Un Ramadan per Weinstein

Il movimento #MeToo è ufficialmente finito in Europa quando nello scandalo delle molestie è incappato l’intellettuale islamico Tariq Radaman: da quel momento in Francia il tema è diventato tabù in maniera talmente rapida che la stampa internazionale non ha fatto nemmeno in tempo a citare la versione transalpina dell’hashtag di denuncia, #BalanceTonPorc. Non solo perché l’intellighenzia si è immediatamente schierata in difesa del paladino del’islamicamente corretto, ma anche perché il famigerato “manifesto di Deneuve” ha affossato l’hype nella gauche caviar in modo definitivo (proprio in contemporanea con l’esplodere dell’Affaire Ramadan: sarà un caso?).

Al di là del complottismo “eurabico”, bisogna ammettere che il politicamente corretto in versione islamofila sta diventando un problema, soprattutto perché da tic intellettuale ormai si è trasformato in una “nuova normalità”. Lo si può evincere, per fare un esempio nostrano, dallo stupore dell’inviato del “Corriere” Stefano Montefiori di fronte alla levata di scudi del mondo islamico francese in difesa del suo “santone”. Se infatti nel primo pezzo sul caso (pubblicato in pompa magna il 1 febbraio nella “sezione femminista” del quotidiano) il giornalista osservava col tono di chi la sa lunga che «al di là delle conseguenze penali, l’immagine di [Ramadan] teologo sposato, padre di quattro figli e predicatore di un Islam pio e conservatore, è già in frantumi», neanche un mese dopo (il 28 febbraio) il buon Montefiori (quanta poca sagacia per un cognome così kosher!) doveva battere in ritirata (perdendo anche il “privilegio” della “sezione femminista”):

«Di fronte alle numerose e circostanziate accuse di violenza sessuale e molestie contro il predicatore 55enne, in carcere dal 2 febbraio, ci si sarebbero potuti attendere gesti di disaffezione nei confronti di un uomo sposato con figli che si mostrava pio e raccomandava di seguire i precetti del Corano contro il decadentismo occidentale salvo poi — secondo le accusatrici — picchiare, violentare e umiliare almeno cinque donne».

Ma de che?! Solo chi ha le fette di prosciutto davanti agli occhi (chiedo scusa per la pietanza haram) poteva attendersi “gesti di disaffezione”, sia da parte del mainstream (mass media, opinionisti, accademia) che dell’underground (giovani delle banlieue, comunitaristi improvvisati e aspiranti terroristi). Peraltro, Montefiori dovrebbe teoricamente godere di un osservatorio “privilegiato” quale quello francese, dove la guerra civile è diventata jihad: la sinistra filo-islamica, che unisce le suggestioni del terzomondismo d’antan all'”immigrazionismo” di nuova generazione, invoca ormai apertamente la chiusura di Charlie Hebdo (se non peggio!).

Aggiungo per soprammercato che a mio parere le accuse rivolte a Radaman sono più gravi, anche da un punto di vista morale, di quelle di Weinstein. Del resto il produttore hollywoodiano mica si presentava come un pio rabbino; al contrario, impersonava, forse legittimamente (almeno fino a un certo punto), una delle fantasie tipiche dell’immaginario della rivoluzione sessuale: l’ebreo newyorchese liberal e progressista che corre in soccorso alla povera shiksa di provincia, obbligata a una vita di astinenza dai genitori bigotti, offrendole finalmente la possibilità di emanciparsi non solo dal punto di vista erotico, ma anche economico.

E poi: pur accettando che le colpe dei due siano perfettamente sovrapponibile, sorge allora un’altra difficoltà, ovvero che mentre Weinstein è stato umiliato in tutti i modi e fatto sparire dalla faccia della terra, a Radaman hanno steso il tappeto rosso. Le comunità islamiche hanno raccolto cifre colossali per la sua difesa e le accusatrici hanno subito minacce e aggressioni terrificanti, ostracizzate dalla loro stessa famiglia e trasformate in paria dall’opinione pubblica.

Quindi, per concludere questa prima parte, in Europa manca poco al momento in cui il #MeToo verrà accusato di “islamofobia” dai suoi stessi sostenitori. E’ un epilogo dolceamaro, perché se da un lato è stato messo da parte il politicamente corretto femminista, che perlomeno era “laico” e piuttosto innocuo (in fondo i maschi sono sempre i migliori), ora siamo alle prese con la sua versione islamo-gauchiste, che, a scanso di equivoci, non ha nulla a che fare né con l’islam né con la sinistra. E non dimentichiamo nemmeno tutti quei malcapitati che ci sono finiti di mezzo solo perché a livello mediatico non era ancora “iniziato il Ramadan”: se solo la paranoia islamofila avesse bloccato la caccia alle streghe in tempo, le loro carriere non sarebbero state distrutte, o per meglio dire sarebbero finite solo per la bruttezza dei loro film (ma non infieriamo).

Veniamo agli Stati Uniti: in questo caso possiamo dire che se avesse vinto Hillary, il “sexgate” non sarebbe neppure scoppiato; anzi, addirittura potremmo immaginare che in quell’universo parallelo (come abbiamo già scritto) il vecchio Bill avrebbe organizzato con Weinstein qualche festino alla Casa Bianca in memoria degli anni ruggenti. L’ipotesi è comprovata a posteriori dalla battuta d’arresto che ha subito anche il #MeToo oltreoceano nel momento in cui è entrata a farne parte Monica Lewinsky: al sinistrume americano non piace che gli si ricordi quella storia, perché per loro Bill è ancora innocente (ma ovviamente non lo possono dire, poveracci!).

In ogni casi negli USA ormai il #MeToo è passato dal maccartismo direttamente allo stalinismo: lo dimostrano vicende allucinati come la rimozione dell’attore James Franco dalla copertina di una rivista dopo un’accusa di molestie (finita chissà dove). Quasi una rappresentazione plastica del motto di Marx: prima la tragedia, poi la farsa. Davvero inquietante che non si sia levata una sola voce nel mainstream per ridicolizzare questo andazzo (che implica una damnatio memoriae più severa di  quella riservata ai serial killer); in pratica solo il grande Bertolucci ha avuto il coraggio di esprimere lealmente la propria opinione:

«Ho provato vergogna per Ridely Scott: malgrado il grosso potere contrattuale che ha con Hollywood, ha scelto di sottostare alla imposizione razzista su Kevin Spacey. La mia prima reazione è stata mandare un sms a Pietro Scalia, il suo montatore storico, per fagli dire a Scott che si doveva vergognare. E poi mi è venuta subito voglia di fare un film con Spacey»

Le conclusioni che possiamo trarre da tutto ciò sono numerose, ma a mio parere la più importante è che, alla fin fine, il maccartismo è sempre meglio dello stalinismo, cioè che una censura “di destra” è molto meno disumanizzante e pervicace di quella “di sinistra”. Del resto, non dimentichiamo che, come Mordecai Richler faceva dire a Boogie ne La versione di Barney, «McCarthy è stato il più grande critico cinematografico del nostro tempo». Battute a parte, è però vero che la censura “maccartista” non può spingersi troppo oltre senza il rischio di intaccare i circenses, mentre quella “stalinista” (lato sensu, ovviamente)  non riconoscendo alcun limite (nemmeno il nazional-popolare) a un certo punto si fa sempre prendere la mano. Coi risultati che vediamo, o che per meglio dire facciamo finta di non vedere.

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