Una donna per la sera

Questa è la tipica giornata in cui sono talmente stanco e sconfortato che non so nemmeno quel che dico o scrivo. L’unico desiderio sarebbe quello di trovare al mio ritorno a casa una donna ad accogliermi: invece questa orrenda via crucis da wagecuck non accenna a finire e l’unica luce in fondo al tunnel è quella di uno juggernaut  colorato di rosa.

Quel che chiedevo alla vita era solo “una donna per la sera”, l’avrò ripetuto centinaia di volte. Ciò rende le mie necessità materiali a dir poco banali: nel tipico sistema gnostico tripartito farei di certo parte della categoria degli ilici, la classe bronzea dei “prudenti”, quelli che lavorano e stanno zitti in cambio di una mogliettina nel letto.

Sinceramente non riesco a capire perché in quasi trentacinque anni di vita tutto ciò mi sia stato negato: quel che mi rode soprattutto è dover ora considerare come un miraggio una cosa che per la generazione che mi ha preceduto fu a dir poco scontata. Desiderare una casa e dei figli ancora vent’anni fa non aveva alcunché di eccezionale: erano cose che sarebbero arrivate da sé, probabilmente senza neanche doverci mettere il benché minimo impegno.

Di fronte a questo deserto sociale mi sovviene l’inossidabile motto di John Dryden, Beware the fury of a patient man (e la “pazienza”, σωφροσύνη, è precisamente la qualità distintiva di quella parte di popolazione che nella Politeia corrisponde all’anima concupiscibile): non credo infatti che una società possa reggere senza il consenso di questo strato sociale, anche se le speranze accelerazioniste in un meltdown prossimo venturo a mente fredda appaiono come l’ennesima forma di cope.

Ad ogni modo, io queste “cose scontatissime” non le ho avute, e a quanto pare non sono il solo, altrimenti non starei nemmeno qui a parlarne: il tutto resterebbe confinato nell’ambito di un’intima tragedia piccolo-borghese. Il problema è invece sociale, cioè pubblico (il privato è pubblico) perché la questione sta investendo la mia “vita reale” in modi imprevedibili e imbarazzanti. Oggi per esempio, in questa giornata così faticosa e demoralizzante, mi sono imbattuto in una lettrice che non vedevo da secoli perché faceva parte di quel nucleo di simpatizzanti che mi ero conquistato dal 2009 al 2013 parlando solo di tradizionalismo cattolico. Rendetevi conto di cos’è la mia esistenza: una compenetrazione di virtuale e reale che li rende entrambi veri, vivi e vissuti. Ad onta di quelle che pur di non frequentarmi mi propinano storie sui social che distorcono le relazioni o sull’inautenticità dei rapporti che nascono dal web.

Balle. La gente che ho conosciuto su internet mi è più vicina della giugulare. Per questo la lettrice, che è una pia donna e timoratissima, si è sentita in dovere di farmi la ramanzina. Del resto nemmeno mia madre sa che ho un blog, D-o qualcuno doveva pur mandarmelo. E che mi dice? In sostanza che “là fuori esistono ancora ragazze normali”. Perlomeno ha compreso il nocciolo della faccenda. Sì, il guaio sono loro, le “ragazze normali”: quelle che mi hanno trattato da subumano tutta la vita, scartato, umiliato, escluso, friendzonato. Le “ragazze normali” sono mostri di ipergamia e amoralismo, agenti in incognito della ferinità, vestali degli istinti più bassi. Stronze senza cuore, secondo la mia modestissima opinione.

Al contrario, sono state solo le mie “puttane assassine” (come definisco affettuosamente le mie follower) a dimostrare un minimo di pietas nei confronti di questo reietto. Una roba del genere, non mi era mai capitata: non un gesto di umana simpatia verso il sottoscritto, se non perennemente inficiato dal timore che potessi in qualche modo “allungare la mano” (“Se allunghi la mano, non vorranno saperne”, C.P.). Le “ragazze normali” mi hanno fatto solo del male. Le “ragazze normali” sono quelle che sposano il femminicida e poi incaricano altre “ragazze normali” di gettare la colpa su quelli a cui non la danno mai. Io le conosco bene, le “ragazze normali”, pur non essendomene mai scopata nessuna.

Il concetto di “ragazza normale” del resto si è rimodulato negli ultimi anni e non vorrei che la dottrina sociale della Chiesa, accuratamente abbergoglionata, cascasse in pieno in qualche trappolone satanico. Perché, per dire, oggi la “ragazza normale” è anche quella che ha apertamente ipergamato e ora è a caccia di un beta provider per i suoi piccoli chadlets. Scusate, lo dico in italiano: la “ragazza normale” è ormai la madre single (addio italiano) che ha avuto figli da un maschio palesemente fedifrago e puttaniere ma dotato di altezza e mascelle “interessanti” e ora che è finita col culo per terra e in bolletta ha finalmente riscoperto le virtù cristiane e necessita perciò di qualche maschio geneticamente inferiore ma disposto ad allevare la prole altrui.

A scanso di equivoci, preciso che io vengo scartato persino dalle single mother perché, nonostante abbia un ottimo stipendio e una casa di proprietà, mi mancano evidentemente quei tratti di personalità che si possono apprezzare appieno solo con una distratta occhiata alla fisiognomica. Meglio così, in verità: Dio benedica la sacra causa incel. Comunque era solo per dire che la “ragazza normale”, persino nelle sue evoluzioni più aberranti, rimarrà mia sempiterna nemica.

Preferisco le mie “puttane assassine”, lo ribadisco, cioè le donne che riesco ad agganciare in virtù di quel che son0o. Sarò a loro eternamente grato per avermi offerto un simulacro di felicità: la felicità vera resterà sempre confinata nelle fantasie di una famiglia che non potrò mai farmi e di figli che non potrò mai avere. E di una donna per la sera (mi piace questa espressione trivialissima, mi ricorda il titolo di un film anni ’60 mai girato) che potrò almeno sperare di avere una sera soltanto. Alla “normalità” di ipergamia, segregazione sessuale e friendzone rispondo con una New Normality di inceldom, estremismo e figa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.