Velo sì o velo no? (Femminismo e Bispensiero)

Per capire se una donna è de sinistra, è ora possibile sottoporla a un semplice test (reso fattibile dai rivolgimenti ideologico-politici degli ultimi anni), che fondamentalmente si riduce a una domanda: Sei favorevole o contraria al velo?

Chi ha poco tempo per parlare con le donne, può anche ridurre la questione in termini ancora più basilari: “Velo sì o velo no?”. Se la risposta è affermativa, allora vi trovate innanzi a un’esemplare della galassia post-progressista (dunque “regressista”) che va dalla Clinton a Potere al Popolo. Infatti, ancor prima che si producesse la micidiale saldatura tra l’islamicamente coretto e la terza ondata femminista,  la questione era già diventata dirimente nel clima post-11 settembre.

La prima spaccatura profonda tra “femminismi” si produsse nei confronti di Ayaan Hirsi Ali, rifugiata somala naturalizzata olandese che nel 2007 dovette “rifugiarsi” una seconda volta negli Stati Uniti, dopo le continue minacce dell’aggressiva comunità islamica insediata nei Paesi Bassi. Ancora oggi i suoi volumi, nonostante si limitino a riproporre le tradizionali battaglie contro il patriarcato in ottica “globale” (cioè anti-islamica) vengono puntualmente boicottati dalla grande stampa, che preferisce ignorarla piuttosto che farsi deridere per l’ipocrisia e il doppiopesismo.

La Hirsi Ali poi chiaramente ci aggiunge del suo, non solo denunciando l’ideologia del multiculturalismo che crea l’illusione ottica della “solidarietà tra minoranze” (siano esse politiche, sessuali o etniche), ma anche schierandosi spesso in difesa di Israele (con questo curriculum, se solo fosse stata radical chic, sarebbe già stata incornata prima regina nera d’Olanda). Per non dire del suo appoggio alle guerre mediorientali di Bush come “esportazione del femminismo” (oltre che della democrazia): opinioni controverse e poco condivisibili, è chiaro, ma l’onestà intellettuale non si può mettere in discussione.

In fondo, come detto, basterebbe poco alla scrittrice di origine somala per garantirsi comunque un posto nell’intellighenzia a discapito delle sue opinioni: a sua disposizione ha del resto molte “carte”, come l’essere donna, nera, atea, liberista. Eppure la Ayaan Hirsi Ali non sembra aver alcuna intenzione di stare al gioco dell’identitarismo di sinistra: tanto è vero che anni fa finì addirittura nel mirino dell’ultimo idolo dei progressisti-regressisti, la barricadera Linda Sarsour, la quale si permise di ironizzare sulla mutilazione genitale subita dalla scrittrice, considerandola come giusta punizione per aver tradito l’essenza della sua femminilità (ricordiamo en passant che questa Sarsour attualmente è l’organizzatrice della “Marcia delle Donne” nonché portavoce ufficiosa del femminismo americano).

In aggiunta, la Hirsi Ali è diventata così scorretta da non esser più supportata neppure dalla stampa liberal europea, che invece per anni (al di fuori dell’Olanda) l’aveva fatta diventare quasi un’intellettuale di punta: si confronti il successo che ebbe in Italia l’autobiografia Infedele (2006) rispetto ai successivi Nomade (2010) ed Eretica (2015), nonostante gli stessi titoli rappresentino le parole d’ordine della gauche caviar contemporanea.

Una pensatrice che ha avuto un destino simile è la musulmana lesbica afro-indiano-canadese Irshad Manji, passata da opinionista di grido dell’establishment neocon (ai tempi d’oro per le sue conferenze veniva pagata 7500 dollari all’ora) e ospite d’onore di Oprah e della varie “Enciclopedie delle donne” (sintomatico il fatto che le voci siano aggiornate fino al 2011), a paria dell’universo mediatico anglosassone, probabilmente anche per aver ripudiato il suo iniziale supporto agli interventi in Afghanistan e Iraq. Pure la Manji, è giusto ricordarlo, funse da paravento umanitario alle guerre di Bush, presentandole come una crociata femminista. Tra i suoi temi preferiti, sempre all’epoca in cui era sulla cresta dell’onda, il sostegno a una politica di micro-credito rivolta esclusivamente alle donne islamiche, in modo da rimodellare socialmente i Paesi islamici costringendo “i mariti a lavorare per le mogli”.

Progetti che a lungo andare si sono persi nelle voragini della storia, ma che testimoniano la spaccatura di cui parlavamo all’inizio, la cui cartina di tornasole è appunto l’annosa questione del “velo”. Un vero e proprio oscuro oggetto del desiderio per le femministe, che hanno continuato a eludere il problema nascondendosi dietro il multiculturalismo e l’antirazzismo, finché non si trovate costrette a indossarlo come simbolo della resistenza contro il “maschio bianco etero occidentale”. Non è una esagerazione, se pensate che la gauche caviar internazionale si è recentemente esaltata per il video qui sotto, in cui una rapper musulmana rivendica sfacciatamente il suo hijab come mezzo di emancipazione femminile.

Dunque, la domanda “Velo sì o no?” diventa in tal senso più efficace di qualsiasi exit poll. Ovviamente ciò non esclude che un giorno le stesse possano scendere in strada a marciare in topless contro la “violenza sulle donne” o intrupparsi direttamente nelle Femen (se esistono ancora), perché a caratterizzare la sinistra odierna c’è anche il cosiddetto “razzismo delle basse aspettative”, cioè l’idea che le minoranze possano coltivare qualsiasi superstizione e delirio perché i loro appartenenti sono in fondo incapaci di vivere secondo taluni canoni. Questa però non ha a che fare solo con le femministe, anche se è un’altra forma di inconsapevole bispensiero.

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