Viaggio al termine della nostra specie

Libro di alta divulgazione del chimico Gianfranco Pacchioni, evidentemente uno dei pochi intellettuali italiani rimasti a credere ancora alla possibilità di una risposta umanistica allo sviluppo tecnologico, L’ultimo sapiens (Il Mulino, 2019) riassume lo “stato dell’arte” nel campo delle manipolazioni dell’umano mediando ogni nuova inquietante innovazione con un racconto di Primo Levi.

Il risultato è un colto e piacevolissimo saggio che non cede né agli entusiasmi del technological idiot né al luddismo di tendenza spruzzato di decrescita, sostenibilità e altre voces magicae. Un elenco di tutte le innovazioni che ci siamo persi negli ultimi trent’anni, dai corali di Bach creati da un computer agli edifici cinesi costruiti con una stampante 3D alta sette metri, dal bioinchiostro che produrrà il primo organo artificiale ai programmi che attraverso il riconoscimento facciale capiscono se una persona è gay, tutte accompagnate da un riferimenti al Levi fantascientifico, quello delle Storie naturali (1966) e Vizio di forma (1971).

Ammetto di conoscere pochissimo questo lato da “futurologo” del grande scrittore italiano e di aver scoperto con stupore la “leggerezza” nel prevedere e affrontare fenomeni come internet (“A fin di bene”), la clonazione umana (“I sintetici”) o la realtà virtuale (“Trattamento di quiescenza”), addirittura colorando l’interazione tra le povere creature e le onnipotenti macchine di alcuni tratti comici che hanno chiaramente il sapore dell’umanesimo e non del nichilismo: come quando, nell’ultimo racconto citato, al protagonista immerso nel mondo artificiale del Torec (Total Recorder) viene per sbaglio propinato un “nastro sexy” che riproduce una “ributtante esperienza omosessuale” («Che scherzi sono questi… [un uomo] di cinquant’anni, sposato e con due figli, garantito eterosessuale»).

Come a dire che un approccio riflessivo e critico alla tecnologia non deve mai cedere al pessimismo totale: fa piacere apprendere che anche chi è sopravvissuto ai campi di concentramento non creda che i progressi in campo sanitario o edilizio debbano automaticamente rappresentare il prodromo a una Auschwitz universale.

La stessa mentalità di fondo è condivisa dall’Autore, che a questo tratto apprezzabile aggiunge anche la familiarità a ogni livello con l’humani nihil a me alienum puto, la quale gli consente di “fraternizzare” coi profani lungo tutto il libro, ridendosela infine di una presunta superiorità che caratterizzerebbe i “guardiani del fuoco” odierni:

«Presto nelle aule universitarie ci saranno delle meravigliose proiezioni olografiche di un celeberrimo professore di Harvard il quale presenterà un corso, disponibile in ben 139 idiomi e dialetti, tratto da uno sconfinato catalogo di offerta culturale in formato elettronico, il tutto arricchito di stupendi contenuti multimediali e di avvincente realtà virtuale. Qualche grande società offrirà questo servizio ovviamente in modo del tutto gratuito. Si chiamerà Google Knowledge o Facebook University o roba del genere. Altrettanto ovviamente questa società deciderà cosa va insegnato e cosa no, cosa gli studenti è meglio che non sappiano, quali verità vanno comunicate e quali tenute nascoste, ma a chi importa più di questi dettagli?»

In conclusione, di fronte alla famigerata Singularity saremo sempre noi umani a ridercela di una tecnologia che ci consiglia filmini erotici gay per colpa di un algoritmo che si è convinto che il nostro sorrisetto malcelato sia un palese indicatore di pederastia.

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