Tutto quello che sai sull’Amazzonia è falso

Avevamo segnalato alcune bufale sul “peggior incendio dell’Amazzonia” (che in realtà fa parte di una guerra mediatica contro Bolsonaro); ora sembra che anche una parte della stampa mainstream, forse solo per semplice deontologia, si sia un po’ scocciata di dover ripubblicare continuamente le solite balle.

Ecco dunque Forbes (Why Everything They Say About The Amazon, Including That It’s The ‘Lungs Of The World,’ Is Wrong, 26 agosto 2019) che interviene a gamba testa contro il gretinismo contemporaneo, in primis ricordando che le foto pubblicate dalla maggior parte delle star si riferiscono ad altri luoghi o sono state scattate decenni fa (attestando indirettamente che questo non è il “più grande incendio di tutti i tempi”): «La foto che Di Caprio e Macron hanno condiviso ha più di vent’anni, quella di Madonna e Jaden Smith oltre trenta. Alcune celebrità hanno postato foto del Montana, dell’India e della Svezia».

Il cronista di Forbes rincara la dose intervistando uno dei maggiori esperti della foresta amazzonica al mondo, Dan Nepstad, che definisce la storia del “polmone del mondo” come “una stronzata” (sic): «L’Amazzonia produce molto ossigeno ma ne utilizza la stessa quantità attraverso la respirazione, quindi va in pareggio. Del resto anche le aziende agricole e i pascoli producono ossigeno».

Nepstad aggiunge che “sebbene il numero di incendi nel 2019 sia effettivamente superiore dell’80% rispetto al 2018, è solo del 7% superiore alla media degli ultimi dieci anni” (aumentano i cosiddetti “fuochi accidentali”).

Leonardo Coutinho, giornalista esperto di questioni ambientali, concorda sul fatto che la copertura mediatica sia stata fuorviante, a suo dire anche per il fatto che la maggior parte dei corrispondenti abbiano “raccontato” gli incendi a 4mila chilometri di distanza, da San Paolo e Rio de Janeiro.

«Fu sotto Lula e il Segretario dell’Ambiente Marina Silva (2003-2008) che il Brasile ebbe il numero di incendi più alto, ma né Lula né Marina sono stati accusati di mettere in pericolo l’Amazzonia. Ciò che sta accadendo in realtà non è eccezionale. L’opinione pubblica internazionale non si è mai interessata a questa “tragedia” quando la situazione era innegabilmente peggiore. Il contesto attuale non giustifica l’isteria globale».

Sia Nepstad che Coutinho affermano che la vera minaccia è rappresentata dagli incendi boschivi accidentali durante i tempi siccità, che il cambiamento climatico potrebbe peggiorare: «Non mi piace la narrazione internazionale perché è polarizzante e divisiva», dice Nepstad. «Bolsonaro ha detto qualche stupidaggine, ma esiste grande unità contro gli incendi accidentali e questo è un dato positivo».

«Pochi media hanno menzionato l’eccezionale calo della deforestazione in Brasile negli anni 2000», ha osservato invece l’ex reporter del New York Times Andrew Revkin. «La deforestazione è diminuita del 70% dal 2004 al 2012. È cresciuta modestamente da allora, ma rappresenta un quarto del picco del 2004».

Secondo Nepstad le restrizioni imposte agli agricoltori (dal 50% al 20% di utilizzo consentito della propria terra) costano loro miliardi di dollari di profitti: «Nel 2010 è stato istituito da Germania e Norvegia un fondo per l’Amazzonia di un miliardo di dollari, ma nessuno di quei soldi è mai giunto agli imprenditori».

Sia la pressione internazionale che la reazione eccessiva del governo (le due cose si tengono) stanno aumentando il risentimento tra agricoltori e allevatori, cioè quella parte di popolazione brasiliana che gli ambientalisti dovrebbero “tenersi buona”:

«Il tweet di Macron ha avuto lo stesso impatto sulla base di Bolsonaro di quando Hillary ha definito “deplorevoli” gli elettori di Trump. I brasiliani sono indignati e vogliono capire perché la California riceve solidarietà per i suoi incendi mentre loro vengono incolpati di ogni nefandezza».

La reazione dei media delle celebrità e delle ONG deriva da una sorta di “anticapitalismo romantico” comune tra le élite urbane: per Coutinho “c’è molta avversione all’agroindustria”. «Alcuni colleghi», aggiunge Nepstad «dicono che i fagioli di soia non sono cibo, ma se tuo figlio mangia latte pollo e uova devi sapere che è con quelli che viene allevato il pollame…».

Altri però hanno motivazioni più politiche. Conclude Nepstad:

«Gli agricoltori brasiliani vogliono estendere l’accordo di libero scambio UE-Mercosur, ma Macron è propenso a chiuderlo perché il settore agricolo francese non vuole che vengano introdotti altri prodotti alimentari brasiliani nel paese».

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