Tu ti darai, tu ti perderai, per il capriccio che non indovina mai

Oggi ho assistito a una scena che non credevo potesse farmi così male: un tizio di 35-40 anni che ci stava provando con una liceale. Il tono insinuante, l’estroversione molesta, l’offerta ripetuta di un caffè. Mi tremavamo i polsi. Sono un idiota, L’Idiota, lo so. Ma la maggior parte delle donne con cui ho avuto a che fare sono “nate” così, tutte “sedotte” da un tizio che aveva il doppio dei loro anni. Nessuna di esse, credetemi, mi ha mai parlato con gioia di questa iniziazione ai piaceri della carne – anzi. La storia più lancinante me l’ha racconta una ragazza a cui tenevo particolarmente: accusava il suo “vecchione” di averla rovinata, di averla fatta diventare la “stronza senza cuore” che è adesso. Anche se la vita non è affatto poetica, certe crudezze mi fanno tornare alla mente certi deprimenti versi del Cardarelli (Adolescente):

Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.

Non che in verità facciano molto al caso nostro, poiché qui il Poeta pare alludere a un defloratore meno sconveniente, forse un coetaneo, comunque uno abbastanza inesperto da non apprezzare la “perla rara”.  Invece Houellebecq ne Le particelle elementari, seppur riferendosi alla medesima Chose, riesce naturalmente a farci soffrire di più:

“Uno dei principali inconvenienti dell’estrema bellezza nelle ragazze è proprio questo: a sentirsi alla loro altezza sono solo i corteggiatori esperti, cinici e senza scrupoli; ne consegue che, in genere, a ottenere il tesoro della loro verginità sono gli esseri più vili, il che per esse costituisce il primo stadio di un’inesorabile decadenza”.

Ho conosciuto uno di questi “corteggiatori”, che a quarant’anni suonati, con moglie e figli da qualche parte (ché non se li portava mai appresso), parlava ancora con ilarità della propria “collezione di imeni”. Sono le tipiche battute alle quali si ridacchia solo per non far la figura delle checche: ma se avessi saputo che una qualsiasi delle mie parenti fosse stata insidiata da un tizio del genere, gli avrei senza esitazione affettato il cazzo. Proprio perché non sono una checca.

Sono, semmai, solamente un piccolo borghese, lo ammetto. Per certi versi potrei consolarmi col fatto di essere in minima parte riuscito a realizzarmi nella mia casta di appartenenza: non ho donne in famiglia che hanno ceduto ad accoppiamenti imbarazzanti, né ragazze madri o puttane da social. La mia presenza è stata discreta ma pressante, nello stile di uno dei migliori caratteri del cinema italiano degli ultimi decenni, il Michele Apicella di Bianca (solo di Bianca, negli altri film già non mi piace più), ossessionato dall’indissolubilità delle coppie dei propri amici.

Ecco, anch’io ho fatto lo shadchan, sì insomma il paranymphos, perlopiù in modalità passivo-aggressiva, con tutte le mie cugine: potremmo definirlo quasi un surrogato di patriarcato, che tuttavia mi ha garantito almeno ai pranzi di Natale di non dover posare per le foto di famiglia assieme a marocchini in maglietta e ciabatte (tratto da una storia vera, quella di una foto di una mia vecchia compagna di scuola apparsami su Facebook una decina di anni fa e che da allora non ho più dimenticato: c’era il parentado con maglioni sgargianti, le zie milfone deliziosamente agghidante e –horribile visu– un tipaccio con la faccia da Ajeje Brazorf in infradito e t-shirt stile marinaresco che a quanto pare doveva essere il nuovo fidanzato della figlia e nipote e sorella snaturata – non ho preferito indagare e non so nemmeno che fine abbiano fatti tutti, che Allah li abbia in gloria).

Penso dunque a queste ragazze che hanno tenuto a farmi sapere di esser state “rovinate” dal primo venuto (absit iniura verbis): non so perché abbiano deciso di raccontarmi certe storie, forse solo per suscitarmi disgusto, o magari perché gli ispiravo la fiducia del maschio beta, di quello che non andrebbe mai in giro a scoparsi ragazzine con la metà dei suoi anni. Beh sì, io non lo farei mai, non sono come l’ineffabile Gabriel Matzneff, considerato l’ultimo genio della letteratura francese perché racconta in maniera un po’ barocca di quanto adora sodomizzare le quattordicenni. Mi piace il modo sprezzante in cui ne parlano polemiste cattoliche come Costanza Miriano o Silvana De Mari, che giustamente lo sputtanano senza farsi ricattare dal terrorismo intellettualoide. Matzneff è il tipico “seduttore” che si butta sulle adolescenti “sole e senza madre e anche senza padre”, rinchiuse in una “terribile solitudine”, dice la De Mari: praticamente lo stesso spettacolino a cui ho assistito oggi.

E cosa ha fatto questo relitto d’uomo, il vostro caro rifiuto subumano, per impedire che lo scempio si consumasse un’ennesima volta? Chiaramente se fosse stata una mia cugina in quella situazione avrei agito da patriarca, ma non è che sono un cavalier zerbente che corre in soccorso di qualsiasi sciacquetta (“Ehi tu, porco, levale le mani di dosso”). Quindi incerto se farmi i cazzi miei o interrompere per un giorno il ciclo della sofferenza, l’unica cosa che ho potuto fare (preciso che mi trovavo al parco a leggere perché la giornata era inaspettatamente mite) è cominciare a ruttare fortemente (sì, non riesco più a stare fuori casa senza bere) e poi mettermi a parlare ad alta voce col padre egiziano di un mio alunno che passava di lì, il quale tra l’altro è stato così gentile da tradurmi al volo la radiocronaca di una parata di cadetti della polizia a petto nudo (assolutamente non ghei). La cretinetta se non altro si è risvegliata per un attimo da quella specie di malia che a un certo punto sembra prendere le donne di ogni età di fronte all’omm e merd (che non vede l’ora di andare a raccontare in giro che sei una a cui piace farsi sborrare in gola) e ha colto l’occasione offerta dal mio cabaret islamico-alcolico per sloggiare. Tanto lo so che già da domani, o questa sera stessa, ti darai, ti perderai, persino con uno che nemmeno ti piace. Ma il mio l’ho fatto.

Molti mi consigliano di darmi una svegliata, di vedere le donne per quello che sono, cioè fondamentalmente delle inutili troie (sempre a loro parere). Certo, ma… non ce la faccio. È un limite prima fisico che mentale: non ho la spregiudicatezza del bohémien o la selvatichezza del villico, sono l’ultimo aborigeno della classe media, il plebeo rifatto che è riuscito a malapena ad assurgere allo stadio etico, pur restando incelibato (sic). Purtroppo sono anche un délicat, uno che proprio non riesce a incularsi le quattordicenni: questo alla fine sembra ciò di cui certe donne implicitamente vorrebbero accusarmi, di non replicare la sofferenza su altre verginelle cardarelliane, di non testimoniare che in fondo così fan tutti. Forse per sentirsi meno sole, perché una puttana è sempre sola.

Ormai la figura del Patriarca suscita odio e avversione a chicchessia, non solo alle degenerate femministe e alle puttane nate di lombrosiana memoria, ma anche ai morti di figa e appunto agli insidiatori di liceali. Per tornare alla mia esperienza, devo ammettere di non essermi forse mai imbattuto in un “siparietto” di tal fatta (in genere non esco molto e comunque cerco di stare lontano da luoghi di aggregazione – covid? No, lo faccio tipo dal 1999) e penso anche, a livello interiore, di aver reagito in maniera del tutto fuori luogo, ai limiti del delirio. Ma ho letteralmente rivisto in quella povera scema, che si stava facendo intortare nella maniera più squallida possibile (disastri della solitudine e dell’introversione, dice bene la De Mari), la ragazza “rovinata” che non è stata capace di amarmi perché deflorata da un “collezionista di imeni”: d’accordo, sarà stato il solito pretesto per respingermi stile Cara ti amo, ma alla fine ogni scusa è buona per esercitare un po’ di sano bigottismo e moralismo intransigente.

D’altro canto il morto di figa e la femminazi coi capelli viola concorderanno incredibilmente sul “vivi e lascia vivere”: ehi, maschilista/cavalierbianco, hai tolto a quei due un’occasione per esercitare il loro inalienabile diritto a inculare e farsi inculare! Già, beh, mi spiace, ma ci sono già troppe puttane e puttanieri nel quartiere e qualcuno si deve pur prendere la responsabilità de mettre de l’ordre un peu. Non è soltanto una questione di slut-shaming, poiché tutti dovremmo tornare a provare un minimo di vergogna: ma dove ritrovare la religione dei padri, gli antichi costumi, il mos maiorum? Per ora abbiamo solo ubriachezza molesta e islam di periferia. Basterà? İnşallah.

PS: Mi torna alla mente un altro episodio degno di nota capitatomi qualche mese fa subito dopo la fine del lockdown, che avevo già raccontato su una mia vecchia pagina Facebook (poi censurata come al solito): mi trovavo nei pressi della stazione centrale di Milano quando due ragazzine sui tredici anni mi sono corse incontro in lacrime chiedendomi di proteggerle da un “albanese” che le stava pedinando. Lo stalker improvvisato era un altro ragazzo in jeans maglietta e cappellino, probabilmente nemmeno maggiorenne, che non avrebbe spaventato nemmeno uno come me. Le due scemette da dietro le mie spalle continuavano a inveire contro l’albanese o presunto tale (“Che cazzo ti guardi, adesso il signore ti concia per le feste!”) e io mi aspettavo di finire sgozzato dall’immigrato cattivo più sfigato di tutti i tempi. Dato che anche all’epoca obiettivamente non me ne fregava nulla di vivere, avevo fatto un passo avanti per fargli capire che ero pronto a farmi sotto nonostante il physique da bibliotecario fallito, e lui senza quasi nemmeno guardami… se n’è andato. Le due ragazzine, delle quali una di probabile origine magrebina, hanno continuato ad andare in iperventilazione per un po’, ma alla fine si sono calmate. Purtroppo devo constatare che erano vestite da vere puttanelle, con minigonna ascellare e quello che -apprendo da Zalando- dovrebbe chiamarsi bra top o che ne so (una pezza di nylon a coprire un seno ancora inesistente). Giuro che non mi è mai passato neppure un momento di pensare a loro come oggetto sessuale: sarò froscio, d’accordo, ma a me hanno fatto solo una pena infinita. Cosa volevano combinare nei pressi di una stazione conciate in quel modo? Chiaramente se fossero state con le amiche avrebbero passato il tempo a infastidire i passanti con quelle voci da zoccolette in erba, e magari persino a sfoggiare l’abbigliamento da bertuccia in calore a qualche esemplare di giovane gibbone attraente. Però quando il pericolo si è palesato nelle vesti di un “corteggiatore” importuno (peraltro non ho capito se fosse albanese, in ogni caso le razziste sono loro, non io!), allora eccole cercare, per parafrasare il titolo di un noto racconto di Zweig, Gli occhi dell’eterno patriarca. Ma quegli occhi non erano né di un padre, né di un fratello e nemmanco di un cugino, ma del primo catorcio umano che passava di lì. Che si dà il caso fossi io… problemi?

Un commento su “Tu ti darai, tu ti perderai, per il capriccio che non indovina mai

  1. A me con il primo aneddoto hai fatto tornare in mente un episodio di “Delitto e castigo”, quello in cui Rodja vede una giovinetta, confusa e con gli abiti in disordine, seguita con discrezione da un uomo più maturo. Anche lì il Nostro è incerto, se fare finta di niente o farsi avanti ed impedire un secondo scempio sulla fanciulla; e lì pure giunge un personaggio di supporto, un poliziotto.

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