Vladimir Putin: la guerra è la continuazione della geopolitica con altri mezzi?

Sembra che l’ultimo conflitto scoppiato in Ucraina si presti particolarmente a essere interpretato con i classici strumenti della gepolitica: dalla secolare dialettica fra terra e mare (talassocrazia vs. tellurocrazia) alla famigerata “Dottrina Gerasimov”, dalle intemerate dughiniane fino alle fantasie del “capostipite” Mackinder, è come se tutte queste chiavi di lettura spostassero lo scontro tra Mosca e Kiev in una dimensione fantasmagorica, evanescente, dove a combattere non sono eserciti e nazioni, ma creature mitologiche come il Behemoth e il Leviatano.

Cerchiamo di fare un po’ d’ordine: in primis la “Dottrina Gerasimov” è solo una fantasia di un analista britannico, tale Mark Galeotti (galeotta fu l’espressione e chi la coniò) che si è dovuto scusare per aver intorbidato il dibattito con l’idea che il Capo delle Forze armate russe, appunto il generale Valerij Gerasimov, in un discorso del 2013 avesse in qualche modo elaborato una teoria della “guerra ibrida”, invece di essersi semplicemente limitato a constatare le nuove forme di conflitto come le rivoluzioni colorate o le primavere arabe. Per un approfondimento della questione e la traduzione in italiano delle parole di Gerasimov, cfr. il blog “Inimicizie” (La prospettiva strategica russa, 25 agosto 2021).

In effetti non si capisce come innumerevoli “esperti” di geopolitica abbiano potuto illudersi che quella che considerano una tellurocrazia potesse affidarsi a cose leggere e vaganti (per citare il Poeta) come le psy-op, la propaganda, i blocchi commerciali e il boicottaggio economico per condurre una guerra. Ciò su cui conviene Gerasimov, molto più crudamente, è soltanto un rebus sic stantibus:

«Le azioni asimmetriche sono diffuse, rendendo possibile il livellamento della superiorità del nemico nella lotta armata. Queste includono l’uso di operazioni speciali e di forze di opposizione interne per creare un fronte permanente su tutto il territorio dello stato avversario, così come le tecniche di influenzamento dell’informazione, le cui forme e metodi sono in costante miglioramento. […] Un esempio è l’operazione in Libia, dove è stata stabilita una no-fly zone, è stato applicato un blocco navale e sono state ampiamente utilizzate compagnie militari private in stretta collaborazione con le formazioni armate di opposizione».

L’unica concessione che di conseguenza il Generale riesce a fare a questo tipo di guerra, con impercettibile sprezzatura, è “l’uso di unità partigiane nella Grande Guerra Patriottica e la lotta contro le formazioni irregolari in Afghanistan e nel Caucaso del Nord”. Questa è l’idea di “guerra ibrida” di una tellurocrazia: a un certo punto però si deve invadere e tanti saluti. Tutt’al più si può esercitare una qualche forma di “ammorbidimento” solo partendo dalla prospettiva che si è una potenza di terra, obbligata perciò a rimanere sul territorio e impossibilitata a mettere in pratica qualche olocausto dell’aria per poi volar via (alcuni vedono in tale scontatissima impostazione una qualche forma di moralità superiore…).

Per passare ad Aleksandr Dugin, abbiamo appena dedicato un pezzo alle sue “visioni” -sempre saccheggiando “Inimicizie”- e a quello ci permettiamo di rimandare, specificando in questa sede che l’unica validità che potremmo riconoscere alle analisi del politologo russo risiede nella volontà di Vladimir Putin di crederci, cioè di agire seguendo una rigorosa strategia “mackinderiana” (che non è detto che sia vincente, perché il presupposto che chi controlla l’Heartland controllerebbe il mondo non è scientifico e nemmeno politico in senso stretto – forse a malapena metapolitico, ma è comunque un discorso che va approfondito altrove).

Aleksandr Dugin e la geopolitica come “scienza esatta”

Per quanto concerne il resto, concediamo a Dugin di aver elaborato un’interpretazione coerente dei recenti fatti russi, in particolare nel momento in cui ricorda che, al pari dell’attuale presidente russo, anche Stalin auspicò la nascita di “stati neutrali” al confine tra Europa e Mosca. Per quanto paradossale suoni, si potrebbe addirittura affermare che anche grazie allo stalinismo oggi esiste qualcosa come un “nazionalismo ucraino”. Stalin, come testimoniarono -fonte insospettabile- persino i diplomatici fascisti, fece di tutto per rendere l’Ucraina indipendente: attraverso il commissario del popolo Lazar Kaganovič, il “piccolo padre” promosse l’ucrainizzazione di quella parte dell’impero sovietico, favorendo la lingua locale e facendo erigere statue al poeta nazionale Taras Shevcenko. Dall’altra parte invece c’erano i generali dell’Armata Bianca che, in continuità con la tradizione autocratica zarista, rifiutavano persino di ammettere l’esistenza stessa di qualcosa come un “popolo ucraino”.

A tal proposito, ci soffermiamo su un passaggio dell’ottimo articolo di Marco N (ancora per “Inimicizie”, naturalmente) Russia: dall’accerchiamento all’intervento preventivo (18 febbraio 2022), dove egli afferma che “Al netto delle naturali antipatie che può causare un rapporto di fatto coloniale, Russia e Ucraina condividono una lunghissima storia insieme, culture davvero molto simili e la stessa religione”. Proprio perché l’analisi è esatta, bisognerebbe evitare di chiamare in cause categorie come il “colonialismo”, dal momento che, come ogni buon manuale di geopolitica riconosce, la Russia non ha un impero, la Russia è un impero.

Ciò significa che, nel bene e nel male, non potrà mai comportarsi né come le talassocrazie compiute, né come quelle in divenire (tra le quali potremmo includere la Cina?). Tutto ciò forse influenza ancora di più l’agire strategico di Mosca, che non la paranoia per una tanto improbabile quanto ingestibile “Eurasia”. Partendo dalla considerazione che in una tellurocrazia i popoli sono quasi costretti all’affratellamento (a differenza di americani e afghani, o inglesi e zulù, o tedeschi e samoani), rimane il “mistero” di cosa abbia davvero in mente Putin, poiché è innegabile che nessuno avesse previsto una penetrazione così profonda in Ucraina, al di là delle cosiddette “repubbliche popolari” di Donetsk e di Lugansk. Il timore più grande è proprio che, sotto una coltre di pragmatismo e necessità, egli stesso voglia inverare un secolo di fantasie geopolitiche. In tal caso, sarebbe tragico dire che la guerra diventerebbe la continuazione della geopolitica con altri mezzi.

2 commenti su “Vladimir Putin: la guerra è la continuazione della geopolitica con altri mezzi?

  1. E se questa guerra fosse la concordata divisione del mondo tra America e blocco russo – cinese? Gli USA stanno da anni ritirandosi dalle posizioni e conflitti poco difendibili (Afganistan, Siria, corea del nord), se questa guerra fosse semplicemente la ritirata dall’ucraina? Una ritirata da cui stanno lucrando la demonizzazione del nemico e la ristrutturazione definitiva dello stile di vita occidentale (cominciata due anni fa). Sarebbe la rivincita di Mackinder…

  2. …in questa guerra c’è solo l’ossessione senile del maschio panslavo Putin per la degenerazione portata dall’internet, dalla postura fluida, dai consumi culturali globalizzati che riducono i suoi figli a molluschi con le unghia laccate, vestiti da sciampisti a fare gli stacchetti su tik-tok!
    L’ultima apparizione circondato dalle hostess strafighe in divisa di volo era un messaggio inequivocabile.

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