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Buona Giornata dell’Olocausto a voi e alle vostre famiglie

Il “Giorno della Memoria” in Italia fu istituito con la Legge 20 luglio 2000 n. 211, che trovò come unico oppositore il filosofo Lucio Colletti (ai tempi deputato di Forza Italia), il cui intervento vale ancora la pena di citare per intero (dalla seduta del 23 marzo 2000):

«Io sono antifascista dal 1941 e ho vivissimo nel ricordo le impressioni (che furono fondamentali per il seguito della mia vita) provate davanti ai filmati che documentavano per la prima volta i crimini di Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen ecc. Quindi se qualcuno osasse contestarmi su questo terreno, replicherei prima che con gli argomenti, con gli schiaffoni. Detto questo, mi domando perché mai noi insistiamo in questo gioco assolutamente insostenibile che tende a fare dei crimini del nazismo un unicum, una cosa che non ha paragone, e perché, venendo all’argomento, se dobbiamo dedicare un giorno della Memoria oltre che alla Shoah, questa memoria non la dedichiamo anche alle centinaia di migliaia di prigionieri italiani in Russia di cui il governo sovietico si rifiutò sempre di dare notizia alle famiglie e all’opinione pubblica italiana? Ma perché accanto ad Auschwitz e alla Shoah non si mettono, come oggetto del ricordo e della memoria storica, l’Arcipelago Gulag con tutti gli eccidi sterminati che lì furono perpetuati? Dato che l’assiduità dei lavori parlamentari toglie tempo alla lettura, consiglio agli amici, di questa e dell’altra parte, la lettura di un libro riedito, aggiornato e ampliato, alla luce della documentazione emersa dai servizi del KGB, di Robert Conquest, Il Grande Terrore, edito Rizzoli. Allora io concludo dicendo che se continua questo gioco per cui il nazismo è un unicum, noi innanzitutto dimentichiamo una verità fondamentale: la seconda guerra mondiale fu fatta di due guerre mondiali. La prima, dal 1° settembre del 1939 al 21 giugno del 1941, vide Stalin e Hitler alleati, Unione Sovietica e Germania nazista, comunismo e nazismo schierati dalla stessa parte. Tutto questo è completamente uscito dalla memoria storica e dinanzi alla Shoah io mi inchino come mi inchino di fronte a tutti i genocidi comunque e dovunque siano stati perpetuati. E dato che la Shoah è un unicum, Hitler è l’autore della Shoah, quindi è impossibile paragonare nazismo hitleriano e comunismo staliniano. Signori, a questo gioco vergognoso io non ci sto!».

Questo è chiaramente solo uno dei punti dolenti generati dalla nuova “festività laica” che in quasi vent’anni si è presa il monopolio della sacralità in Italia e in Europa. Il dilemma che nasce dalla “Giornata” si può sintetizzare così: se tale iniziativa è necessaria per gettare le fondamenta di una nuova religione civile, allora la rimembranza dovrebbe estendersi a tutte le piccole e grandi tragedie dell’umanità e fare del proprio oggetto un qualcosa di talmente universale e generico da abbandonare ogni contestualizzazione storica.

Una celebrazione del genere perderebbe tuttavia il suo scopo, che è sostanzialmente quello di impedire il verificarsi di una nuova Shoah, da qualsiasi prospettiva tale obiettivo venga declinato. La confusione scaturisce dagli attriti tra Memoria e Storia, da tutti gli sforzi messi in atto affinché non trionfi l’oblio: da qui anche quell’aura di religiosità che in un’epoca come la nostra non può che imprigionare, in modo sospetto, il “ricordo” tra il culturale e il cultuale. In fondo non è un caso che il “Giorno della Memoria” sia sempre associato alla necessità di repressione, quasi a voler resuscitare certe lugubri liturgie novecentesche rispetto alle quali l’iniziativa vorrebbe rappresentare una perfetta antitesi.

Queste problematiche restano dunque irrisolte: ma, a monte, il problema dell’ora attuale rimane sempre l’attrito tra la progressiva sacralizzazione del ricordo della Shoah (che vorrebbe farne un evento al di sopra o al di là della storia) e la necessità di spenderla politicamente a favore di Israele (“politicamente” dunque significa anche storicamente). La dimostrazione più recente dello zelo dei nuovi sacerdoti è questo accorato ammonimento di un sedicente regista britannico contro chi si rifiuta di considerare Auschwitz una versione laica di Gerusalemme.

Ora, non vorremmo cadere anche noi nel crimine di humor nero come quella signora che indossò la maglietta “Auschwitzland” durante la commemorazione della Marcia su Roma a Predappio (ognuno ha le sue “Giornate”): tuttavia esistono studi storici seri (lasciamo da parte David Irving) che denunciano la “spettacolarizzazione” della Shoah (suggerirei Selling the Holocaust di Tim Cole). È essenziale lasciare libertà di opinione a studiosi e opinionisti, poiché al di là di una questione di principio (la democrazia come valore ecc…) sarebbe comunque ingenuo credere che nella nostra epoca sia davvero possibile proporre, in maniera irriflessiva e acritica, un modello intermedio tra il museo e la cattedrale: lo provano le surreali polemiche delle comunità ebraiche sulla presenza proprio ad Auschwitz di nebulizzatori anti-afa (secondo la presidentessa della comunità ebraica di Roma “il campo sia d’estate che d’inverno va vissuto con le sue temperature bollenti e glaciali perché non può essere una passeggiata in un semplice museo”), che ovviamente coinvolgono anche i distributori automatici di cibo e bevande (“I turisti si riempiono la pancia di snack durante la visita in un luogo dove la fame faceva parte degli strumenti di tortura”, si afferma qui).

Un secondo punto, per certi versi più cocente, è rappresentato dalla “questione migratoria” che in particolare nel nostro Paese è emersa solo negli ultimi anni, sia per il numero di immigrati di religione musulmana giunti in Europa sia per le varie stagioni terroristiche che si sono susseguite. Bisogna riconoscere che i rappresentanti dell’ebraismo italiano sono stati particolarmente attivi nel suggestionare l’opinione pubblica con i paragoni tra i campi di concentramento e i naufragi in mare, commettendo lo stesso errore di prospettiva che commisero i loro “omologhi” francesi trent’anni fa in circostanze simili.

Al contempo notiamo una certa dialettica all’interno del mondo ebraico: pensiamo ad esempio al durissimo attacco a Liliana Segre pubblicato su “Informazione Corretta”, nel quale si giunge a parlare della senatrice a vita quasi come una “negazionista in buona fede”  (D. Fait, Il delirio infame dei paragoni impossibili, 26 gennaio 2019):

«[…] Quest’anno, con il problema dei migranti cui non è più permesso arrivare sempre e soltanto in Italia, si è raggiunto l’impensabile, un vero e proprio delirio di assurdità. Un gioco sporco che vuole fare dei paragoni tra gli ebrei assassinati e i migranti che dall’Africa arrivano in Italia dopo varie peripezie, alcune anche molto tragiche, ma imparagonabili a un genocidio freddamente programmato.
[…] Liliana Segre, la senatrice, deportata a 13 anni dall’Italia ad Auschwitz dove si è miracolosamente salvata dalla morte, ha dichiarato durante un incontro con i ragazzi delle scuole milanesi: “Sono stata clandestina con le carte false, so cosa significa quando nessuno ti vuole. Come faccio a gridarlo a chi erige muri?”
Recidiva dunque perché aveva già fatto dichiarazioni simili mesi fa parlando delle tragiche morti in mare, dimostrando come l’ideologia spesso cancelli la lucidità e il rispetto per ciò che è stato.
[…] Cosa c’entra questo orrore con i migranti? Cosa c’entrano i carri bestiame dove stavano rinchiusi per giorni interi, a volte settimane, prima di arrivare nei campi della morte, con gli autobus moderni sui quali salgono i migranti? Capisco che non sia facile essere sballottati da un posto all’altro, capisco tutto, anche quanto sia orribile vivere nei vari Cara. Capisco la tragedia delle morti in mare a causa dei trafficanti di esseri umani e delle varie ONG che guadagnano fior di soldoni. Tutto questo però non è comparabile alla persecuzione ebraica, ad Auschwitz, alle selezioni che decidevano chi doveva venire ucciso subito e chi era destinato a fare lo schiavo o la cavia prima di essere eliminato.
È mai possibile che la senatrice Segre non noti la differenza tra le peripezie, seppur tristissime dei migranti, e lo sterminio di un popolo? Chi ha visto portare il proprio padre nel crematorio non può fare un parallelismo con il ragazzone africano munito di cellulare che sicuramente non sta benissimo ma sempre meglio di come viveva nel Paese da cui è fuggito volontariamente, per arrivare in Occidente.
[…] Le similitudini cui disgraziatamente assistiamo vanno condannate con forza perché sono la parte subdola del negazionismo. Negare la Shoah è un processo talmente assurdo e antistorico da non essere credibile o da esserlo solamente per chi ha il cervello annegato nell’odio. Banalizzarla può ottenere, senza troppe proteste e senza fatica, lo stesso vergognoso effetto».

È un bene che perlomeno agli ebrei sia consentito di mantenere aperta la discussione, perché se qualcun altro scrivesse cose del genere finirebbe sotto processo. Del resto, l’esempio francese è lì a testimoniare le catastrofi prodotte dal politicamente corretto: dopo decenni di shoahizzazione dell’immigrazione, ora nelle scuole di periferia totalmente arabizzate diventa difficile per gli insegnanti inserire nei programmi la “Memoria” senza temere per la propria incolumità. L’impensabile, proprio perché ci si rifiuta di pensarlo, sta accadendo sotto i nostri occhi, per esempio nello sdoganamento dell’antisemitismo religioso e politico in nome del rispetto delle minoranze e dell’antirazzismo.

Intensificare l’aura di religiosità attorno a un evento storico in un’epoca che ha fatto della dissacrazione il suo leitmotiv non è la scelta più coerente (oltre che intelligente) da prendere: sarebbe meglio recuperare un minimo di senso critico, in primis impedendo che la storia venga scritta nelle aule dei tribunali), pena la riduzione dell’ennesima religione civile a folkore: “Felice Olocausto a lei e alla famiglia” “Anche a lei, buona Shoah e porga i miei saluti alla signora”.

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