Un mondo migliore (Uwe Timm)

Romanzo strano, grottesco, stranissimo, che ho letto tutto d’un fiato ma al quale dovrò sicuramente concedere una seconda opportunità. La trama è semplice, quasi scontata: un soldato americano di origine tedesche, Michael Hansen, è incaricato di risalire alle origini dell’eugentica nazista interrogando l’amico e assistente del genetista Alfred Ploetz (il teorico della “igiene razziale”), tale Karl Wagner, ex socialista utopista di stampo “icariano” (cioè seguace delle idee di Étienne Cabet) che obbedendo alla sua natura di personaggio puramente letterario sembra uscito dritto dritto da Germania segreta di Furio Jesi (manco a farlo apposta appena ristampato da Nottetempo), nonostante continui a schernirsi durante le interminabili tirate rivolte al giovane interlocutore del Neue Welt, cercando di riportare puntualmente il discorso “sulla terra” («Forse lei ha sentito parlare di “Germania segreta” e altre assurdità del genere»).

Il titolo originale del romanzo è appunto Ikarien, una scelta che lascia intuire l’intenzione dell’Autore di indirizzare l’attenzione del lettore sul certosino e fantasmagorico lavoro di ricostruzione dell’invisibile panorama storico-culturale che ha propiziato l’ideologia nazista: tuttavia è proprio la parte “non-letteraria”, così densa di riferimenti caleidoscopici e ammalianti (addirittura nella bibliografia compare Eugenetica e altri malanni di Chesterton), a risultare meno verosimile rispetto a tutto il resto.

E il “resto” di cui stiamo parlando è una Germania in ginocchio, ancora impossibile da descrivere a settant’anni e passa di distanza: a pack of Camel for a quickie. Partiamo proprio dagli innumerevoli scambi dei soldati anglo-americani non tradotti dall’inglese. Siamo di fronte alla prima forma di malapartismo tedesco (una cosa che non è mai esistita, ché laggiù si finisce in galera) oppure è solo sintomo di un’epoca talmente americanizzata da rendere superflua pure le classiche NdT (peraltro da parte di un Traduttore che, come quello di Stella di Takis Würger, non prova alcun imbarazzo a tradurre Werwolf con “Lupi mannari”)?

L’ambiguità è forte perché è insita nell’argomento stesso, che riecheggia un’altra domanda alla quale è ancora vietato rispondere: l’esito della Seconda guerra mondiale è stata una vittoria dell’umanità o la sconfitta di un popolo contro un altro? Non per essere maliziosi, ma lo stesso leitmotiv del volume, l’eugenetica, continuò a essere “allegramente” praticata ben oltre il dopoguerra dall’irreprensibile Scandinavia socialdemocratica.

Il buon Timm però non si spinge mai alle tenebre della “neutralità”, anzi talvolta indugia in un omeopatico Selbsthass del tedesco sconfitto: «Sembra incredibile che questa massa grigia [di prigionieri di guerra] sia stata sul punto di dominare l’Europa». Un occhio allenato capisce le strizzatine altrui: ecco che nell’orizzonte della trama fa capolino un generale Patton ammiratore delle doti militari delle SS e un’America intenzionata a far tornare “l’antico ordine costituito” in funzione anti-sovietica. Il senso di colpa è spostato avanti o indietro: forse i tedeschi non sono poi così cattivi…

Inquadrare l’opera dal punto di vista romanzesco è dunque difficile da ogni prospettiva (letteraria, storica, politica); più facile, invece, farne una raccolta di spunti e suggestioni per battere terreni sui quali nemmeno il coraggioso Jesi volle (o trovò il tempo di) avventurarsi. Per esempio, la rocambolesca vicenda delle colonie utopistiche tedesche d’oltreoceano, dai famigerati icariani (dei quali a quanto pare il dottor Ploetz fece parte anche nella realtà, un carattere che lo rende per certi versi simile al “socialista umanitario e filantropico” Cesare Lombroso) alla comunità pietistica degli Amana (tipo una versione socialdemocratica degli Amish); le fantasie sull’abominevole uomo delle nevi come “progenitore di tutti gli ariani” e amenità varie di quell’Oriente d’Europa che mosse alla scoperta di un Oriente ulteriore (non è una supercazzola, chiedete a Calasso… ok è una supercazzola); infine, il contrasto tra bellezza e barbarie intese come facce di una stessa medaglia coniata nella Germania segreta, alle quali l’Autore vorrebbe guardare con l’occhio ingenuo e ottimista del soldato americano protagonista, ma che invece lascia irrisolte, come se le fantasie letterarie che hanno partorito la These potessero, invertite di senso (Antithese), offrirci magicamente la Synthese di una redenzione che i tedeschi non riescono nemmeno a pensare.

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