Volete davvero l’integrazione?

Il Corriere della Sera del 7 Marzo 1933 descrive minuziosamente, nelle vere e proprie forme di un rituale di italianizzazione, il battesimo di Bubaker Abd el Gaden Tuhati, “bambino color cioccolata” (in realtà un “giovane arabo venticinquenne”) proveniente dalla misteriosa “oasi di Zardur”. La cronaca di quella “ora di apoteosi”, svoltasi si svolse nella chiesa di San Carlo a Torino, alla presenza dell’Arcivescovo, di generali, segretari federali, seniori della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, consoli e rappresentanti dell’Associazione nazionale combattenti coloniali, si concludeva con questo paragrafo:

«Ed ecco presso il fonte battesimale il giovane arabo dal bel volto animoso e i suoi quattro compagni. Le frasi del rito risuonava chiaramente. Alle domande del celebrante non rispondeva questa volta le voci dei padrini e delle madrine come nei riti consueti quando il battezzando non è davvero in grado di rispondere spontaneamente. Le affermazioni di rinuncia e di fede erano naturalmente pronunciate dai catecumeni stessi con serena sicurezza tanto che il loro dialogo con il presule cresceva a poco a poco in fervore e in tono, acquistando un indicibile fascino, un senso di sincerità profonda, di realtà viva e presente, nonostante l’antichità remota delle formule e l’arcaica nobiltà del latino liturgico.
[…] Subito dopo il prelato e i nuovi cattolici sono ritornati all’altare maggiore dove Bubaker, che d’ora innanzi si chiamerà Giovanni, ha ricevuto il sacramento della Cresima e dell’Eucaristia.
Celebrata la messa, l’arcivescovo ha quindi rivolto ai cinque battezzati paterne parole. Dinanzi al tempio intanto altra folla s’era accalcata e all’uscita del giovane arabo gli ha improvvisato una dimostrazione di simpatia.
Giovanni Abd el Gaden Tuhati ha sorriso, ha salutato con la mano, poi si allontanato attorniato da un gruppo di fascisti, compagni suoi nella fede che anch’egli da anni professa, con ammirevole dedizione per l’Italia di Mussolini».

A ben vedere, è questa a tutti gli effetti una forma di integrazione, persino se intendiamo l’espressione nel senso corrente modellatosi sulle colossali onde migratorie che hanno investito l’Italia e l’Europa. L’utilizzo del termine, anche dal punto di vista etimologico, sottintende infatti l’esistenza di un “intero” del quale l’estraneo possa aspirare a far parte: tuttavia, ciò non implica che tale “intero” sia rappresentato da una collettività multietnica, democratica, socialista, liberale, solidale o quel che volete.

Al contrario, sembra che all’enfasi posta sulla necessità di “integrare” corrisponda il bisogno parallelo di trovare idee sempre più “forti” con le quali tenere assieme una società continuamente minacciata da tensioni conseguite alla frammentazione etnico-religiosa. A un certo punto pare inevitabile che, di fronte all’apporto inarrestabile di culture “altre”, i principi fondanti assurgano alla statura di dogma.

Seppure i tempi non siano ancora maturi nel nostro Paese per tracciare un bilancio sui vantaggi e gli svantaggi dell’immigrazione di massa, si può comunque osservare quanto accade a nord del Vecchio Continente, precisamente tra le nazioni rappresentanti il mitizzato “Modello Scandinavo”. Si è assistito, soprattutto negli ultimi anni, al tracollo di quella “socialdemocrazia di lusso” sorta per una serie di straordinarie coincidenze storiche in Svezia, Danimarca e Finlandia: al di là della ragione palese, identificata ormai sia destra che sinistra nel tracollo del sistema previdenziale causato da welfare magnetism, sarebbe a mio parere utile concentrarsi anche sull’irrigidimento di tale “modello”, per giunta acuito nel caso particolare da ciò che gli anglosassoni definiscono virtue signalling (=”esibizione di virtù”).

Pensiamo alla miserabile Svezia, passata da avanguardia del benessere a bassofondo di una violenza urbana dai tratti distopici: è difficile negare che in tale deriva non abbia avuto un ruolo l’obbligo di trasformare l’integrazione da obiettivo secondario a fulcro del proprio sistema. Evidentemente il gioco non ha funzionato, perché in fondo nessuno si pone davvero come scopo esistenziale quello di diventare “socialdemocratico”.

Alla peggio qualche africano troverebbe forse meno sconveniente diventare polacco: è quanto si verifica in accordo con un altro modello, per certi versi considerato opposto a quello scandinavo. È nota la caratterizzazione della nazione polacca come (a seconda delle proprie preferenze) paradiso o inferno “clerico-fascista” : in realtà pure laggiù la situazione politica è composita, se non equivoca e caotica.

Ad onta, per esempio, delle leggende sullo sciovinismo soverchiante, è un dato di fatto che in Polonia la gauche caviar abbia la stessa sproporzionata esposizione mediatica di cui gode in altre nazioni europee. Lo si può notare in un caso recente, un’intervista al pugile di origine nigeriana Izu Ugonoh in un programma di TVN, nel quale la conduttrice tentando insistentemente di fargli dire che i polacchi sono razzisti, sortisce l’effetto opposto di obbligarlo a una manifestazione quasi eccessiva di patriottismo.

Episodi di tal fatta, sempre a discapito dei pregiudizi verso Varsavia (o forse proprio a conferma di essi), sono all’ordine del giorno: si veda ancora l’invettiva di questo giovane “diversamente bianco” al Parlamento polacco contro l’invasione islamica e l’ingerenza “europeista”, che paragona a quella sovietica (se non riuscite a visualizzare il video -censurato da Youtube- guardatelo direttamente su archive.org tramite questo link).

Da tutto ciò potremmo dedurre che la questione dell’integrazione non è affatto legata a un singolo modello, ma che invece  dipende, per usare un’espressione in voga, dalla resilienza di esso di fronte alle esigenze di dogmatizzazione, irrigidimento, identitarismo ecc…

Per la solita eterogenesi dei fini, un giorno forse saremmo costretti ad ammettere che la socialdemocrazia poteva funzionare solo in una società in cui l’etnocentrismo, per quanto discreto, facesse da indispensabile collante alla coesione e alla lealtà di gruppo, mentre di fronte alle meraviglie dell’etnopluralismo essa pare rivelarsi come strada maestra alla guerra civile.

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