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Gli Stati Uniti ora sono il regime dei conigli assassini: memetica, cronaca e razzismo dall’America di Biden

Nella “destra alternativa” americana, ormai politicamente squagliatasi al sole dopo la fine ignominiosa di Trump (che almeno da questo punto di vista non è mai esistito), ma culturalmente ancora forte grazie ai meme (ma non ci si illuda che la sinistra non sappia memare: semplicemente detenendo l’egemonia culturale, non ne ha bisogno), si tenta in questi giorni di far passare un forced meme: quello dei conigli assassini delle miniature medievali.

Si tratta di un “divertimento” degli amanuensi negli spazi lasciati liberi dai testi nei manoscritti (e che, fatto ancora più inusuale, riguardava soprattutto testi religiosi), espressione di un codice figurativo molto preciso, la drôlerie, in voga tra il XIII e il XV secolo.

Nelle fantasie dei copiatori medievali, il “mondo capovolto” si manifestava nella trasformazione dell’animale che tradizionalmente simboleggia l’ingenuità, la codardia e anche la stupidità, in uno spietato assassino in cerca di vendetta.

Uno dei significati dati ai miniaturisti ai loro passatempi figurativi era quello di rappresentare la stoltezza degli uomini, puniti da una creatura ancora più stolta. Ed è questo probabilmente lo stesso senso che gli anonimi mematori dell’estrema gli attribuiscono: in sostanza è una variante della famigerata teoria del complotto sul genocidio bianco, che per esprimersi si avvale non solo del capovolgimento di un presunto “ordine naturale” (nel quale gli uomini veri e propri dovrebbero dominare sui “conigli”), ma anche del teatrino politicamente corretto che i media mainstream quotidianamente mettono in scena (dove qualsiasi vittima di una minoranza, indipendentemente da quel che ha fatto, viene esaltata e beatificata, mentre qualsiasi cosa appartenga a un famigerato “mondo bianco” è ostracizzata e condannata).

Il meme sorge nel contesto del processo all’agente che ha ucciso George Floyd, che ha generato l’ennesimo cortocircuito informativo, perché se da una parte i media devono stilare agiografie della vittima afro-americana e dunque si trovano a parlarne ininterrottamente, dall’altra sono costretti a insabbiare e oscurare le ovvie verità che stanno emergendo (peraltro solo dalle testimonianze dell’accusa), e cioè che il povero Giorgio Fluido era strafatto di metanfetamine, che il ginocchio del poliziotto era sulla spalla e non sul collo (e dunque non c’è nessuna lesione alla trachea) e che la causa di morte per soffocamento è dovuta a overdose (motivo per cui lo spacciatore della vittima, pur “protetto” dal colore della sua pelle, si è rifiutato comunque di testimoniare).

Lo stesso cortocircuito si può apprezzare nei confronti di un’altra uccisione, sempre di questi giorni, di un afroamericano a Minneapolis: qui i padroni della voce, dopo esser partiti a mille, hanno dovuto mettere immediatamente la stura alla grancassa, nel timore che l’errore colossale della poliziotta che ha ucciso il sospetto confondendo un taser con la pistola, potesse in qualche modo mettere in discussione i metodi di reclutamento delle appartenenti al gentil sesso (che nella stragrande maggioranza dei casi sono state cooptate proprio grazie alle “quote diversità” e comunque hanno ricevuto un addestramento facilitato, cioè “inclusivo”, rispetto ai colleghi maschi).

In tutto questo, naturalmente, Joe Biden (che nel frattempo invita gli immigrati sudamericani a “rimanere nelle loro comunità”) non ha nessuna responsabilità: il motto piscis primum a capite foetet vale solo per Presidenti repubblicani, ma le contorsioni ideologiche di chi vuole a tutti i costi apparire “neutrale” rendono i professionisti dell’informazione letteralmente schizofrenici, ché da una parte essi vorrebbero mostrare un’America pacificata dal nuovo Messia democratico, dall’altra però devono continuare la guerra al “maschio bianco etero”.

Altre storie curiose dall’era dei “conigli assassini” riguardano lo sterminio in South Carolina, da parte dell’ex giocatore di football americano Phillip Adams, di sei persone (fra cui 2 bambini) per motivi non ancora chiari. L’energumeno è penetrato nell’abitazione del suo medico, il 70enne Robert Lesslie, ha fatto fuoco contro il dottore e la moglie, i due nipoti e un’altra persona che si trovava in quel momento nella casa.

I mematori si sono convinti che i media abbiano deciso di non trasformarlo in un caso nazionale semplicemente perché le vittime sono tutte bianche. Se avesse ucciso almeno qualcuno di colore o appartenente a una minoranza, si sarebbe potuto cavalcare il caso per riaprire il dibattito sulle armi. Invece così la loro paranoia aumenta, soprattutto per la biografia del dottor Lesslie, che è in assoluto contrasto con quella di qualsiasi tossico nero pluripregiudicato che una volta minacciò di sparare a una donna incinta allo stomaco.

Robert Lesslie era infatti molto conosciuto nella comunità di Rock Hill, avendo contribuito a numerosi progetti filantropici per poveri, malati e disabili; era molto legato alla parrocchia locale e in pensione faceva il volontario a Camp Joy, un programma per disabili dove ogni estate faceva da “medico da campo”. “Conoscere la famiglia Lesslie significa amarli”, ha twittato il repubblicano Ralph Norman, “nel corso dei decenni, hanno avuto un impatto così incredibile sulla nostra comunità e sulla vita di innumerevoli persone, più di quanto avrebbero mai potuto immaginare”.

Al contrario, in questa storia la figura che più assomiglia al Floyd è proprio l’assassino, e non per il colore della pelle: l’ex giocatore della National Football League aveva da tempo dato segni di squilibrio mentale, in particolare nei confronti della NFL per la sua richiesta di invalidità e l’assegno corrispondente, e aveva iniziato “ad avercela col mondo intero e sentirsi perseguitato da tutti”, secondo le dichiarazioni dei famigliari (la scelta della vittima riguarda sicuramente anche il fatto che Lesslie in passato avesse visitato Adams). Forse è per questo che né la CNN, né il New York Times o il Washington Post hanno deciso di dar spazio alla notizia.

Una rappresentazione plastica del “mondo alla rovescia” è la protesta a Burnsville (Minnesota) da parte di manifestanti di Black Lives Matter (quasi tutti rigorsamente bianchi) che si sono inginocchiati alla notizia di un nero ucciso dalla polizia dopo aver rubato una macchina e sparato contro gli agenti. Un qualcosa di incommentabile, quasi la scena di un filmaccio d’azione con le comparse buoniste che nell’economia della trama servono a galvanizzare gli spettatori nei confronti delle imprese del “giustiziere solitario”. Però qui siamo nel mondo reale, cioè quello -appunto- alla rovescia.

In tutto ciò vengono alla luce, in un clima da samizdat, testimonianze riguardanti le torture subite dai famosi “Capitol Stormers”, il gruppo di trumpisti arrabbiati che assaltò senza successo il Campidoglio a inizio 2021. Uno degli accusati, Ronald Sandlin (peraltro di origine messicana) ha parlato apertamente di “tortura di prigionieri politici” come nei peggiori regimi:

«Per settimane, gli imputati della rivolta del Campidoglio detenuti a Washington si sono lamentati di venire rinchiusi nelle loro celle senza praticamente alcun contatto umano. Le guardie sottopongono gli accusati a violenze, minacce e molestie verbali. Un imputato, Ryan Samsel, duramente malmenato , ora è cieco da un occhio, ha una frattura al cranio e distacco della retina. Sandlin ha anche descritto la tensione razziale tra le guardie appartenenti a minoranze e gli imputati in gran parte bianchi, alcuni dei quali sono stati pubblicamente accusati di appartenenza a gruppi suprematisti, e ha sentito una delle guardie esclamare “Odio tutti i bianchi”. […] L’avvocato di Ryan Samsel ha dichiarato che il suo assistito “ha ancora gli occhi neri a due settimane dai pestaggi. Tutta la pelle è strappata da entrambi i polsi, il che mostra quanto le fascette fossero strette. Altri detenuti hanno riferito che dopo le botte la sua faccia sembrava “un pomodoro calpestato”».

Tuttavia, volendo concentrarci sul meme lasciando per un istante da parte la cronaca, possiamo intuire in esso un altro significato, probabilmente non voluto: la drôlerie amanuense col ribaltamento di ruoli aveva anche lo scopo di immortalare, in modo tragicomico, la preda che diventa cacciatore. Il che è paradossalmente lo stesso presupposto da cui muovono politici, media e manifestanti “anti-bianchi”: minimizzare o relativizzare la violenza come espressione di un preciso gruppo etnico, i “bianchi”, riducendo qualsiasi altra manifestazione di essa a “vendetta” o “retribuzione”. Un aspetto della “schizofernia del pensiero postmoderno” che “assume come storicamente vera e fondata solo la violenza dell’Occidente, contro gli immacolati albori delle origini dell’uomo […] opportunamente epurati dalla matrice tragica, mitica e sacrificale delle loro origini” (così un commento di Giuseppe Fornari e Pierpaolo Antonello a René Girard).

Questi sono i veri meme: il mito del buon selvaggio, il fardello dell’uomo bianco (opportunamente ribaltato di segno), la “teorica critica” e tutte le loro manifestazioni essoteriche (dalle “quote per le minoranze” a scendere o salire), alle quali la “destra” risponde come può, cercando di elevare il livello dello scontro prima intellettuale che politico con i mezzi che le sono rimasti.

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