Site icon totalitarismo.blog

Una nuova ideologia: il fluidismo (Sul caso di Civitanova Marche)

Per capire la realtà fantasmagorica, atterrente (sic) e disarmante in cui stiamo vivendo, bisogna forgiare un linguaggio utile a interpretarla. Partirei dunque dall’identificare l’ideologia che domina il mainstream da qualche tempo: la definirei fluidismo, dall’italianizzazione del nome di George Floyd (un afroamericano ucciso da un poliziotto nell’estate del 2020) in Giorgio Fluido, con evidente allusione alla teoria della “società liquida” proposta dal sociologo polacco di origini ebraiche Zygmunt Bauman (1925–2017), nonché alla famigerata gender fluidity.

Lo scopo del fluidismo è quello di liquidare, in senso lato, le strutture sociali esistenti, cioè renderle un fattore costante di instabilità con l’alibi di volersene sbarazzare. L’azione del liquidare si limiterebbe tuttavia esclusivamente a rendere liquido il sistema che si ritiene ingiusto e non a proporre alternative a esso.

Il caso di George “Giorgio Fluido” Floyd è emblematico: un criminale e tossicodipendente con diversi precedenti penali ma sempre fuori di galera, ucciso da un poliziotto americano con una tecnica appresa dalle forze dell’ordine israeliane, il quale dovrà scontare una quarantina d’anni per l’aggravante di aver “violato i diritti civili” di Floyd.

Se negli Stati Uniti è legittimo protestare contro la violenza istituzionale (anche se non esiste indignazione quando i criminali neri fanno strage di altri neri, né quando un poliziotto afroamericano uccide un cittadino americano bianco), chi vorrebbe importare in Italia questa forma di indignazione continua a prendersi in faccia il proverbiale randello (visto che siamo in tema di “americanate”).

Politici, media e “ragazzi dei centri sociali” hanno tentato immediatamente a fine estate 2020 di appropriarsi del caso di Willy Monteiro Duarte, un giovane italiano di origine capoverdiana massacrato da dei loschi figuri che, oltre a non essere sbirri, non avevano qualche particolare ideologia politica a motivarli (più avanti ne parleremo).

Pochi mesi dopo è stato il turno della povera Agitu Gudeta, allevatrice etiope emigrata in Trentino uccisa da un suo “dipendente”, un trentenne ghanese che l’ha violentata ancora agonizzante con il movente di non esser stato pagato. Per qualche ora il mainstream ha parlato della vittima ipotizzando (o forse sperando?) si trattasse dell’attacco razzista di qualche pastore italiano geloso del suo “successo”; dopo che però è emessa l’ancor più squallida realtà, il caso è stato immediatamente messo a tacere (ma non vi vergognate, piddini?). Trovate una ricostruzione di tutte le idiozie che sono state dette sugli “italiani che odiano i neri, le donne, e le donne nere” in questo post.

Il bot sulla cultura ghanese riporta la notizia dell’uccisione di Agitu Gudeta

Ora, lo stesso schema fluidista si è ripetuto per l’osceno massacro di un mendicante nigeriano, che a Civitanova Marche (MC) è stato ucciso da un operaio salernitano per motivi futilissimi (esser stato “importunato” assieme alla sua ragazza). Anche qui, per qualche ora, complice il clima elettorale, è stato detto di tutto sull’Italia razzista, salvo poi scoprire che l’assassino avesse problemi mentali, fosse invalido al 100% a causa del suo disturbo bipolare ma privo di alcuna vigilanza.

Il fluidismo impone, per l’ennesima volta, di insabbiare la vicenda: se non c’è l’inesistente “uomo bianco” (che sta ai piddini come l'”uomo nero” stava ai bambini di una volta) da sbattere in prima pagina, allora non vale la pena di parlarne. Perché dovete capire che discutere della malattia mentale in termini repressivi rischierebbe di mettere in dubbio un altro dogma del sistema pseudo-liberal-progressista che ci ha sottomessi: il basaglismo.

Franco Basaglia (1924–1980) è stato lo psichiatra rivoluzionario che attraverso la Legge che porta il suo nome ha sostanzialmente portato all’eliminazione dei manicomi in Italia e alla possibilità di affrontare le psicosi (anche collettive) in maniera scientifica. Chi ha letto anche solo qualche pagina di questo “maestro” sa benissimo che la sua convinzione di base era quella di fare del malato l’esponente di una nuova avanguardia che avrebbe dovuto soppiantare la società borghese: Basaglia scriveva nero su bianco che la politica avrebbe dovuto stimolare nello psicotico la “aggressività sopita” e il “potere di contestazione”, al fine di farne, sostanzialmente, un sessattontino (tra le altre cose il “dottore” proponeva di sottoporre i malati a una “maoterapia”, cioè “curare politicamente col pensiero di Mao i malati mentali”, come si faceva -a suo dire- in Cina).

Capite dunque se si parlasse un giorno in più di questo caso di cronaca nera, si dovrebbe per forza almeno accennare ai danni che il basaglismo ha fatto al nostro Paese e discutere eventualmente di un suo superamento, anche solo ammettendo che le sue soluzioni, partendo da un presupposto sbagliato (la convinzione che rimuovere le istituzioni alienanti avrebbe eliminato il capitalismo) hanno portato la società a dover affrontare le nuove nevrosi create da quello stesso capitalismo insuperato (ma non insuperabile) senza alcun strumento teorico né tantomeno pratico efficace (sulla questione ha espresso considerazioni degne di nota lo psichiatra di orientamento cattolico Tonino Cantelmi, che ha coniato il concetto di  “tecnoliquidità” per riassumere i disagi psicologici derivati dalla cosiddetta “rivoluzione digitale”).

Peraltro il lato tragico-comico del fluidismo è che qualora davvero si trovasse al cospetto del “lupo” di cui grida, non potrebbe comunque far nulla per fermarlo. Prendiamo, solo a titolo d’esempio, le dichiarazioni espresse da Amnesty International a cadavere ancora caldo: “Quello di Civitanova Marche è l’ennesimo episodio di violenza machista, giustificata da una visione patriarcale e probabilmente intrisa di razzismo, che si accanisce sulle persone più vulnerabili”.

Escludiamo il razzismo, perché l’assassino non ha mai espresso posizioni politiche (sicuramente i bravi reporter avranno setacciato i suoi social) né ha precedenti penali legati alla discriminazione; escludiamo anche il “machismo” e la “visione patriarcale”, perché se nelle prime ore si era parlato di presunte avances alla fidanzata dell’operaio da parte del mendicante nigeriano, è invece poi subito emerso che a scatenare la follia (letteralmente) era solo stata una sua -sempre presunta- “insistenza” nel chiedere l’elemosina.

Inoltre la fidanzata (chissà come si sentono i tanti celibi involontari a sapere che un individuo del genere avesse pure la fidanzatina) ha escluso anche il movente “patriarcale”, concentrandosi sugli improvvisi “attacchi di rabbia” che caratterizzavano il suo principe azzurro.

Semmai, sarebbe stato lecito parlare di violenza machista nel caso del giovane Willy, ucciso vigliaccamente da due personaggi la cui spavalderia e tracotanza erano fomentate dalla gratificazione sessuale che regolarmente ricevevano dal sesso femminile. In quel caso, si è provato ad affibbiare la colpa al fascismo e alle arti marziali, per evitare che discutendo di machismo si dovesse per forza addossare qualche responsabilità all’altra metà del cielo. Abbiamo ricapitolato la vicenda in questo post.

La violenza chadista in Italia

Nel momento in cui scrivo, dopo che è emersa la verità effettuale della cosa, il sistema sta cercando di buttarla in caciara aggrappandosi a una presunta “indifferenza” di chi avrebbe assistito alla scena. Lo schema è lo stesso utilizzato con Adam Kabobo, un ghanese che nel 2013 a Milano uccise tre passanti con un piccone trafugato da un cantiere: allora si parlò della quasi proverbiale “indifferenza meneghina”, dato che l’assassino africano aveva potuto girare per due ore (dalle 4,30 alle 6,30 del mattino) senza che nessuno avvertisse la polizia. Gli stessi “padroni della voce” che si indignarono per la grettezza e la pavidità dei milanesi, esplosero di rabbia quando un politico di centro-destra affermò che se si fosse imbattuto in Kabobo gli avrebbe “sparato alle gambe”.

Cerchiamo nuovamente di fare il punto, perché il fluidismo è un caleidoscopio di emozioni: chi ha ripreso l’aggressione di Civitanova Marche (durata tra l’altro nemmeno cinque minuti) adesso sarebbe il “vero assassino” perché non sarebbe intervenuto a favore del mendicante. Posto che le stesse forze dell’ordine ammettono che avere un filmato della scena è stato essenziale a identificare il colpevole, esattamente cosa dovrebbe fare un cittadino italiano di fronte a un episodio del genere? Non ci è stato insegnato che non bisogna mai reagire a un’aggressione (men che meno contro un ladro che si è introdotto in casa nostra!), ma che bisogna sempre rivolgersi alle forze dell’ordine (che saranno pure assassine e razziste, ma quando c’è al governo il Partito Democratico rappresentano comunque una parvenza di legittimo monopolio della violenza)?

Il fluidismo, in conclusione, fa impazzire tutti. E adesso infatti siamo in una società di merda dove non c’è più alcun principio o norma in grado di frenare la guerra di tutti contro tutti. Vorrei pertanto concludere con un no comment, limitandomi a riportare le biografie di vittime e carnefice tratte dall’Ansa e dal Corriere della Sera:

«La vittima si chiamava Alika Ogorchukwu, nigeriano, aveva 39 anni e abitava con la sua famiglia (moglie e un bambino) a San Severino Marche. Era un venditore ambulante di fazzoletti e piccoli accessori che vendeva per strada, all’uscita dei negozi, qualche volta chiedeva una moneta. Una presenza nota e, soprattutto, una persona tranquilla, dice chi lo conosceva. Un uomo, tra l’altro, claudicante, perché l’anno scorso era stato investito mentre era in bici e quindi si aiutava con una stampella. […] Il legale della vittima [afferma che] “non era una persona molesta, era buono, non cercava mai guai. Dopo l’incidente che aveva avuto aveva preso anche dei soldi dall’assicurazione ed economicamente non stava male. Ancora si arrangiava a fare il venditore ambulante ed era conosciuto da molti. Aspettava l’inizio del processo al suo investitore, si sarebbe costituito parte civile”».

«Con lei Filippo Ferlazzo sembrava rinato, Elena l’aveva ripescato dall’abisso, dopo averlo incontrato un giorno per caso alla mensa della Caritas di via Parini 13, il centro “don Lino Ramini”, cibo pronto per i vagabondi come lui, senza tetto né legge, randagio e feroce. Ma questa non è una favola, questa è una tragedia e non è mai facile convivere con i propri fantasmi. E così Filippo Ferlazzo, 32 anni il prossimo dicembre, alla fine è diventato un assassino, l’assassino di Alika che a lui e a Elena venerdì scorso aveva solo chiesto di acquistare un pacco di fazzolettini o di avere una moneta.
Ma prima di questo, prima della fine, aveva trascorso un anno orribile di peregrinazioni, Tso, frequenti stati d’agitazione, controlli al pronto soccorso. Due volte addirittura in rapida successione ad aprile, qui a Civitanova, la prima era fuggito dall’ospedale, la seconda l’avevano accompagnato i poliziotti ed era stato visitato da uno psichiatra. Elena comunque è sempre al suo fianco.
[…] Ferlazzo più di un anno fa era andato via di casa da Salerno, dalla madre Ursula che era stata nominata dal tribunale del capoluogo campano sua amministratrice di sostegno, la tutor che doveva controllare i suoi eccessi. Ora lei si dispera: “Povero figlio mio. È sempre stato un ragazzo difficile, ha avuto un’adolescenza terribile e problemi uno dopo l’altro”. Già, ma come faceva a controllarlo a 400 chilometri di distanza? Per ovviare all’instabilità della terapia, data la sua vita ormai inquieta, i medici gli avevano prescritto farmaci a lento rilascio, ma chissà se li prendeva con regolarità. Il suo viaggio all’inferno era iniziato da tempo: genitori separati, da adolescente un ciclo di cure di due anni in una comunità di Lecce per liberarsi dalla tossicodipendenza, poi un Tso a Salerno per sindrome bipolare con comportamenti psicotici e disturbo borderline di personalità».

 

 

(immagine creata con craiyon.com)
Exit mobile version