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Un ricordo di Sua Eccellenza Giorgio Napolitano: i misteri di un “Papa rosso” che divenne grigio

Nei giorni precedenti l’annuncio ufficiale del decesso Giorgio Napolitano, il Presidente emerito era già stato dato per morto da diversi media “istituzionali”: il sito del Coni, per esempio, aveva messo le mani avanti prima di tutti, iniziando almeno dal 20 settembre a celebrarlo come “il Presidente che amava lo sport italiano”. Si può partire proprio da questa definizione per approcciarci all’ennesima figura controversa e paradossale della Repubblica, un carattere che sembra prevalere costantemente nell’ambito della politica italiana (da Ciampi a Scalfaro, da Prodi a Berlusconi, da Salvini alla stessa Meloni, per nominare solo alcuni protagonisti della Seconda -e Terza- Repubblica).

Il legame “amoroso” tra Napolitano e lo sport era rappresentato perlopiù dalla personalità di suo figlio, Giulio, che al Coni è praticamente “di casa” e tra le altre cose fu presente in una delle tante commissioni che orbitarono attorno alla famigerata candidatura di Roma per la XXXII Olimpiade. Esatto, proprio quelli affossati impietosamente da un certo Mario Monti (appena insediotasi anche grazie l’attivismo malcelato di Napolitano senior), nonostante fossero già state investite sommi ingenti per un progetto che avrebbe portato notevoli vantaggi economici al Bel Paese: una delle innumerevoli follie della cosiddetta “austerità”, che con misure propagandistiche di questo calibro ha affossato il settore dello sport come tanti altri.

Nel caso in questione, tuttavia, mi aveva colpito l’assoluta remissività di un Presidente che sin dal principio si era speso per portare la candidatura capitolina in porto, addirittura ottenendo il supporto degli Stati Uniti in virtù di quell’ordito politico-culturale (per non aggiungere altro) che era riuscito a intrecciare tra Oriente e Occidente durante la Guerra Fredda. Quell’altro che non si può aggiungere, ma di cui è necessario parlare, ha naturalmente a che fare con talune fratellanze occulte dalle quali il de cuius sarebbe stato considerato un “figlio prediletto”, come del resto dimostrano i tributi di questi giorni da parte delle stesse, difficilmente riconducibili a un mero omaggio formale.

Ora, lasciando da parte le illazioni, e volendo pure escludere che Napolitano fosse massone, un altro dubbio che mi sorse nei confronti del depennamento montiano fu il silenzio della Libera Muratoria, che avrebbe potuto facilmente sfruttare l’occasione per celebrare l’Anno Santo della Breccia di Porta Pia, il 150° che sarebbe caduto a ridosso dei Giochi Olimpici (lasciamo da parte che i framassoni si sarebbero poi fatti comunque bagnare il naso dal pandemonio, posto che non abbiano avuto alcuna parte nella sua imbastitura – ma è appunto un altro discorso).

Questo grisonnement di Sua Eccellenza mi ha sempre lasciato come una senso di amarezza: in un’altra epoca nessuno della sua schiatta avrebbe ceduto a un tecnocrate (peraltro da egli stesso piazzato). Ad onta delle accuse di “attivismo” istituzionale, sono state proprio queste scelte a imporre definitivamente il “grigiore” come unica qualità richiesta per aspirare al Quirinale (un giornalista di “Repubblica” all’inizio del 2022 ha elogiato Mattare11a ricordando, senza alcuna ironia, come abbia “imposto all’Italia il grigio come valore”).

Parlando dell’affaire Monti, è facile ora tacciare Napolitano di “tradimento“, come d’altro canto fecero alcuni circoli locali di Forza Italia sui loro canali social o la stessa Giorgia Meloni in innumerevoli occasioni prima della sua “zucchificazione” (probabilmente i posteri parleranno di “melonizzazione”). L’accusa ero però partita dalle solite “agenzie culturali”, che a un certo punto avevano persino consentito che Napolitano in uno studio televisivo di La7 venisse apostrofato da un giornalista americano come “vecchio scoreggione” senza che nessuno dei presenti (e che presenti, se li conoscete…) si adontasse o inalberasse come avrebbe fatto in qualsiasi altra occasione.

Bisogna sempre prestare attenzione agli ondeggiamenti del mainstream, perché sono significativi. Ad ogni modo, da tutto ciò nacque anche il nomignolo di “Re Giorgio”, che si innestò su alcune leggende sorte riguardo una presunta ascendenza nobiliare del Nostro. Su “Il Tempo” il faccendiere Luigi Bisignani fa risalire la diceria alle accuse dell’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che nel caso delle famigerate intercettazioni mandate al “rogo” lamentò il fatto che Napolitano rivendicasse “privilegi da monarca assoluto”.

Senza dimenticare che il titolo venne già affibbiato all’ex comunista quando divenne simbolo di un inedito “raddoppiamento” del mandato presidenziale, in verità le voci riguardanti la rassomiglianza, non solo nell’aspetto ma anche nel portamento, tra Napolitano e il “Re di maggio” Umberto II di Savoia risalgono a ben prima di questi fatti, comprese le fantasmagorie su una presunta frequentazione della corte reale della madre, Carolina Bobbio, in veste di dama di compagnia dell’ultima regina consorte d’Italia Maria José.

Fra le tante testimonianze presenti sul web, mi piace riportarne una (risalente al 2012) particolarmente simpatica anche a mo’ di epitaffio:

«Ricordo tanti anni fa, mentre passeggiavo per Corso Umberto a Napoli, in attesa di sostenere il mio primo esame di Medicina (Psicologia Medica), mi soffermai davanti ad una vetrina di uno studio fotografico. Vi erano in bella mostra foto di uomini dello spettacolo e politici. Militavo, illo tempore, nel PCI (non rinnego il passato, ma son ben felice di non appartenere più a sigle di sinistra, centro e destra, mere indicazioni stradali) e rimasi affascinato dalle foto dei deputati comunisti. Chiesi quanto costasse la foto di Napolitano. Il proprietario mi chiese: “Chi dotto’, o’ figlio du Rre”. Allora non capii, poi negli anni successivi cominciai a capirne di più. La foto non l’acquistai . Costava troppo per uno studente, anche se mi avevano chiamato dotto’

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