Un primo approccio alla questione del capitale sessuale

Castelvecchi ha appena pubblicato Il capitale sessuale, uno scarno ma sostanzioso contributo di due studiose israeliane dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Eva Illouz e Dana Kaplan, apparso su Esprit nell’estate 2017, che analizza la questione della libertà sessuale rompendo platealmente con la tradizione culturale che ha sempre voluto analizzarla da un’ottica pregiudizialmente positiva:

“Partire dal principio che la libertà sessuale sia qualcosa di socialmente trasgressivo rende una tesi sociologicamente debole e difettosa. […] Il concetto di capitale sessuale è utile proprio in quanto riconosce sia la possibilità (percepita) che si dia una libertà sessuale, sia il fatto storico-sociale che vede attualmente la libertà personale non solo compatibile con il libero mercato ma anche come un pretesto per estendere e rafforzare la sua egemonia” (pp. 9-10).

Già di per sé questa impostazione è “rivoluzionaria”, e non sembra un caso che giunga da Israele poiché, come sostiene Slavoj Žižek, esso è uno degli ultimi Paesi “occidentali” che per vari motivi è ancora “aperto al dissenso” e a opinioni controcorrenti e provocatorie (Hitler “era una persona corretta” ecc…).

Lasciamo però perdere i risvolti etnico-nazionali e concentriamoci piuttosto sulle “definizioni non economiche” del capitale, che a detta delle Autrici sono state a lungo trascurate dal pensiero marxista nonostante lo stesso Marx avesse posto le basi per superare le interpretazioni puramente economiche del capitale.

Secondo Illouz e Kaplan, il sesso produce capitale economico direttamente e indirettamente e tale capitale si articola in almeno quattro categorie, che a dirla tutta vengono delineate in maniera un po’ troppo stilizzata e a tratti confusa. In ogni caso, solo a scopo orientativo, le elenchiamo brevemente (anche se rifuggiamo da un’interpretazione “schematica” del libello).

La prima categoria sarebbe rappresentata dal mercato matrimoniale borghese dei secoli XVIII e XIX (bei tempi!):

“In cambio della loro casta moralità sessuale, le donne borghesi guadagnavano […] una sicurezza economica attraverso il matrimonio. […] Il sesso poteva essere socialmente in quanto non solo aiutava gli uomini borghesi a essere membri produttivi della società, come Freud [e Gramsci] suggeriva[no], ma anche perché rendeva la classe lavorativa più efficiente e i lavoratori più docili, come riferiscono le indicazioni di Ford ai suoi operai” (pp. 26-27).

La seconda categoria invece registra il mutamento degli elementi della sovrastruttura e dunque investe il “controllo farmacopornografico” (Paul B. Preciado) tipico dell’era post-industriale: un controllo “che governa la nostra soggettività sessuale e dirige verso gli interesso di compagnie farmaceutiche e pornografiche” (p 31).

Se non mi soffermo su queste due prime categorie è perché, nonostante l’onestà intellettuale delle Autrici, mi pare che la loro visione sia ancora “viziata” da una prospettiva femminista che, per esempio, impedisce loro di considerare capitalismo e patriarcato due essenze separate.

Più interessante dunque la terza categoria, quella del “fascino e successo socio-sessuale”: il capitale sessuale, al di là dei processi di razionalizzazione, mercificazione e “monetizzazione”, è rappresentato anche dalla “capacità di capitalizzare il proprio fascino sul mercato matrimoniale e degli incontri romantici”. Stiamo arrivando al nocciolo della questione: nel nuovo ordine amoroso,

“la sensualità può essere utile non solo a tutte quelle carriere che hanno a che fare con la bellezza, il sesso e le industrie della moda, ma appare sempre più essenziale perfino negli impieghi ordinari” (p. 34).

La nozione di capitale erotico passa perciò dall’iperuranio dell’analisi marxista o dai mondi ormai lontani del mercato matrimoniale ottocentesco e della pornografia del dopoguerra, alla vita quotidiana di ognuno:

“Un bel viso, un corpo avvenente […] le movenze e il portamento del corpo […], così come il gradimento sociale nel complesso, sono tutti aspetti significativi di questo tipo di capitale sessuale. Senza dubbi alcuni di questi aspetti sono geneticamente ereditati, ma su molti si può intervenire per migliorarli” (p. 35).

In tal modo si affronta finalmente la quarta categoria, quella del capitale sessuale contemporaneo, basata sulla nozione che “solo alcuni soggetti possono impiegare come capitale umano anche sul posto di lavoro la libertà sessuale di cui godono privatamente. Per alcune persone fare sesso comporta il guadagno di una maggiore autostima che li rende più occupabili” (p. 36).

Ci siamo, forse ci siamo: Illouz e Kaplan affrontano di petto (absit iniuria verbis) la dimensione biopolitica del gender, sviluppando le letture fintamente riflessive di quei teorici queer che riconoscono come tutta la baruffa sulle identità sessuali sia stata “plasmata dalla logica delle relazioni di mercato”, ma che al contempo eludono disonestamente il momento della “ammissione di colpa” (per esempio per aver favorito la “brandizzazione dei soggetti come identità aperte, libere ed emancipate”) rifugiandosi fondamentalmente nel pansessualismo: “La  [loro] percezione rimane limitate all’approccio del campo sessuale, nel quale i compensi sono intesi in termini di maggiori incontri sessuali e successo sociale all’interno dello stesso campo” (p. 39).

Da tali premesse, la quarta categoria del capitale sessuale assomiglia un vero e proprio assalto teorico all’apparato neoliberista performance/piacere, “che spinge i soggetti a divertirsi continuamente, a sperimentare e a essere creativi”. Tale manipolazione della sovrastruttura attraverso il sesso sopperirebbe alla necessità che “le esperienze sessuali creino degli stati emotivi utili nell’ambito di un instabile mercato del lavoro neoliberista”; in altre parole, il capitale sessuale “sarebbe diventato una strategia per i (potenziali) lavoratori per fronteggiare le insicurezze inflitte dal capitalismo neoliberista” (p. 41).

Giunte praticamente alla quadratura del cerchio, cioè a una interpretazione del capitale sessuale come “forma autoreferenziale e autoderivata dell’autorità borghese” che terrebbe assieme logicamente e idelogicamente le quattro categorie, Illouz e Kaplan sparigliano le carte affermando che “non è tanto l’identità sessuale nello specifico – per quanto fluida, eccitante e anticonvenzionale sia – a essere in ballo nella prospettiva lavorativa delle classi medie quanto i sentimenti associati alla propria autostima sessuale” (p. 43).

Ci siamo, allora ci siamo! E invece no, perché il libretto si conclude qui e quello che non si poteva dire (per esempio, che il “patriarcato” è infinitamente più egualitario di qualsiasi “femminismo”) in effetti non viene detto. È un peccato, ma non tutto va gettato alle ortiche: nuove prospettive sono state aperte, un “approccio” (l’espressione non sembri casuale) alla questione del capitale sessuale è stato tentato e lo sforzo non sarà stato vano nella misura in cui la jerga marxista permetterà di raggiungere le élite politiche e intellettuali finora completamente ignare o indifferenti al problema.

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