Yair Auron: “Israele è complice del genocidio bosniaco, ha tradito l’Olocausto”

‘We betrayed the legacy of the Holocaust’: Professor Yair Auron pushes Israel to confront complicity with Bosnian genocide
(Mondoweiss, 13 decembre 2016)

“Abbiamo tradito l’eredità dell’Olocausto commettendo queste azioni”, ha dichiarato il professor Yair Auron. “Vendere armi alla Serbia o al Ruanda durante il genocidio è simile alla vendita di armi alla Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Nessun paese ha il diritto di farlo, e soprattutto Israele!”

Lo scopo di Yair Auron, professore di Olocausto e Studi sul genocidio alla Open University of Israel, è ora quello di portare alla sbarra i suoi connazionali complici del genocidio bosniaco. L’accademico, assieme all’avvocato per i diritti umani di Gerusalemme Eitay Mack, ha presentato una petizione chiedendo allo stato di desecretare i documenti sulla complicità di Israele nel genocidio bosniaco.

I due hanno presentato le prove raccolte, che secondo loro dimostrano che il governo israeliano ha addestrato le forze serbe e fornito loro armi durante la guerra in Bosnia.

La Corte Suprema di Israele ha respinto la petizione sostenendo che avrebbe danneggiato la sicurezza dello Stato e le relazioni diplomatiche con altri Paesi. Il professor Auron è però intenzionato a presentare un altro reclamo, questa volta contro individui specifici coinvolti nel traffico di armi.

Nessun processo per il ruolo di Israele nel genocidio bosniaco: “potrebbe danneggiare le relazioni internazionali di Tel Aviv”

“Non mi aspetto che vengano condannati, troveranno un modo o un altro per evitarlo; ma per me è una questione morale. Si tratta comunque di un crimine. E qualcuno che commette un crimine come questo deve essere punito”.

I suoi amici lo hanno soprannominato Don Chisciotte, ma Auron sta solo facendo il suo dovere: “Sono prima di tutto un essere umano. Ma sono ebreo. Noi ebrei in quanto vittime, abbiamo ancora più responsabilità nell’evitare genocidi presenti e futuri. Eppure facciamo il contrario”.

L’avvocato Mack ha ricordato che, anche se la Corte suprema ha respinto la sua petizione, la decisione è ancora significativa poiché i giudici non hanno negato l’esistenza di prove dell’esportazione di armi, e lui ha le prove per dimostrarlo.

La guerra civile jugoslava, iniziata nel 1991 con la prima secessione della Slovenia e della Croazia, si è intensificata col conflitto in Bosnia ed è culminata in un genocidio: le peggiori atrocità a cui l’Europa ha assistito dopo l’Olocausto.

Dal 1992 al 1995 i serbi hanno iniziato la pulizia etnica in Bosnia contro i musulmani, allo scopo di creare una “Grande Serbia”. 250.000 bosniaci furono uccisi e circa 20.000-60.000 donne bosniache furono violentate. Altri furono torturati nei campi di concentramento.

L’11 luglio 1995 i serbo-bosniaci sterminarono circa 8000 uomini musulmani nell’enclave di Srebrenica, protetta dalle Nazioni Unite, sotto il comando del generale Ratko Mladic, attualmente sotto processo all’Aia accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Auron e Mack hanno raccolto diverse testimonianze di giornalisti e attivisti per i diritti umani: da esse emerge che Israele ha fornito armi alle forze serbe anche dopo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva istituito un embargo sulle armi nel settembre 1991.

In un processo al Tribunale penale internazionale dell’ex Jugoslavia, Dušan Kovačević, ex ministro della difesa serbo-bosniaco, dichiarò che quando andò in visita al Primo Ministro greco nel marzo 1995 venne contattato dal Mossad, che si rese disponibile a fornire aiuti militari:

“Non c’è stata alcuna richiesta da parte mia, è stato il servizio di intelligence israeliano a contattarmi durante la mia visita in Grecia. Mi hanno detto che molti mujahedin erano arrivato in Bosnia-Erzegovina. Mi hanno fornito tutte le informazioni sui canali attraverso cui arrivavano e chi stava gestendo l’intera operazione. Offrirono armi e anche addestramento gratuito, ma solo allo scopo di combattere i mussulmani”.

Anche Ratko Mladić riporta nei suoi diari: “Da Israele offrono armi contro gli estremisti islamici. Si sono resi disponibili ad addestrare i nostri uomini in Grecia a loro spese. Ci hanno offerto armi speciali per 500 uomini, cecchini gratis…”

Lo studioso Cees Wiebes ha parlato dell’accordo militare tra Israele e Serbia in un rapporto preparato per le indagini del governo olandese su Srebrenica:

“Tradizionalmente, Belgrado considerava Israele, la Russia e la Grecia come i suoi migliori amici. Lo stato di Israele, infatti, aveva sempre preso una posizione fortemente pro-serba. Nell’autunno del 1991 la Serbia aveva piazzato con successo un grosso ordine segreto di armi in Israele. L’intermediario era Jezdimir Vasiljević, banchiere e confidente di Milosevic: nell’ottobre 1991, raggiunse un accordo con Israele, e dopo che le transazioni passarono attraverso il croato Boris Krasni e le compagnie statali Jugoeksport e Jugoslavija Publik”.

Dobrila Gajic-Glisic, un ex funzionario del Ministero della Difesa serbo, lo ha confermato nel suo libro, L’esercito serbo:

“Certamente uno dei maggiori affari è stato fatto da Jezdimir Vasiljević nell’ottobre 1991 in Israele. Per ragioni comprensibili, i dettagli di quell’accordo con gli ebrei non erano stati resi pubblici al momento. È stato un affare complicato e difficile. Ma è stato portato a termine con successo”.

L’Istituto Olandese per la Documentazione di Guerra (Netherlands Institute for War Documentation, NIOD) ha preso atto delle accuse secondo cui nel 1992 i serbi bosniaci hanno consentito alla comunità ebraica di Sarajevo di lasciare la città in cambio di forniture di armi da Israele.

Wiebes ha raccolto ulteriori indizi sul coinvolgimento di Israele:

“Alla fine del 1994, un’indagine sui resti di una granata di mortaio sull’aerodromo di Sarajevo ha rivelato che portava lettere ebraiche e, nell’agosto 1995, un programma di notizie sulla televisione israeliana ha riferito che le armi private israeliane i commercianti rifornivano l’esercito serbo bosniaco. Tutto ciò non può non essere avvenuto col consenso del governo”.

Joel Weinberg, un israeliano che si era offerto volontario per un’organizzazione umanitaria in Bosnia, ha anche testimoniato di aver visto i serbi trasportare armi Uzi di fabbricazione israeliana.

Lo scorso aprile la Corte Suprema ha anche respinto la loro petizione per rivelare documenti statali sulle esportazioni di armi in Ruanda durante il genocidio.

“Mi stanno trattando come un criminale”, si è sfogato Auron. “Non sono Sancho Panza né Don Chisciotte. Voglio che tutti sappiano che ci sono ancora persone in Israele che non permetteranno di lasciare questo delitto impunito”.

Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Israele è all’ottavo posto nella classifica degli Stati esportatori di armi al mondo, un risultato significativo per un piccolo Paese. Nel mezzo della crisi dei rifugiati nel 2015, le vendite di armi di Israele in Europa sono più che raddoppiate, ha riferito Haaretz.

Auron afferma di essere l’unico docente in tutto Israele che insegna studi sul genocidio con un approccio universale, senza la prospettiva ebraica e sionista. Secondo Auron la gran parte della politica e della società israeliana sono impantanate nel razzismo, componente necessaria per qualsiasi genocidio:

“Per me l’eredità dell’Olocausto è la santità della vita umana e l’uguaglianza degli uomini. Come esseri umani siamo diversi, ma siamo tutti esseri umani: bosniaci, serbi, ebrei e palestinesi, siamo tutti uguali. La vita di un palestinese vale quanto quella di un ebreo. Non siamo superiori a loro. Siamo nati uguali. Questa è la lezione più significativa dell’Olocausto per me”.

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