun potere costituzionale per contrastare la sua volontà. Con la creazione del National Security Council, la presidenza americana si è anche dotata di un proprio apparato di difesa e di una politica di sicurezza “indipendente”. Ci sono dunque alcune ragioni per riflettere sul concetto di Imperial Presidency vagheggiato dall’omonimo volume di Arthur Schlesinger del 1973.

Per arginare alle idiosincrasie del Kaiser, la leadership civile e militare dello Stato tedesco tentò di limitare la capacità del monarca di controllare direttamente gli strumenti a sua disposizione. Gugliemo II aggirò comunque i vincoli istituzionali ogni volta che lo ritenne necessario, in virtù anche del fatto che non sussistette mai una chiara connessione tra la pianificazione militare e gli obiettivi politici di un cancelliere tenuto al buio e un imperatore poco interessato alle sottigliezze.

La confusione e l’opacità della macchina decisionale tedesca si fecero sentire per esempio nell’atteggiamento accondiscendente nei confronti dell’Austria-Ungheria all’inizio di luglio 1914 esercitato dal Kaiser in persona, che in meno di un mese si accorse che la crisi non sarebbe finita bene. Il mito della brinksmanship non servì a impedire l’avvicinamento tra Russia e Francia, nonché il guastarsi del rapporto tradizionalmente amichevole con l’Impero Britannico.

Nessuna ridda di alti burocrati bastò a controllare un Kaiser che soffriva peraltro di diverse fisime personali, quali vincere la corsa agli armamenti con la Gran Bretagna, assicurarsi un “posto al sole”, combattere il “pericolo giallo” e sostenere la guerra santa islamica contro gli imperi britannico, francese e russo.

Heisbourg propone dunque un’analogia tra burocrati e tecnici imperiali (da lui definiti, con una punta di disprezzo, “gli adulti”) e quelli che attorniano Trump, i quali non gli sembrano in grado di equilibrare senso di responsabilità e lealtà, come ha dimostrato il vicepresidente Mike Pence alla Conferenza Nato di Monaco affermando da una parte il pieno supporto all’Alleanza e dall’altra aprendo alla trattativa con la Russia sulla questione ucraina, “cosa che il Presidente ritene possibile”.

Questo balancement circonspect è una tecnica che, come ai tempi del Kaiser, lascia al comandante in capo l’ultima parola sull’utilizzo delle armi, sempre in virtù della “prerogativa imperiale”. Tutto ciò sarebbe preoccupante persino in un sistema internazionale relativamente stabile, come quello della Guerra fredda o della breve fase “unipolare” degli anni ’90; figuriamoci, afferma lo storico, in un contesto dove Russia e Cina rifiutano ogni equilibrio in nome di futuro post-occidentale, il Medio Oriente è perennemente nel caos e l’Unione Europa sta per disgregarsi.

Heisbourg nota alcune somiglianze col clima che precedette la Grande Guerra, non solo per il contesto multipolare, ma anche per le incertezze che permeano i sistemi delle alleanze. Nel 1914, ciascun membro dei due schieramenti contendenti nutriva dubbi sull’affidabilità dei propri partner, il che portò ognuno di essi a tutelarsi o cambiando di campo (l’Italia si stava gradualmente spostando dalla Triplice Alleanza all’Intesa) o forzando la mano per suscitare una reazione (come nel luglio 1914 tedeschi e austriaci contro francesi e russi).

Trump, lasciando implicitamente intendere che l’articolo V della NATO (il principio di mutua difesa imposta a ogni membro dell’Alleanza) è valido solo a certe condizioni, ha operato una sorta di “rivoluzione copernicana” nelle relazioni internazionali, rendendo necessaria una hedging strategy che, come prima della prima guerra mondiale, potrebbe assumere diverse forme:

“Avvicinarsi alla Russia o alla Cina; investire di più nella difesa americana o europea; accettare le opzioni bilaterali; puntare sulla deterrenza nucleare; ecc. Proprio perché le opzioni sono molteplici, il sistema globale si rivela intrinsecamente instabile. Tale prospettiva è di per sé inquietante e lo diventa ancora di più alla luce dei problemi posti dalla personalità del presidente Trump e dal potere che esercita nel quadro istituzionale americano. Non a caso una delle battute più gettonate alle conferenze internazionali è che Donald Trump è il presidente bipolare di un mondo multipolare”.

La conclusione di Heisbourg è che la regione mediorientale è potenzialmente foriera di quel tipo di guerre (inizialmente regionali, successivamente globali) innescate nei Balcani durante il regno di Guglielmo II. Una potenza decisiva ma in declino come l’Austria-Ungheria cade nella provocazione (l’omicidio dell’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie) e viene tentata di intervenire solo localmente per sedare immediatamente una situazione di rischio (Serbia), dando carta bianca a un suo alleato (Germania): così è iniziata la Prima guerra mondiale. Oggi in Medio Oriente una grande potenza (Arabia Saudita) che sta combattendo pessimamente su tutti i fronti (Siria, Iraq, Yemen) si sente minacciata da un potere in ripresa (Iran) e coglie una provocazione per trascinare l’alleato americano in una grande guerra. Non che le cose debbano andare per forza così, afferma Heisbourg, ma le premesse ci sono tutte.

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